IL DELITTO DELLA CATTOLICA

Il 26 luglio è un lunedì afoso, la città è deserta non è ancora tempo delle vacanze intelligenti e chi non è partito si appresta a farlo. L’Università Cattolica, l’ateneo fondato da padre Agostino Gemelli, a parte il custode ed al qualche studente, è senza vita.

Sono le 9.00 del mattino quando Mario Toso, seminarista ventunenne dell’istituto salesiano di Mirabello Monferrato (Al),superato il secondo il secondo cortile, si dirige verso e scale del blocco G. Iscritto a filosofia, è arrivato all'ateneo molto pre­sto e dopo aver assistito alla messa del mattino punta verso una salet­ta al primo piano: deve fare alcune ricerche ed è certo che nessuno lo disturberà.

Toso è una persona scrupolosa, forse fin troppo zelante, e quando ar­riva all'ammezzato e sente il rum­re di uno scroscio d'acqua provenire dai bagni femminili non esita a entra­re per vedere cosa stia succeden­do. Quel che vede cambierà com­pletamente la sua vita: in una pozza di sangue giace, stesa su un fianco, una ragazza. Indossa un abito az­zurro a fiori, le gambe sono scoper­te. I muri sono imbrattati di sangue e persino la maniglia reca i segni del terribile omicidio. Terrorizzato, chiede aiuto e in breve il piccolo bagno si riempie: arrivano il custode, alcuni studenti e professori. Tutti rimangono senza parole dinanzi a[lo scempio di quel povero corpo. Quando giunge la polizia (benché in base ai metodi di indagine di oggi la scena del crimine sarebbe considerata irri­mediabilmente compromessa), non molto è cambiato.

L'ambientazione, comunque, for­nisce l'unica certezza su quanto è avvenuto: sicuramente non si trat­ta di omicidio a scopo di rapina. Dal­la borsetta della ragazza non sembra mancare nulla e al dito porta ancora un anello di un certo valore. Una prima ricostruzione ipotizza che qualcuno abbia tentato di violentarla ma che lei si sia dife­sa, come confermano le ferite alle mani; forse a causa di ciò, in un rap­tus inaudito di violenza, l'assassino l'ha finita. Che la ragazza non abbia subito violenza è dimostrato dal fat­to che viene trovata completamente vestita e, soprattutto, dagli esiti del­l'autopsia.

L'esame post mortem, effettuato il 28 luglio, racconta, in tutta la sua ef­feratezza, la brutale fine della giova­ne: i medici contano 33 coltellate, molte delle quali giunte in profondità. Di questa gragnuola di colpi, 7 sono mortali, ma quello definitivo, quel­lo che ha provocato la morte imm8­diata, è alla carotide. L'autopsia per­mette anche di stabilire che l'arma del delitto  è un coltello molto lungo  con la lama finemente affilata, forse un coltello da macellaio.

Una breve consultazione tra le denuncie delle persone scomparse un nome a quel corpo. Si tratta  di Simonetta Ferrero, di cui nono si avevano notizie dal sabato precedente.

L'anello che portava al dito  era quello che aveva ricevuto in regalo il giorno che si era laureata. Duen anni prima,nel 1969, proprio all’università Cattolica.

 

I Ferrero rappresentano la classi­ca famiglia borghese: il padre Fran­cesco è ragioniere e lavora alla Montedison, la madre Liliana è lau­reata, ma fa la casalinga, Elena, una delle sorelle, è assistente alla Stata­le mentre Elisabetta, l'altra sorella, studia biologia.

Simonetta è una brava ragazza, molto posata; seria ma allo stes­so tempo simpatica. Si è iscritta alla Cattolica per il prestigio de/l'ateneo ma anche per la bella lettera di rac­comandazione che le ha fatto lo zio sacerdote. Monsignor Carlo Ferre­ro è, infatti, presidente dell'Istituto di scienze teologiche dell'Universi­tà Internazionale Pro Deo di Roma. Laureata nel 1969 in Scienze politi­che con il professor Gianfranco Mi­glio, politologo tra i "fondatori" del­la Lega Nord, è subito assunta alla Montedison dove si occupa della selezione del personale.

