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    Un Clamoroso Errore Giudiziario
     IL DELITTO DEGLI AMANTI DIABOLICI
    La misteriosa morte di Cinzia Bruno
    Quasi otto anni di galera per Massimo Pisano, marito di Cinzia Bruno, assassinata il 4 agosto 1993 dalla di lui amante, Silvana Agresta.
    Un altro clamoroso errore giudiziario originato da un’inchiesta della procura di Roma, giunta troppo presto a conclusioni troppo semplici.
    Un errore avallato da tre gradi di giudizio a cui solo un coraggioso, quanto impeccabile e minuzioso processo di revisione della corte d’Appello di Perugia (Presidente: Gabriele Lino VERRINA, consiglieri Claudio PRATILLO HELLMANN e Angelo DI SALVO, relatore) ha saputo rimediare.
    E’ però occorso uno straordinario lasso di tempo perché il delitto degli amanti diabolici, come la stampa - banalmente e con scarso acume – aveva battezzato la fine di una giovane donna, tornasse ad essere quello che era: la vendetta di una donna contro un’altra. La cieca furia dell’amante verso la moglie di lui.
    Un omicidio ancora non del tutto chiarito. Perché, con ogni probabilità, qualcuno ha aiutato Silvana Agresta – condannata all’ergastolo con sentenza definitiva – ad uccidere Cinzia Bruno. Qualcuno che da quasi otto anni è rimasto nell’ombra.
    LA VICENDA Roma, 6 agosto 1993: Attorno alle 20, sul greto del Tevere, nei pressi di Monterotondo, a pochi chilometri da Roma, vengono trovati un sacco di juta che ne contiene un secondo assieme ad altro di plastica della nettezza urbana. Dentro c’è il cadavere di una donna, uccisa con sei coltellate all’addome e una al collo che le ha tanciato la carotide. Secondo le perizie la donna sarebbe stata assassinata almeno un paio di giorni prima e, prima di morire, avrebbe ingurgitato 30 pasticche di un farmaco per dimagrire, il Plegine.
    La donna è Cinzia Bruno, 30 anni, abitante con il marito a Roma, nel quartiere  Monteverde. Impiegata nell'ufficio ragioneria del ministero dell’Interno, la Bruno era sposata dal 1988 con Massimo Pisano, 33 anni, operaio all'Istituto superiore di polizia e con lui aveva avuto una figlia ora di due anni. Ai carabinieri che lo interrogano Massimo Pisano racconta che la moglie si era allontanata da casa due giorni prima a bordo di una 126 e la descrive come una donna gelosa e possessiva che si lamentava di essere trascurata. In pochi giorni gli investigatori arrivano a queste conclusioni: la donna, la mattina del 4 agosto, dopo aver chiesto un giorno di permesso, ha atteso che il marito finisse il turno di lavoro, l'ha seguito con la sua auto fino a Riano Flaminio, si è appostata sotto la casa di una donna, Silvana Agresta, che sapeva essere l'amante del marito poi li ha sorpresi insieme. Pisano e l'amante, presi alla sprovvista dalla visita – questa la tesi dell’accusa, sostenuta dai PM Ersilia Calvanese e Lucio Bochicchio - per evitare scenate, invitano Cinzia sul retro della casa, che dà su una zona di campagna. Poi, la discussione e l'aggressione di Pisano e della Agresta contro la donna, che si difende (sotto le unghie gli specialisti hanno trovato lembi di epidermide e capelli), riesce a colpire l'amante del marito (che ha ecchimosi sulle braccia), ma poi viene sopraffatta. Non ha sul momento alcuna spiegazione la presenza nello stomaco della donna delle 30 pasticche di Plegine, alcune ancora intere. Dopo aver messo il corpo nei sacchi di juta, trovati in cantina ma che appartenevano al fratello di Silvana, e dopo aver avvolto la testa con un sacco di plastica della nettezza urbana, i due avrebbero portato il cadavere fino a Ponte del Grillo, vicino a Monterotondo, la sera stessa del delitto, gettandolo nella scarpata sul Tevere. Le sterpaglie e i cespugli che sorgono lungo la riva del fiume hanno impedito che il macabro fardello finisse in acqua. Gli assassini dimenticano anche di togliere dal dito della donna la fede, proprio l’elemento che permette la rapida identificazione del cadavere. L’11 agosto viene arrestato un uomo accusato