Un Delitto da 200 euro
L'Orrendo Omicidio di Daniela Vidoni
Pestata a sangue, a mani nude, poi strangolata e, infine, immersa nell’acqua, lavata.
DanielaVidoni

L’hanno trovata distesa sul letto, ancora vestita. Sul collo e sul viso, aveva dei chiari segni di ecchimosi, come se qualcuno l’avesse picchiata o addirittura strangolata. La porta del suo appartamento, in via Sicilia a Treviso, era chiusa da fuori. Tutto era in ordine, dentro. Ma lei era morta, non si sa ancora da quanto. Il giallo a San Liberale, quartiere periferico di Treviso. Daniela Vidoni, 49 enne dipendente della cooperativa «Insieme si Può», veniva  trovata senza vita nella serata di un  giovedì di novembre . Sul posto il pm di turno, disponeva l’autopsia. Le indagini venivano avviate immediatamente  dalla squadra mobile, che propendeva sin dall'inizio per un omicidio.

A chiamare la polizia non avendo più notizie di lei erano stati la sorella ed alcuni colleghi di lavoro dopo che non si era presentata. La donna, che lavorava alla cooperativa sociale Insieme si Può, viveva sola.

I vigili del fuoco per entrare in casa  sfondavano la porta d’ingresso. In un primo momento pareva si trattasse di morte naturale, ma poi si è fatta strada la pista dell’omicidio. La sua auto, un suv, non è stata trovata, forse l’assassino l’aveva usata per scappare.

L’allarme era scattato nel pomeriggio, verso le 17 del 25 novembre 2010.

 A chiamare i vigili del fuoco era stata Rina Biz, la presidente dell’ente per cui lavorava la donna. Daniela, sempre metodica, non si era infatti presentata a lavoro al mattino presto. All’inizio, le sue colleghe pensavano ad un ritardo dovuto al sonno. «Sarà rimasta a letto». Così, hanno iniziato a chiamarla ad intervalli di mezz’ora per gestire i turni della piccola casa di riposo dove lavora, a Treviso.

Quando però si sono accorti che l’assenza si prolungava, qualcuno ha deciso di avvisare la presidente. «Alle 16.30 sono stata io a decidere che era giunto il momento di capire cosa fosse accaduto», dice Biz. Una telefonata al 115, i pompieri che vanno in via Sicilia, al civico 13. Le scale, il terzo piano, la porta che cede alle tenaglie. Ed eccola, Daniela, distesa sul letto. Vestita e senza vita. Immediatamente, da prassi, sono scattate le telefonate al 118 e alla polizia. All’inizio, pareva una morte naturale. Un infarto o un malore. Da prassi, veniva chiamato sul posto il medico legale, il dottor Massimo Montisci di Padova. E qualcosa è iniziato a non quadrare. Sul collo di Daniela c’erano degli strani segni. Sembrava che qualcuno l’avesse strangolata.

Per accertamenti, sopraggiungeva sul posto anche la dottoressa Valeria Sanzari, sostituto procuratore di turno. In pochi attimi è giunta anche la dirigenza della squadra mobile guidata da Roberto Della Rocca.

Un giallo, che poi ha fatto accrescere i sospetti una volta osservati i dettagli dell’appartamento. Gli oggetti, ad esempio. Tutto sembrava in ordine. Se qualcuno è entrato, è entrato con lei. Ma la porta di ingresso, quella no. Era chiusa da fuori. Il dubbio era quello: una donna che vive da sola chiude la porta e poi la lascia lì? Oppure gira la chiave tre, quattro volte per sicurezza? Nel mentre, i vicini di casa uscivano e raccontavano le singole fotografie che le loro menti avevano scattato su Daniela. «Una donna sempre gentile, cortese, che amava fumare le sue sigarette e giocare al Lotto. L’hanno vista l’ultima volta mercoledì pomeriggio al Rok, il bar dei cinesi».

Poi è saltata fuori la storia dei dolori di cuore. «Era stata sposata, poi aveva divorziato». Le parole si accavallano tra le luci blu della polizia. «Dopo aveva convissuto con un altro uomo, che faceva dei lavori precari. Ma la storia era finita da poco. Forse era stata lei a lasciarlo». In questo giallo dove un po’ tutti sospettano l’omicidio, non si trova il filo conduttore.