Il 24 luglio, giorno della scompar­sa, Simonetta dovrebbe partire con la famiglia per le vacanze in Corsi­ca. Stando al racconto dei genito­ri, quella mattina la ragazza è usci­ta di casa attorno alle 10,30 perché aveva in programma una serie di commissioni: andare in banca a cambiare le lire in franchi, passare dall'estetista, andare dal tappezzie­re per scegliere la stoffa per fodera­re alcune sedie e quindi passare in Cattolica per prendere dei libri per il fidanzato di un'amica. Poiché alle 13 l'università chiudeva, sarebbe si­curamente rientrata per pranzo. Simonetta è una ragazza molto puntuale e, non vedendola rientra­re, i genitori cominciarono a preoc­cuparsi: la sera, rinunciando ov­viamente alla partenza, vanno a denunciare la scomparsa della fi­glia. Sicuramente passano un fine settimana d'inferno ma certo il lu­nedì è ancora peggiore. Alla noti­zia dell'omicidio il padre è colto da infarto, tanto che il riconoscimento del corpo viene fatto da due zii.

 

Secondo l'autopsia, il decesso sarebbe avvenuto tra le 11,30 e le 13,30. Gli inquirenti si concentrano,

quindi, sull'ora del delitto. In quel frangente la Cattolica è praticamen­te deserta: tra bidelli, professori e studenti ci saranno una cinquanti­na di persone, tuttavia la scena del crimine fa pensare che Simonetta si sia difesa e abbia urlato.

Come mai nessuno ha sentito?

La risposta è facile: nel cortile sot­to i bagni del blocco G alcuni ope­rai stanno lavorando con un martel­lo pneumatico e il frastuono è tale da coprire ogni possibile richiesta di aiuto. Alle 12, poi, smettono di la­vorare per la pausa pranzo mentre alle 13 l'Università chiude e all'inter­no potrebbe essere rimasta solo Simonetta con il suo assassino. An­che in questo caso, chi mai avrebbe potuto udirla e aiutarla?

Appurato che nessuno ha visto Simonetta arrivare o andare verso i bagni, gli inquirenti cominciano l'in­dagine percorrendo a ritroso la sua giornata. Cos'ha fatto prima di ar­rivare all'appuntamento con il suo assassino?

Sicuramente è stata in banca, dove ha cambiato le lire in franchi, ma non è passata né dall'estetista né dal tappezziere. È invece stata in una libreria, dove ha acquistato un dizionario italiano-francese. e in una profumeria. Gli inquirenti ascoltano con molto interesse la testimonian­za della commessa: le sembra di ri­cordare, infatti, che la ragazza pos­sa essere scesa da una 500 bianca parcheggiata proprio accanto all'in­gresso del negozio di corso Vercel­li. La pista di un possibile accompa­gnatore si rivela, però, una strada senza uscita.

L'indagine permette anche di sco­prire altre incongruenze: secondo quanto detto da Simonetta ai genito­ri, quel 24 luglio ella si doveva reca­re in università per acquistare alcune dispense per il fidanzato di una sua amica. Le indagini appurano, invece, che questo era accaduto almeno un mese prima. Perché mai, allora, Si­monetta ha fatto questa affermazio­ne e perché è andata alla Cattolica? Tra le ipotesi spunta anche il possi­bile appuntamento con un fidanza­to segreto. Un possibile innamorato che, respinto, è colto da un raptus di follia e la uccide. Tuttavia nessun ri­scontro rende credibile questa ipote­si che presto viene abbandonata.