di aver aiutato Massimo Pisano e Silvana Agresta a disfarsi del cadavere. E’ Sabatino Gigante, 38 anni, idraulico di Riano Flaminio. Sarebbe stato lui a trasportare il corpo senza vita di Cinzia Bruno e a gettarlo sul greto del Tevere. Intanto gli amanti respingono ogni accusa, anche ognuno punta l’indice accusatore contro l’altro. Il 19 agosto, quarto arresto: finisce in manette Maurizio Severini, 44 anni, residente a Riano Flaminio, accusato di falsa testimonianza e depistaggio delle indagini. Severini –  amico di Gigante – sarebbe colui che ha aiutato l’idraulico nell’operazione di occultamento del cadavere. L’inchiesta sull’omicidio di Cinzia Bruno viene chiusa in tempi rapidissimi. Il 24 marzo 1994 i due PM chiedono il rinvio a giudizio con l’accusa di omicidio volontario e occultamento di cadavere di Massimo Pisano e della sua amante Silvana Agresta. Secondo i magistrati della procura, devono essere processati anche Sabatino Gigante e Maurizio Severino i quali, per conto della Agresta, trasportarono sul greto del Tevere il corpo della Bruno. Il processo contro i quattro si apre davanti alla corte d’Assise di Roma l’11 luglio 1984. Con scarsa fantasia la stampa lo definisce subito il “processo agli amanti diabolici”. Massimo Pisano, fin dalle prime battute del dibattimento, grida con foga la sua innocenza. Lui ha un alibi forte: la mattina dell’omicidio era al lavoro e possono testimoniarlo decine di colleghi. C’è però un “buco” di un’ora, tra le 10.30 e le 11.30. In quel lasso di tempo Pisano afferma di essere stato prima all’ufficio del catasto (che dista 27 chilometri dalla zona in cui con ogni probabilità Cinzia è stata assassinata) e poi da un ferramenta. Dal momento che il delitto – stando alle perizie – dovrebbe essere avvenuto tra le 11 e le 12, è impossibile che Pisano vi abbia partecipato. Nell’udienza del 14 luglio la corte (presieduta da un magistrato di grande esperienza, Severino Santiapichi, che ha diretto il primo processo contro le Brigate rosse) cerca di approfondire l’alibi di Pisano e quel buco di un’ora. Ma le testimonianze dei suoi collegi a nulla valgono. Così come i ricordi particolareggiati di Pisano che descrive perfino episodi avvenuti quella mattina al catasto. Ne gli serve che il maresciallo Francesco Donato esibisca le chiavi che – per suo conto – Pisano aveva fatto duplicare dal ferramenta la mattina e nel momnento del delitto. La corte sembra invece più interessata da un’altra deposizione: quella di un carabiniere, Giuseppe Melillo, il quale afferma che dai rilievi fatti occorrono poco  più di venti minuti per percorrere in auto il tragitto tra  l'Istituto superiore di polizia, in Via Flaminia, dove lavorava  Pisano, e l'abitazione degli Agresta a Riano. Il particolare è  importante per l'accusa perché dimostra che nell'ora di ''buco'' nella giornata lavorativa di Pisano, quel 4 agosto, questi abbia potuto recarsi a casa dell'amante, dove la Bruno è stata uccisa, e tornare poi in ufficio. Un omicidio premeditato, quindi, dal marito di Cinzia e dalla sua amante. Il 25 ottobre 1994 tocca a Sabatino Gigante spiegare come perché trasportò il corpo senza vita di Cinzia Bruno da casa Agresta fin sul greto del Tevere. Gigante ammette le sue responsabilità e ammette di aver ricevuto da Silvana Agresta cinque milioni di lire, che divise con un suo amico, un muratore di Riano, Maurizio Severini. La deposizione di Gigante – che non parla mai di Pisano - incastra la Agresta. Il 10 novembre è la giornata clou del processo: è previsto il confronto tra i due amanti. Nel corso del drammatico faccia a faccia la Agresta sostiene di avere trovato il pacco con il cadavere di Cinzia quando tornò a casa, quel mercoledì 4 agosto. Aggiunge che era stato proprio Massimo a dirle di fare sparire il cadavere e a chiederle di spostare l'auto della vittima, trovata parcheggiata nel posteggio di un bar. L'uomo nega tutto. “Non e' vero. La chiamai solo verso le 14 per dirle che stavo andando da lei a pranzo, ma non sapevo che mia moglie fosse