Daniela, secondo la perizia medico legale, sarebbe stata pestata a sangue, a mani nude, poi strangolata e, infine, immersa nell’acqua, lavata.

Il perché di quest’ultimo gesto, dicono gli inquirenti, ha una duplice lettura: l’assassino potrebbe aver lavato il corpo perchè era legato alla donna e non sopportava di vederla ridotta in quello stato o semplicemente perchè voleva cancellare le prove.

Alcuni testimoni  rivelavano alla stampa un dettaglio finora taciuto: Daniela, da qualche giorno, aveva un nuovo compagno, un uomo violento che la picchiava.

Nessuno, però, avrebbe mai visto quell’uomo.

Per le 24 ore successiva al ritrovamento del corpo, il principale sospettato era stato il suo ex fidanzato, Romeo Pavan, 59 anni, messo sotto torchio dagli inquirenti e infine scagionato.

Pavan, intervistato dal Gazzettino, ha ricostruito il suo ultimo incontro con Daniela:

Mercoledì mattina. Dovevo consegnare due sedie appena riparate a una famiglia di via Montegrappa. Non ho più l’Ape da qualche tempo e le tenevo nel magazzino di Daniela. Alle otto l’ho chiamata chiedendole se mi accompagnava per la consegna. È venuta a prendermi, le avevo anche preparato il caffè, ma non l’ha bevuto perché era bollente e perché aveva fretta. Diceva di dover fare delle commissioni. Così siamo andati a fare la consegna. Alle 9,20 eravamo di ritorno. Ci siamo salutati rimanendo d’accordo di sentirci nel pomeriggio verso le 16,30-16,40.

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Mario Ruffino il giorno del ritrovamento del cadavere di Daniela Vidoni, il 25 novembre , aveva affrontato la telecamera di una tv locale, Eden TV.

L’omicida non aveva avuto problemi a mantenere il sangue freddo e a rispondere alle domande dei giornalisti, come un comunissimo vicino di casa che era venuto a sapere della tragedia poco prima. Invece era stato proprio lui ad ucciderla.

«Ogni tanto la vedevo in giro al bar o dal tabaccaio», aveva dichiarato Ruffino facendo finta di non sapere nulla. «Era una donna un po’ sulle sue», aveva detto ancora. Una ventina di secondi mandati in onda insieme ad altre interviste.

Ruffino  crollava dopo circa tre ore di interrogatorio in Questura. Gli investigatori della squadra mobile gli avevano messo in fila tutte le contraddizioni emerse in settimane di indagini. Ad inchiodarlo anche i riscontri sul cellulare della donna ed i filmati delle telecamere della zona. Secondo quanto ricostruito, mettere la donna nella vasca da bagno era stato un tentativo per cercare di sviare le indagini, che però non è servito.

L'uomo, disoccupato, risiedeva a pochi metri dall'appartamento di Daniela Vidoni, insieme alla madre e a due fratelli più giovani. Con la Vidoni aveva un buon rapporto di vicinato, tanto che in più occasioni le aveva fatto dei lavoretti in casa. Fino a quando ha avuto l'occasione di rubare un'assegno di 200 euro.

Lui ha provato ad incassarlo, ma lei qualche giorno dopo si è resa conto di quanto aveva fatto ed ha minacciato di denunciarlo: proprio da lì sarebbe scaturito il litigio finito con l'esito tragico che si conosce. L'uomo l'avrebbe prima presa a pugni e poi strangolata.

Come è stato risolto il caso

Il fiuto di un poliziotto, con un'indagine 'vecchia maniera', ha permesso di risolvere dopo quasi due mesi e mezzo il giallo della donna di Treviso strangolata in casa, Daniela Vidoni, 49 anni, l'assistente per anziani la cui fine sembrava portare solo ad un vicolo cieco.

Il fiuto da vero investigatore è quello di Roberto Della Rocca, da poco arrivato alla guida della squadra mobile di Treviso, che per giorni aveva passato i pomeriggi fino a sera tarda nel quartiere dov'era avvenuto il delitto, San Liberale, a lui sconosciuto prima dell'arrivo in città. Ma rivoltando come un calzino il quartiere, Della Rocca è riuscito a risolvere il caso dell'omicidio Vidoni, scoprendo che quel suo vicino, Ruffini, di motivi ne aveva da nascondere alla polizia. Vicenda chiusa, congratulazioni del questore Carmine Damiano all'investigatore e ai suoi uomini, ai quali si è associato il procuratore di Treviso, Antonio Fojadelli.