 

Gli inquirenti, inoltre, escludono immediatamente Toso dalla rosa dei sospetti. Nonostante subito dopo la scoperta del cadavere sia scappa­to per rifugiarsi presso l'Istituto sa­lesiano di Mirabello Monferrato, due giorni dopo egli ricompare per farsi interrogare. La sua storia viene cre­duta, anche perché l'uomo non pre­senta segni di graffi, mentre sotto le unghie di Simonetta sono stati tro­vati frammenti di pelle: era riuscita a graffiare il suo assassino. Inoltre, tra le macchie di sangue che riempiono le pareti e le porte del bagno delle

donne, c'é l'impronta di una mano che fa pensare che l'assassino sia un uomo di corporatura massiccia. Viene anche scartata l'ipotesi di un omicidio maturato nell'ambien­te di lavoro. Simonetta, che per la Montedison si occupava della sele­zione del personale, era molto sti­mata in ufficio e l'indagine esclude che la sua morte sia da imputare alla vendetta di qualche candidato respinto.

Il numero delle coltellate, 33 come gli anni di Cristo, e il luogo dell'omi­cidio, la Cattolica, potrebbe far pen­sare a un omicidio rituale ma, vista la metodologia del delitto, questa ipotesi non viene presa nella minima considerazione.

In un periodo nero come gli anni Settanta, quando tutto è politico, non manca anche la pista politica. La morte di Simonetta viene messa in relazione con il ruolo di suo zio, monsignor Carlo Ferrero. Secondo la cosiddetta "controinformazione" dell'epoca, la Pro Deo sarebbe una sorta di agenzia di controspionag­gio vaticana creata degli americani in funzione anticomunista. Va detto, ad onor di cronaca, che il fondatore della Pro Deo, padre Felix Morlion, ebbe una gioventù avventurosa ma soprattutto intuizioni geniali che

lo portarono a capire l'importan­za della comunicazione e del cine­ma. Grande fautore dei cineforum, ne può essere considerato l'inven­tore. Nel i 947 ha fondato la pri­ma università di giornalismo, il nu­cleo di quello che nel i 966 sarebbe divenuto l'Istituto di scienze teolo­giche dell'Università internazionale Pro Deo di Roma, per trasformar­si definitivamente, grazie all'impe­gno di Umberto Agnelli, nella Luiss

 

(Libera università internazionale de­gli studi sociali, di cui diviene presi­dente Guido Carli, allora presidente di Confindustria, sostituendo mon­signor Carlo Ferrero).

 

La brutalità dell'omicidio e il luogo l'università a due passi da Sant'Am­brogio, fanno parecchio scalpore e creano un profondo coinvolgimen­to nell'opinione pubblica, tanto che sono molte le studentesse a denun­ciare di aver subito molestie e at­tenzioni da parte di sconosciuti nei pressi della Cattolica. Le indagini seguono allora la pista del maniaco sessuale e vengono interrogati al­cuni guardoni, ben conosciuti dal­la buoncostume, che sono soliti aggirarsi attorno all'ateneo. La città scopre in quell'occasione che a Milano la polizia conosce e segue ben ­6 maniaci nella sola zona dell'uni­versità Cattolica.

Gli inquirenti ipotizzano, quindi che in quella giornata calda e afe­sa Simonetta abbia deciso di andare nei bagni della Cattolica per darsi  una rinfrescata e lì, per un caso sfortunato, un maniaco, uno di questi guardoni che sono soliti spiare le ragazze nei bagni, l'abbia seguita lungo i corridoi. Una volta vistosi scoperto, l'uomo l'avrebbe uccisa.

Secondo gli inquirenti, infatti. corpo non riporta le classiche ferite al ventre che sono caratteristiche ­degli omicidi a carattere sessuale e ­che indicano l'odio violento dell’assassino verso le donne.

Alcune denunce portano all’arresto, su un treno delle Ferrovie di un giovane seminarista indicato come un molestatore che armato di coltello. Si scopre, invece che costui non ha alcun coltello che è soltanto un giovane mentalmente disturbato.