sparita. Poi la richiamai per dirle che non sarei arrivato perché un'amica mi aveva detto che Cinzia stava andando da lei”. Nonostante molti aspetti della vicenda non siano stati messi a fuoco, come ad esempio l’alibi fornito da Pisano, il 29 novembre 1994 la corte d’Assise di Roma emette la sentenza: ergastolo sia per Massimo Pisano che per Silvana Agresta. Quattro anni di reclusione ciascuno per Maurizio Severini e Sabatino Gigante. Accolte in pieno le richieste del Pm Lucio Bochicchio. Si delinea un grave errore giudiziario. Un anno dopo, il 27 novembre 1995, la condanna all’ergastolo inflitta in primo grado ai due viene confermata nel corso di un processo di Appello che non mostra la volontà di approfondire la vicenda come invece la stessa meriterebbe. Confermate anche le condanne a quattro anni di reclusione per i due complici. La vicenda giudiziaria dei due amanti assassini sembra concludersi con la conferma della Cassazione. Ma in carcere Pisano continua a protestarsi innocente fino ad ottenere qualcosa di difficilissimo per le regole della giustizia italiana: il processo di revisione. Il 19 febbraio 2001 la corte d’Appello di Perugia al termine di un processo minuzioso, che andrebbe preso ad esempio di una giustizia davvero corretta, ribalta la sentenza e lo assolve. Il processo di revisione non si limita ad escludere la responsabilità di Pisano nell’omicidio di sua moglie, ma si spinge più in là: ricostruisce con pazienza certosina tutte le fasi del delitto, giungendo a queste conclusioni: Cinzia Bruno non si recò a casa di Silvana Agresta, l’amante del Pisano, per sorprendere i due, ma per un chiarimento con la rivale. Tra le due donne nacque un diverbio che presto degenerò in una colluttazione (da qui le ecchimosi sulle braccia della Agresta) e le contusioni trovate sulla testa di Cinzia. La Bruno, tramortita da quei colpi inferti dalla Agresta con un bastone, rimase a terra semisvenuta. Fu a questo punto che l’amante di Pisano cercò di farle ingurgitare delle compresse di Plegine, trovate nell’armadio dei medicinali del fratello. Lo scopo – certamente infantile – era quello di simulare il suicidio della Bruno. Si trattò di un’operazione lunga e complessa che ebbe solo l’effetto di risvegliare dal torpore la Bruno che riprese a lottare. A questo punto la Agresta afferrò un coltello da cucina e inferse alla sua rivale sei coltellate all’addome, finendola con una coltellata alla gola che tranciò di netto la carotide, provocando la sua morte. Secondo la sentenza di revisione sia nell’operazione del tentato avvelenamento, sia nell’accoltellamento, sia nella rimozione del cadavere Silvana Agesta fu aiutata da qualcuno diverso dal Pisano. Chi è il complice del delitto. La Corte d’Appello di Perugia ha trasferito gli atti alla procura di Roma perché l’inchiesta sul delitto di Cinzia Bruno riprenda laddove si era erroneamente fermatoLa ricostruzione giudiziaria della morte di Cinzia, ma soprattutto la vicenda dell’inutile detenzione di Massimo, sono entrambe emblematiche dei problemi della giustizia italiana. Come ben evidenziano le motivazioni della sentenza di revisione che pubblichiamo integralmente in queste pagine.
    Perizie tossicologiche - indispensabili a stabilire l’esatta ora del decesso – completamente sbagliate e che hanno ampiamente influenzato tre processi; analisi dei tempi di percorrenza tra Roma e il luogo del delitto a dir poco superficiali; esame dell’alibi di Massimo Pisano quanto meno approssimativo; convinzione del tutto erronea dei giudici che quello di Cinzia Bruno fosse un delitto premeditato; certezza infondata che la vittima fosse caduta in una sorta di trappola diabolica. Sono tutti questi elementi che sembravano destinati a costruire un altro mostro e a tenere un altro innocente in galera.
    Ma perché soltanto un
    processo di revisione, che in Italia è difficilissimo da ottenere, è riuscito a stabilire l’innocenza di colui che – al massimo – negli altri gradi di giudizio poteva essere ritenuto un indiziato?