"E' il risultato di un lavoro puramente investigativo - ha detto della Rocca - sentendo e risentendo i vicini, gli amici, suonando ripetutamente i campanelli delle case e trascorrendo le ore nel bar e nei negozi del quartiere alla ricerca di indizi".

Non era un'indagine facile. Il cadavere era stato lavato nel tentativo di cancellare le tracce. L'assassino aveva prima picchiato e poi strangolato la donna; infine aveva messo il corpo nella vasca da bagno. L'omicida si era allontanato portandosi via le chiavi dell'appartamento (la porta era chiusa con una mandata) e lasciando Daniela Vidoni sul suo letto, vestita e con le scarpe allacciate.

Le indagini erano partite a tutto campo. Era stato messo sotto 'torchio' e poi rilasciato un sessantenne, ex compagno della donna, che aveva un alibi di 'ferro'. Erano stati sentiti dei nomadi, perché uno di loro era stato visto con la vittima in un bar poco prima dell'omicidio. Il chiodo fisso era che la vittima conoscesse l'assassino e lo avesse fatto entrate in casa. L'ipotesi era giusta.

Secondo la ricostruzione della polizia, Ruffini - in passato denunciato per il furto di un 'gratta e vinci' in una tabaccheria -, aveva incassato l'assegno di 200 euro intestato a Daniela dopo averlo rubato mentre era in casa della donna per dei piccoli lavori. Sul quel denaro incassato in banca l'indagato aveva cercato di tergiversare, tentando di cavarsela con frasi contraddittorie. Ma anche le risposte sui suoi movimenti non avevano convinto gli uomini della mobile. Daniela e Mario - è il racconto fatto dall'indagato - si erano incontrati per caso nel pianerottolo nel palazzo di lei. La donna l'aveva affrontato dicendogli che l'avrebbe denunciato per l'assegno.

Ruffini, impaurito, avrebbe tentato un accomodamento, convincendo la donna a discutere del fatto nella sua casa. Ma una volta entrato nell'appartamento l'avrebbe aggredita e uccisa.

 

Il principale sospettato, un amico della donna, è crollato dopo una sorta di crisi isterica e ha iniziato ad ammettere ogni addebito, a raccontare ogni dettaglio di quell’atroce delitto. La donna era stata trovata a letto strangolata, distesa sul suo letto e vestita. L’esame autoptico aveva poi confermato che il killer l’aveva pure bagnata, quasi lavata. Poi nel corso degli ultimi due mesi, si era stretto il massimo riserbo attorno all’indagine. Ma sia il questore Carmine Damiano sia il procuratore della Repubblica Antonio Fojadelli avevano in più occasioni manifestato l’ottimismo per la soluzione del caso. Infatti, sul luogo del delitto erano stati trovati reperti che potevano rincondurre all’identità del killer.

Il 14 giugno 2011 il giudice per l'udienza preliminare di Treviso Elena Rossi ha condannato  a 30 anni di carcere, con rito abbreviato, Mario Ruffino.

Un po’ a sorpresa è caduta l’aggravante di aver falsificato un assegno, facendo così venire meno il movente di natura economica del delitto. Il giudice non ha però concesso le attenuanti generiche a Ruffino, cristallizzando così la condanna a 30 anni di reclusione. La difesa dell’uomo ha presentato appello. Il 38nne, arrestato il 4 febbraio 2011, aveva confessato l’omicidio nel corso di un lungo interrogatorio davanti al pm e al capo della Mobile, Roberto Della Rocca, che contro di lui avevano raccolto indizi pesantissimi.

Se le modalità dell’omicidio non presentavano punti oscuri - l’uomo ha colpito al viso Daniela Vidoni, stringendole poi il collo fino a strozzarla - il movente è sempre apparso molto meno chiaro. Tanto più ora che è caduta l’aggravante di aver falsificato l’assegno. Mario Ruffino aveva fatto riferimento a un movente di natura passionale.

 

 



 

 

 

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