Nella notte dell'11 agosto una telefonata giunta in Questura s­embra dare  una sferzata all'inchiesta:­

al Lorenteggio, un quartiere dell’area ovest di Milano, viene fermato un giovane in evidente stato di confusione mentale. Dice di essere uno studente della Cattolica  perseguitato dai rimorsi e chiede:

di parlare con il commissario che si occupa dell'omicidio di Simonetta Ferrario.

Non appena comincia l'interroga­torio, però, si scopre che è solo una vittima del caldo di quell'estate afo­sa. A un mese dall’assassinio, Vengono esaminati 15.000 abbonamenti ferroviari, dopo aver interrogato più 360 persone, 76 delle quali hanno dovuto interrompere le vacanze, gli inquirenti sono al punto di partenza: L’unica certezza è che Simonetta è morta ed il suo assassino rimarrà sconosciuto.

 

Un serial Killer sotto la madonnina

 

Il delitto Ferrero è da molti considerato un crimine perfetto. Per altri invece uno dei tasselli di una storia di sangue  incominciata nel 1970 e finita nel 1975.

Una storia che fa pensare a un serial killer. In questi cinque anni, infatti  a Milano ben 11 donne ven­gono uccise. Alcune sono prosti­tute, altre ragazze per bene. Tutte sono ammazzate con un coltello a lama lunga e molto affilato. L'enig­ma comincia, in via Settala, dalle parti della stazione Centrale, quando Valentina Masneri Tribolati, una giovane disegnatrice di moda, viene uccisa da 16 coltellate.

Tra le 11 vittime che anco­ra aspettano la cattura del loro assassino c'è anche Margheri­ta Dossena; la donna, proprieta­ria di una pensione nei pressi della stazione, era la madre di Agosti­na Belli, la splendida attrice che nel 1968, quando ancora lavorava come commessa alla Rinascente, aveva iniziato la sua carriera cinematografica interpretando, per gioco, il ruolo di uno degli ostag­gi nel film "Banditi a Milano" di Car­lo Lizzani.

 

Nel 1993 Achille Serra viene no­minato questore di Milano. Forse per il fatto che abbia seguito le indagi­ni sull'omicidio Ferrero quando era ancora vicecommissario a spingere una mano anonima a scrivergli una lettera. Una lettera che porta a nuove indagini. Il misterioso "T.B.", non si capisce se si tratti di un uomo o di una donna, scrive che tra il 1974 e il 1975 una giovane di 20/22 anni "a me cara" era stata insidiata da un

padre spirituale della Cattolica. In seguito alla denuncia all'autorità ecclesiastica, il prelato era stato imme­iatamente allontanato. L'anonimo continua e scrive che aveva sem­pre messo in relazione quel padre spirituale, del quale non conosce­va il nome, con il delitto della Cattolica e che ora, dopo quasi vent'anni voleva liberarsi di quel peso. Anche se sapeva bene che sarebbe stato molto difficile rintracciare il colpevole ­le. La lettera continuava segnalare  che il sacerdote all'epoca aveva ­quant'anni ed era veneto.

Serra ritiene T.B. credibile e fa pubblicare la lettera dai quotidiani.

Gli elementi sono minimi, ma nel questore si fa strada il dubbio che T.B. possa persino essere l'assassino. Sono interrogati ex studenti e  professori, tuttavia non si trova é alcun riscontro relativo all’allontamento di un padre spirituale. Se alcuni ex studenti ricordano vaga­mente di una ragazza che, in una delle molte assemblee dell'epoca aveva denunciato di essere stata molestata da un religioso. Nessu­no ne ricorda però il nome o quan­do il fatto sia avvenuto. Impossibi­le, poi, tentare riscontri sulle prove  raccolte all'epoca del delitto. I fa­scicoli, compresi forse i frammerti di pelle trovati sotto le unghie di Simonetta, sono stati tutti distrutti e persino la topografia dei luo­ghi è completamente cambiata ce l'epoca dell'omicidio. Il colpevole questo delitto perfetto, o forse casuale, potrà essere scoperto solo se decidesse di confessare spontaneamente o per un caso di pura fatalità.