  • Cinzia Bruno

  • L’obiettivo che la corte d’Appello di Perugia è riuscita a raggiungere, un obiettivo importante perché di mezzo c’era la vita di un uomo, sta certamente nell’intelligenza degli avvocati difensori di Massimo Pisano,ma sta soprattutto nello scrupolo e nella grande professionalità dimostrata dagli stessi giudici della corte. Una sola domanda per tutte: come è potuto accadere che la corte d’Assise di Roma, pur essendo presieduta da una figura di primo piano, non abbia creduto all’alibi di Pisano, mentre – allo stesso alibi - la corte d’Appello di Perugia è riuscita a trovare ben 22 riscontri testimoniali?
    Di seguito proponiamo, oltre alle motivazioni della sentenza che ha restituito la libertà ad un innocente, due estratti della stessa. Quello che riguarda la veridicità dell’alibi dell’imputato – ignorata dai magistrati della procura di Roma, da una corte d’Assise e da una corte d’Appello – e quello che ricostruisce nei minimi dettagli e con estrema lucidità le fasi del delitto.
    Le RAGIONI DELL'INNOCENZA DI MASSIMO PISANO    L’imputato Massimo Pisano ha riferito che alle ore 10,00 circa del 4.8.1993, dovendo recarsi al catasto per espletare le pratiche “Trappetti” e  ”Monari”  uscì dall’Istituto Superiore di Polizia, ma ufficialmente solo per fare i duplicati di 4 chiavi della palestra. Prima di uscire, Massimo Pisano chiese al collega Fusini, che gli rispose negativamente, di accompagnarlo (cfr. int. 26.8.1993, ore 13,50; ud. 27.10.1994, faldone II, vol. 12): è di elementare evidenza che se l’imputato avesse avuto un qualsivoglia ruolo di compartecipazione nell’esecuzione del delitto, di certo non avrebbe effettuato tale invito. Secondo i testi esaminati nel giudizio di cognizione, invece, più esattamente l'orario di uscita e di reingresso dell’imputato Massimo Pisano si colloca tra le 10,30 e le 11,30. Nel giudizio di cognizione l’orario di uscita è stato indicato nelle ore 10,00 solo perché riferito dallo stesso imputato  (cfr. sentenza di condanna primo grado, fol. 86) nell'interrogatorio del 26.8.93 (uscita ore 10,10 e rientro ore 11,10), mentre i testimoni hanno concordemente indicato l’orario di(uscita in 10,30 e quello di rientro in 11,30.   All’Alibi di Pisano la corte d’Appello di Perugia riconosce ed elenca un’infinità di riscontri (NDR). Ma l’elemento di maggior peso è indubbiamente questo che segue:    I tempi di percorrenza tra l’Istituto Superiore di Polizia e l’abitazione di Silvana Agresta, sita in via G.  Matteotti, 10 di Riano (RM) alla luce della deposizione del geometra dell’A.N.A.S. Franco Giammattei, sorvegliante della S.S. n. 3 Flaminia, dal Km 7 al Km 43 La circostanza relativa all’interruzione stradale sulla Flaminia non può considerarsi di per sé nuova, perché la difesa dell’imputato fu autorizzata dalla Corte d’Assise a richiedere all’ANAS effettiva conferma dei tempi e luoghi dei lavori stradali intervenuti sulla via Flaminia dopo il G.R.A. e prima del bivio per Riano. La relativa documentazione fu prodotta ed acquisita al foglio 105 del fascicolo della Corte d’Assise d’Appello di Roma (v.si all.to 104 della richiesta di revisione) ed il ritardo della produzione consentì comunque ai Giudici di primo grado di circoscrivere in 40 minuti il tempo occorrente per andare e tornare dall’Istituto Superiore di Polizia fino a casa dell’Agresta, periodo temporale che non è più mutato nelle successive sentenze. L’esperimento giudiziale sul percorso fu compiuto il 4 agosto ’94 dai Marescialli Giannini e Melillo, verbalizzanti delle indagini di Polizia Giudiziaria: dal risultato dell’esperimento scaturisce una velocità media di km/h 77, 333 (km 23,2 in 18 minuti). Nel tragitto più breve, quello che fu effettivamente percorso tra l’Istituto Superiore di Polizia e via Matteotti, 10 in Riano, vi sono 12 incroci regolati da semafori (5 tra l’Istituto Superiore di Polizia e corso Francia e 7 tra corso Francia e l’inizio della Flaminia, con un limite di velocità massima su