 

 

Millenovecentosettantuno, lunedì 26 luglio, ore 9 di una mattina già afosa, università Cattolica del Sacro Cuore a Milano.
Mario Toso, seminarista ventunenne dell’Istituto salesiano di Mirabello Monferrato varca i cancelli dell’ateneo, probabilmente incurante della canzone “4 marzo 1943” di Lucio Dalla, in testa alle classifiche di vendita di quel periodo, che la piccola radio della guardiola discretamente accesa trasmetteva per cercava di far sembrare meno lunghe le noiose giornate del custode.
Il giovane, attraversato il secondo cortile, prende a salire le scale del blocco G, alla ricerca di un istituto ove effettuare alcune ricerche. Giunto all’ammezzato, è attirato dallo scrosciare ininterrotto dell’acqua udito oltre la porta dei bagni femminili, in un’università quasi deserta di quel caldo luglio da pre-esodo estivo. Rimane qualche secondo a riflettere, poi timidamente apre la porta per verificare cosa originasse quell’inutile spreco d’acqua.

Dirà la stampa il giorno dopo: ”Quello che ha visto l’ha trattenuto sulla soglia, con le gambe che cominciavano a tremare e il cuore che balzava in gola. Tra due stanzini, una grande chiazza di sangue e immersa in essa una ragazza esanime stesa sul fianco destro. Altro sangue dappertutto, sui muri, nei due stanzini, sulla maniglia della porta”.

Il giovane seminarista, che avrebbe portato quella scena tra i ricordi della sua vita e tra gli incubi delle sue notti, corse urlando a cercare aiuto, avvisando a gran voce il custode, Mario Baggi, che dovette recarsi di persona nei bagni per capire esattamente cosa volesse dirgli il ragazzo in preda al terrore e alla confusione più disarmante.
Furono sufficienti pochi minuti perché sulla scena del delitto accorressero altri studenti, seguiti da polizia, carabinieri ed, infine, dal sostituto procuratore della Repubblica, il dottor Paolillo, con il commissario capo Caracciolo, il commissario Rosati e il maggiore dei Carabinieri, Rossi.

Quello che fu immediatamente accertato era che il corpo della povera ragazza, identificata per Simonetta Ferrero, anni 26, laureata alla Cattolica e impiegata presso la Montedison, abitante coi genitori in via Osoppo a Milano, era stato selvaggiamente massacrato con almeno dodici colpi di arma da taglio, inferti sul ventre, sul collo, sul volto. Il cadavere appariva composto e vestito, non si notarono apparenti segni di violenza, e forse proprio per evitarla la ragazza aveva disperatamente tentato di difendersi, e prova ne erano alcune lievi ferite alle mani, alzate probabilmente nel tentativo di arrestare i colpi mortali del coltello assassino.

Il Corriere della Sera del 27 luglio titolò: “Giovane laureata uccisa a coltellate” – “Tenebroso assassinio all’università cattolica”. Per Milano, che già non viveva anni sereni, un’altra brutta storia da inserire negli annali della cronaca nera.

 

 

La vittima, le sue ultime ore

La giovane Simonetta, come risultò facilmente dalle prime indagini, era uscita di casa il sabato precedente, 24 luglio, di buna mattina, per sbrigare alcune ultime commissioni in vista della imminente partenza, programmata per quella sera stessa, alla volta del mare di Corsica, ove avrebbe trascorso, secondo i programmi, due settimane di relax e divertimento. Salutati i genitori alle 10.30, disse loro che sarebbe andata da un tappezziere di via Luini, per scegliere alcuni rivestimenti per certe sedie di casa, dall’estetista di via Dante, e alla Cattolica, in cerca di alcune dispense di diritto per un’amica.

Non fu vista in nessuno dei due negozi, evidentemente aveva pensato di passare prima in ateneo. La poveretta però non sapeva che le due librerie universitarie erano chiuse i sabato estivi, e gli inquirenti ricostruirono quegli ultimi suoi minuti ipotizzando che trovata chiusa la prima, quella vicino all’ingresso, si fosse spinta fino al secondo cortile, per tentare con la seconda. Vistala chiusa, forse volontariamente aveva imboccato le scale per raggiungere, prima di tornare alle altre incombenze, i bagni femminili, magari per darsi una rinfrescata.

Interno della CattolicaE lì, senza testimoni, quello che accadde poteva essere svelato solo dalla Scientifica.

Di certo si trovò nei bagni dell’ammezzato, all’appuntamento con la morte, tra le undici e le tredici.

Furono subito sentiti alcuni muratori che lavoravano in quei giorni al piano terreno, impegnati nel rifacimento della pavimentazione in parquet. Ma il loro racconto, plausibile, si basava su di un elemento semplicissimo: il rumore assordate del martello pneumatico non avrebbe permesso loro di udire alcunché, e poi in ogni caso alle dodici avevano staccato per andare a pranzo. L’assassino avrebbe potuto uccidere quindi sia approfittando del frastuono, incurante delle eventuali grida della vittima, oppure dopo, sfruttando il deserto estivo della pausa pranzo.

Il sabato sera dell’omicidio, naturalmente, la famiglia allarmatissima per non aver avuto più notizie della figlia fin dalla mattina, aveva sporto denuncia di scomparsa al commissariato Magenta. La domenica era per loro trascorsa nell’angoscia più nera, fino alla tragica realtà emersa quel lunedì mattina. Per il padre e la madre andavano a quel punto le maggiori preoccupazioni: il primo aveva già subito due infarti, la seconde era stata colta da collasso appena appresa la notizia.

La vita della giovane fu, come da prassi, scandagliata fin nei minimi particolari: laureata brillantemente, era impiegata, come il padre, alla Montedison di piazzale Cadorna 5, dove si occupava di selezionare i nuovi assunti. Frequentazioni per bene, nessun fidanzato, sport, musica, volontariato tre volte alla settimana come infermiera alla Croce Rossa. Insomma, niente di niente, per gli inquirenti una sola pista: vittima innocente di un maniaco, di un bruto in cerca di qualche avventura. Esclusa la rapina: nella borsetta lire e franchi già cambiati per la vacanza in Corsica erano rimasti intatti e in ordine.

 

Le difficili indagini

Il 28 luglio furono resi pubblici i risultati dell’autopsia eseguita sul corpo della vittima. L’esame autoptico, che si era svolto all’istituto di medicina legale ad opera dei professori Falzi e Basile (a testimoniare l’importanza del caso), disegnò una realtà ben più violenta di quella emersa il giorno prima. Le coltellate presenti sul corpo erano trentatré, inferte da una lama lunga, ben affilata, ad un solo taglio (quale poteva essere un buon coltello da macellaio). Ventisette colpi entrarono in profondità, soprattutto nel torace e nell’addome, colpendo organi vitali. Sette i colpi che avrebbero provocato la morte, tra i quali uno che aveva reciso di netto la carotide. Le altre ferite erano più superficiali: alle mani, segno di un tentativo di difesa volto a fermare il coltello o a strapparlo di mano all’assassino, e alla schiena, segno invece questo di una fuga tentata inutilmente. L’autopsia escluse con certezza la violenza sessuale. Se anche quella fosse stata lo scopo del maniaco, la reazione della Ferrero, non aveva permesso al mostro di completare il suo disegno perverso.

Il mesto riconoscimento del cadavere fu, come ci spiega la stampa, riservato a due lontani parenti, onde evitare l’insostenibile ma necessario rituale ai poveri genitori, o alle due sorelle delle vittima, tutti estremamente colpiti dalla sorte tanto maligna.