quest’ultima consolare di 70 km) e nel tragitto a ritroso ve ne sono addirittura 14. La difesa dell’imputato ha sottoposto a questa Corte di merito un esperimento stragiudiziale compiuto il 3 agosto 1994 da un cronista de “La Repubblica”, Massimo Lugli, in compagnia del suo collega-fotografo, Massimo Zampetti, i quali effettuarono una sosta di meno di 20 minuti sotto casa dell’Agresta per fare ritorno in via Guido Reni, all’esterno dell’Istituto Superiore di Polizia, da cui si erano mossi alle ore 10,30. Secondo tale “esperimento” i tempi di percorrenza andrebbero calcolati in oltre 45 minuti, senza tenere conto dei tempi di entrata e uscita dall’Istituto Superiore di Polizia e quelli del parcheggio sotto casa dell’Agresta, ove i cronisti semplicemente stazionarono (vds. all.to 106 richiesta revis.). Al riguardo, non potendo utilizzare quale mezzo di prova l’esperimento effettuato dal giornalista, la Corte ha ammesso l’esame del teste Giammattei Franco, geometra dell’A.N.A.S., mai esaminato nel giudizio di cognizione, capo-cantoniere e sorvegliante della S.S. n. 3 Flaminia, dal Km 7 al Km 43, il quale ha riferito che nel 1990 iniziarono dei lavori sul raccordo stradale della strada Flaminia e che alla data del 4.8.1993 i lavori stradali erano in corso, rallentando notevolmente il traffico sul tratto autostradale dal km 13,400 al km. 15,500-16. Il teste ha riferito che i lavori di rifacimento di questa arteria stradale impegnarono svariati Km della strada per circa 4 anni. In particolare il Giammattei ha riferito che "il traffico scorreva in maniera anomala" (f. 19), e che "dal km 13.400 fino al Km 15.500-16, per un paio di Km era tutta la zona interessata a grandi lavori", con l'ulteriore conseguenza, in ordine al tempo di percorrenza del tratto stradale oggetto dei detti lavori, che “occorrevano 10-15 minuti per percorrere poco più di 2 Km”. Anche la strada alternativa per raggiungere Riano, (attraverso la Tiberina e, quindi, la Rianese), non avrebbe consentito di poter by-passare il tratto interessato dai lavori, essendo emerso anche topograficamente (vedi cartina all. D, prodotta dalla difesa dell’imputato all'udienza del 4.12.2000, consultata dal geometra Giammattei durante l’esame dibattimentale) che lo svincolo per la Tiberina era successivo al tratto interessato ai lavori di quel periodo, trovandosi all'altezza di Prima Porta. A domanda del P.G., il Giammattei ha precisato che “alla data del 3 agosto 1994 i lavori non erano ancora cessati”. E’ di tutta evidenza, secondo la comune esperienza, che i lavori effettuati su percorsi autostradali, mano a mano che vengono parzialmente ultimati, vanno a ridurre, consequenzialmente, il residuo tratto interessato dai lavori stessi e, quindi, il rallentamento dovuto all’incanalamento a traffico alternato, per cui l’esperimento giudiziale effettuato in data 3 agosto 1994, sui tempi di percorrenza tra l’Istituto Superiore di Polizia e l’abitazione di Silvana Agresta in via G.  Matteotti, 10 di Riano (RM), non fu effettuato nelle medesime condizioni esistenti alla data del 4 agosto 1993. Pertanto, in applicazione del principio di diritto che     “l'esperimento giudiziale di cui all'art. 218 cod. proc. pen. può essere disposto solo quando sia possibile riprodurre il fatto, oggetto della prova, nelle medesime condizioni  in cui si afferma o si ritiene essere avvenuto; l'impossibilità di una sua ricostruzione in termini di sostanziale identità rispetto ai dati di riferimento, infatti, rende del tutto inutile, se non addirittura fuorviante ai fini del giudizio, la verifica attuata mediante controllo sperimentale” (Cass. pen., 2^ sez., n. 2380, ud. 27.1.1995, dep. 9.3.1995, imp. Amico, Ced  200979), dal quale la Corte non intende discostarsi, deve ritenersi inattendibile e fuorviante, ai fini del presente processo, l’esperimento giudiziale effettuato dai verbalizzanti Giannini e Melillo, sui tempi di percorrenza tra l’Istituto Superiore di Polizia e l’abitazione di Silvana Agresta in via G.  