Come detto, considerate le testimonianze relative alla vita privata delle giovane, del tutto irreprensibile, si iniziò con il mondo dei “guardoni”, come li definì la stampa dell’epoca.
Così si apprese che più di un tipo strano aveva frequentato l’università. Almeno sei erano i maniaci che gravitavano attorno all’ateneo, e spesso si spingevano persino nei corridoi, per importunare le ragazze e per offrire loro non si sa bene quali avventure galanti.
Uno addirittura seguiva le studentesse sui treni. Due erano stati identificati, si trattava di un quarantenne sedicente ingegnere navale, e di uno studente fuori corso da, ormai, 20 anni, che ancora bazzicava i locali universitari, soprattutto i bagni. Tutti ovviamente furono ben bene interrogati, le loro posizioni attentamente vagliate, ma tra alibi provati e verifiche incrociate, nessuno di quei depravati apparve essere coinvolto con l’assassinio.

Ma la polizia non si fermò ai primi segnalati, e decise di andare in fondo al mondo dei maniaci che troppo spesso avevano importunato, a volte anche pressantemente, le donne sole dell’università e delle vie limitrofe.
Il Corriere della Sera del 29 luglio titolò: ”Drammatico censimento dei maniaci” – “Una allucinante folla di anormali emerge dalla difficile inchiesta della polizia e dei carabinieri. La presenza di un ambiguo personaggio confermata da due impiegate”.

E proprio quest’ultimo ambiguo personaggio catturò l’attenzione degli investigatori. La testimonianza di due impiegate destò parecchio interesse. Le due donne dissero che il giovedì precedente, durante la pausa pranzo, dalle parti della galleria Borrella (piazza sant’Ambrogio, a due passi dall’ateneo) furono avvicinate da un giovanotto, di circa 25 anni, in pantaloni e camicia. Questo cominciò a seguirle rivolgendo loro frasi indecenti e volgarità a carattere sessuale. La voce era: “eccitata, rauca,…il discorso era osceno”. Il maniaco le seguì fino al portone del loro ufficio, poi scomparve appena le due entrarono nel palazzo.

Il cerchio si strinse attorno a tre depravati che pare avessero bazzicato la Cattolica il sabato mattina del delitto, uno addirittura era stato visto camminare (ma sarà poi stato vero?) sventagliandosi con un indumento intimo femminile. I tre divennero subito i sospettati, e iniziò nei loro confronti una vera caccia al mostro, non solo a Milano, ma anche in provincia, dove questi individui spesso risiedevano, per poi raggiungere la città con le ferrovie Nord.

Nel frattempo, il seminarista Toso, che aveva scoperto il cadavere, venne ascoltato in Procura durante un lungo colloquio col dottor Paolillo, ma come quest’ultimo disse ai giornalisti: “Il ragazzo ha fornito spiegazioni logiche e plausibili del perché fosse entrato nel bagno della scala G.” Quindi, era stato creduto quando aveva raccontato di essere entrato nei gabinetti perché incuriosito da quello scrosciare ininterrotto d’acqua.

Si appurarono inoltre due cose. Innanzitutto Simonetta andò alla Cattolica non per fare un favore ad un’amica, visto che questa confermò sì di averle chiesto alcune dispense, ma ciò era accaduto un mese prima, difficile dire che fosse tornata quel sabato mattina per qualche ulteriore piacere che aveva in mente di farle (e quindi, perché era andata in università? Aveva un appuntamento?). Secondo, prima di andare alla ricerca di quelle dispense di diritto, la poveretta era entrata, per una piccola spesa, in una profumeria di corso Vercelli. La commessa ricordò che all’ingresso c’era accostata una Fiat 500 bianca, ma non seppe dire se aspettava o meno la cliente, né vide se la ragazza, uscita, fosse poi salita sull’utilitaria o se ne fosse andata a piedi (e quindi, quella mattina era con qualcuno?). Insomma due elementi poco chiari, ma che comunque vennero tenuti in giusta considerazione.

Fu vagliata con grande professionalità anche la posizione dei quattro muratori.Vennero ascoltati per un intero pomeriggio, le loro abitazioni perquisite e i loro abiti da lavoro minuziosamente ispezionati. Risultarono decisamente estranei al fatto, e dal loro racconto si stabilì che il maniaco aveva agito prima di mezzogiorno, sfruttando il rumore assordante che i quattro facevano col martello pneumatico.

Il 29 luglio, nella chiesa di piazzale Brescia, si volsero i funerali, ai quali accorsero moltissime persone, compresi i colleghi di lavoro, le crocerossine del volontariato e numeroso personale della Cattolica.

Purtroppo dei maniaci sospettati nessuna traccia, e le certezza cominciavano a diventare sempre più deboli speranze.
Si trovò e venne sentito un seminarista, tal Bianciardi, che frequentava i treni della Milano - Saronno, sui quali si vantava di abbordare donne sole alla Cattolica. La sua casa venne perquisita, si trovarono diari definiti “allucinanti”. Ma essendo estraneo al tutto, fu ricoverato per accertamenti medici.
Vennero raccolte altre testimonianze, e venne fermato anche un pazzo che si aggirava in largo Gemelli, sotto il sole di trentatré gradi, con un quadro di carattere religioso invocando i santi, in una specie di processione privata. Venne però catalogato come “maniaco a carattere religioso”.
Durante uno degli ultimi sopralluoghi sulla scena del delitto, gli inquirenti trovarono tracce di sangue non della vittima, dal che si ipotizzò che il pazzo si fosse a sua volta ferito, ma anche questa scoperta non portò a nulla.

Dal primo di agosto, la stampa spostò l’attenzione su di un altro “avvenimento”: l’esodo estivo dell’esercito dei vacanzieri. Soliti titoloni tipo: Migliaia in coda ai caselli, le stazioni prese d’assalto, lunghe code sulle principali direttrici per il mare.
Il 3 agosto il Corriere racconta ai pochi milanesi rimasti in città che il maniaco avrebbe avuto tutto il tempo per cambiarsi d’abito, lavarsi e lasciare indisturbato il luogo senza incontrare nessuno. Il giorno seguente, setacciata di nuovo la Cattolica, all’inchiesta si aggiunse il ritrovamento di un fazzoletto, di uno straccio e di un indumento blu.

Ma il 5 agosto la stampa si butta su altro caso terribile: ”Massacrato al casello ferroviario”. Si trattava di un selvaggio delitto allo scalo romana, ma in poche ore venne fermato l’assassino, amico della vittima, che con questa divideva un abituro ricavato tra i magazzini merci abbandonati.
Il caso Cattolica cominciò così ad occupare i tagli bassi o i trafiletti, solo per informare che erano stati sentiti ben 150 sospettati, compresi due lontani parenti.

Poi la stampa dimenticò il terribile avvenimento, e si concentrò sulla situazione invivibile della Milano d’agosto, dove risultava impossibile persino trovare pane e latte a causa delle botteghe chiuse per ferie. A fine mese i giornali ricominciarono a parlare di traffico, causato dal solito ovvio controesodo.

E con la riapertura delle fabbriche, il delitto della Cattolica entrò nella palude dei casi irrisolti, palude dalla quale, ad onor del vero, cercò prepotentemente di uscire nell’autunno del 1993, quando una lettera anonima volle raccontare la “sua” verità circa un prete ormai maturo che all’epoca dei tragici fatti era conosciuto per aver importunato pesantemente alcune ragazze iscritte alla Cattolica.

Furono doverosamente riaperte le indagini, ma il tempo ormai aveva cancellato inesorabilmente qualsiasi possibile riscontro oggettivo.
E sul tutto, fu posta per sempre la pietra tombale.

Ad oggi, il caso di Simonetta Ferrero è rimasto un delitto senza colpevoli, o come si direbbe nel linguaggio dei giallisti, un delitto perfetto.

 
 
 

 

 
   
   
 

 

 
 

                                                                                                                  

 

   
         
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