Matteotti, 10 di Riano (RM), da cui scaturì una velocità media di km/h 77, 333 (km 23,2 in 18 minuti) in un tratto in cui all’andata vi sono 12 incroci regolati da semafori (5 tra l’Istituto Superiore di Polizia e corso Francia e 7 tra corso Francia e l’inizio della Flaminia, con un limite di velocità massima su quest’ultima consolare di 70 km) e nel tragitto a ritroso vi sono ben 14 semafori. Alla luce delle nuove prove acquisite, soltanto un’illogica forzatura degli atti, disancorata dalle risultanze processuali, consentirebbe di poter ipotizzare, così come avvenuto nel giudizio di cognizione, un tempo di percorrenza pari a soli 18 minuti, dall’abitazione di Silvana Agresta, sita in via Matteotti 10 di Riano (RM), all’Istituto Superiore di Polizia in via G. Reni di Roma, dovendosi quantificare il predetto tempo di percorrenza almeno in 25-30 minuti, sulla scorta della precisa deposizione del geometra dell’ANAS Giammattei, nonché della presenza di ben 12 incroci regolati da semafori all’andata e da 14 semafori al ritorno. Le Fasi del Delitto secondo la Sentenza di revisione del Processo
    La Corte ha rilevato la presenza in atti di una serie di deposizioni testimoniali,
    che nel giudizio di cognizione non furono affatto valutate le quali, valutate unitamente
    alle nuove prove acquisite nel presente giudizio, consentono di ricostruire - in maniera
    precisa -  la genesi e le fasi di esecuzione del delitto, che erroneamente i giudici di
     cognizione ritennero di individuare in un preteso “invito-trappola” rivolto alla vittima,
    circostanza che risulta pacificamente esclusa dagli atti processuali.(…)
    Orbene, come emerge dagli atti, la vittima Cinzia Bruno, che nutriva già dei sospetti sul fatto che il marito avesse un’amante.  (cfr. dichiarazioni di Soricelli, trascr. ud. 13.7.94, fol. 77; Valletta e Mourik, trascr. ud. 14.7.94, risp. foll. 2 e 15/16), in data 21 luglio 1993 scoprì sul telefono cellulare del marito Massimo Pisano un numero telefonico di Riano (RM), intestato a Naso Giuseppina, madre di Silvana Agresta, residente in via Matteotti, n. 10 (cfr. dichiarazioni Soricelli Stella trascr. ud. 13.7.94, foll.77/78; Valletta e Mourik, trascr. ud. 14.7.94, risp. foll. 3/4 e 16), numero al quale la vittima aveva anche telefonato alcune volte, senza rispondere all’interlocutrice, che a volte aveva la voce di persona giovane ed a volte la voce di persona anziana (cfr. Soricelli, ibidem, fol. 78).
     
     Tale circostanza avvalorò il sospetto di Cinzia che l’amante del marito risiedesse
     in Riano, come confermato dalle dichiarazioni rese dal teste Labozzetta Giuseppe,
    amico di famiglia di Cinzia Bruno e di Massimo Pisano, il quale ha riferito
    al dibattimento di primo grado che la vittima "parlava sempre di questo Riano, era sospettosa di questo Riano” (cfr- trascr. ud. 3.10.94, fol. 45).
     
           Silvana Agresta
    Cinzia Bruno effettuò, pertanto, da sola con la sua autovettura un primo sopralluogo in Riano, nella seconda metà del mese di luglio
     (cfr. deposizioni delle testi Triburzi Vittoria e Testa Tatiana, le quali hanno espressamente dichiarato che nella seconda metà del mese di luglio “una biondina con una 126 celeste” aveva loro “richiesto di corso Matteotti in Riano… che avevano riconosciuto come Cinzia Bruno dalla foto sul giornale”: cfr. Testa, trascr. ud. 14.10.94, foll. 56-59 e Triburzi, trascr. ud. 26.10.94, foll. 16-17).
    Il teste Labozzetta ha poi precisato al dibattimento che Cinzia, sempre più insospettita, aveva anche rinvenuto a casa, in un mod. 740, una ricevuta di un versamento I.C.I. effettuato da Massimo Pisano proprio presso l’ufficio postale di Riano (cfr. trascr. ud. 3.10.94, fol. 45)
    Ha ancora precisato Soricelli Stella che Cinzia Bruno aveva, quindi, deciso di fare un
    blitz in Riano a casa dell’Agresta, ove “dovevano recarsi insieme” (cfr. dichiarazioni di Soricelli, trascr. ud. 13.7.94, fol. 78/79).
    Inoltre, la sera del 3 agosto Cinzia Bruno (come espressamente riferito al dibattimento
     da Mellucci Maria, madre della vittima), dopo che ritornarono tutti insieme a casa alle ore 24,00 circa, discusse con Massimo Pisano, in quanto era alla ricerca di un mod. 740 che non trovava (cfr. dichiarazioni, trascr. ud. 13.7.94, fol. 23).
    Come riferito dall’imputato Massimo Pisano, la mattina successiva (4 agosto 1993)
    Cinzia Bruno alle ore 8,15 circa telefonò all’imputato, chiedendogli se ricordava dove fosse finito il mod. 740 del padre e l’imputato le disse dove lo stesso si trovava (cfr. s.i.t. 7.8.93, h. 3,15, nonché interrogatorio 7.8.93 h. 20,50 in volume 12).
    Subito dopo, alle ore 8,30, Cinzia Bruno “impulsiva” (cfr. sentenza di condanna  primo grado, pag 90, rigo 16), avendo finalmente rinvenuto nel mod. 740 del padre, su indicazioni dello stesso Pisano, la ricevuta del versamento I.C.I. effettuato dall’imputato presso l’ufficio postale di Riano (proprio quella cui ha fatto espresso riferimento il teste Labozzetta a fol. 45, ud. 3.10.94) che la sera precedente ella non aveva trovato
     (nonostante la discussione con il marito), decise di attuare da sola, ovviamente   all’insaputa dell’imputato Massimo Pisano, il blitz a Riano, come peraltro già preannunciato alla sua collega ed amica intima Soricelli Stella  (cfr. dichiarazioni cit.), la quale non era in condizioni di accompagnarla, perché aveva l’autovettura dal meccanico (cfr. dichiarazioni di Soricelli, trascr. ud. 13.7.94, fol. 79).
    I giudici di cognizione hanno utilizzato, a questo punto, un falso riferimento temporale utilizzato per arrivare ad anticipare l’ora della morte della Bruno (3/4 ore dopo la colazione), partendo dall’erroneo assunto che Cinzia effettuò  la prima colazione con lo yogurt, circostanza smentita dalla madre, Mellucci Maria (cfr. trascr. verb. ud. 13.7.1994, f. 22).
    Cinzia, quindi, alle ore 8,30 circa telefonò in ufficio, riferendo alla collega Valletta
    che intendeva fruire di un giorno di ferie, pregandola di informare anche le altre colleghe che, qualora il marito Massimo Pisano l’avesse cercata telefonicamente, gli avrebbero  dovuto tacere la sua assenza in ufficio (cfr. trascr. ud. 14.7.94, fol. 5).
    D’altro canto, Massimo Pisano alle ore 8 circa ricevette una telefonata da  Silvana Agresta la quale, nel prendere appuntamento con lui a casa intorno alle ore 14,00 invitandolo a pranzo, gli disse che aveva intenzione di andare a fare le pulizie  a casa del Prefetto Rossi.
    Per tale ragione, Massimo Pisano non telefonò a Silvana Agresta, come di consueto, al mattino, né successivamente, nel corso della mattinata, non essendo l’Agresta in possesso di un telefono cellulare.
    Poco dopo, circa verso le ore 9,30, Cinzia Bruno, “impulsiva” e profondamente  innamorata del marito Massimo Pisano, piombò in Riano a casa di Silvana Agresta,
    conoscendone ormai l’esatta ubicazione, appresa a seguito del precedente sopralluogo effettuato nella seconda metà di luglio, chiaramente invitandola a “togliersi di mezzo” per non distruggere la sua famiglia.
    Silvana Agresta conosceva fisicamente la Bruno (“conoscevo la Bruno per averla vista  sul luogo di lavoro”- int. 7.8.93) nonché, per averlo appreso dal Pisano, anche il tipo di  auto da lei condotta: i giri viziosi della 126 della vittima (di cui ebbe a riferire a svariate persone, tra cui Gilda Catena, madre di Sabatino
    Gigante, la teste Anna Gentili Rossi, titolare di un negozio di alimentari sito proprio  in via Matteotti) avevano
    certamente destato l'interesse dell’Agresta, la cui abitazione era sita a piano stradae,
     utilizzando la mansarda per la propria "intimità" (cfr. interrog. Agresta 24.8.1993
     "...nella mia mansarda andavo ogni tanto, passando gran parte della mia giornata, quando stavo a casa, da mia madre...").
    A Silvana Agresta non mancava certo l’intraprendenza (come il delitto ha dimostrato) e ben poté affrontare Cinzia a carte scoperte, manifestandole provocatoriamente la relazione sentimentale che ella intratteneva con il marito Massimo Pisano: Silvana Agresta, in esecuzione del suo proposito, svelò quindi alla vittima il “nido d’amore”.
     Cinzia recava con sé i biglietti del traghetto per la Sardegna, che proprio quel giorno aveva programmato di sostituire insieme alla Mourik (v.si dichiaraz. trascr. ud. 14.7.94)  e che non verranno più trovati.
    Le donne si affrontarono, ciascuna con i rispettivi argomenti: per Cinzia il vincolo coniugale, la figlia Arianna, la già programmata vacanza in Sardegna; per l’Agresta la annosa relazione amorosa, l’anello regalatole il giorno prima (cfr. capitolo B, par. 4, punto n. 6 della presente sentenza), nonché le lettere, gli altri ricordi e le foto che l’Agresta custodiva nel suo “nido d’amore”.
    Le provocazioni di Silvana Agresta ebbero effetto anche sulla timida e mite Cinzia Bruno, portando ad un’inevitabile escalation di improperi, insulti e ad una zuffa furibonda nella mansarda dell’Agresta, come dimostrato dalle tracce di sangue, rilevate in abbondanza nel locale bagno  (dove  avvenne lo sgozzamento ed il dissanguamento della vittima), nonché in camera da letto, sul pavimento, su di un comodino, nel soggiorno, sul termosifone, sul divano,nella porzione di corridoio costeggiante la camera da letto, oltre che sul pavimento del terrazzo ove fu trasportato il cadavere della vittima (cfr. verbale ispezione e foto in atti).
    Dall’assenza sul corpo della vittima di lesioni od ecchimosi lievi (cfr. autopsia in atti) e,
    per contro, dalla presenza di 20 lesioni ed ecchimosi riscontrate sull’Agresta
    nell’ispezione corporale del 10 agosto 1993 è provato che l’Agresta ebbe inizialmente la peggio e che, quindi, la condannata non stava attendendo la vittima (in compagnia di “una persona
    alta e robusta”), né aveva teso alla stessa un invito-trappola, ma che fu l’Agresta stessa colta di sorpresa dal blitz di Cinzia Bruno.
    L’Agresta aveva, però, un’arma in mansarda, quel corpo contundente non meglio
    individuato, che cagionò le vaste ferite al capo della Bruno e che l’Agresta brandì, colpendo la vittima al capo più volte, fino a fiaccarne le forze.
    Erano circa le ore 10,00 del 4.8.1993 (cfr. dichiarazioni Furnari sulla necessaria durata dell'azione venefica).
    Subito dopo Silvana Agresta maturò lo sconsiderato disegno di simulare il suicidio della rivale con l’ingestione di psico-farmaci, in particolare del Plegine, acquistato presso la farmacia di Riano dal fratello Aniello Agresta e custodito a piano terra a casa della madre (cfr. sul punto dichiarazioni rese nel presente giudizio di revisione da Aniello Agresta, fornitore dei farmaci ingurgitati dalla vittima, ud. 20.1.2001, p. 94-120 verb. trascr.).
    Il Plegine certo non poteva salire da solo in mansarda, onde qualcuno,
     presente sul luogo del delitto, ve lo portò.
    La stessa Silvana Agresta (ovvero il suo complice), dopo aver preso dalla borsa di
    Cinzia le chiavi dell’auto, scese precipitosamente le scale, dispose la Fiat 126 nel box,
     fece ritorno in mansarda
    e tentò di fare ingerire le compresse a Cinzia, utilizzando lo sciroppo per la tosse, prima, e lo yogurt, dopo, somministrato forzatamente con il cucchiaino “Algida” in Silver, che la vittima custodiva nella borsetta e che rimarrà fuori della borsa (mai più ritrovata), venendo poi bruciato la mattina successiva dall’Agresta sotto casa (v.si dichiaraz. Grasselli e Morelli cfr. trascr. ud. 10.10.94, rispettivamente foll. 16-18 e 19-21), per tentare di far scomparire quell’oggetto che poteva ricondurla a Cinzia Bruno e che, infatti, fu riconosciuto dalle colleghe della vittima (v.si ud. 13.7.94, dichiarazioni di Soricelli, foll. 84-85).
     Il dottor Colesanti, c.t. del Pubblico Ministero, specificò l’impossibilità di far ingerire pastiglie sane ad una persona semi-incosciente (v.si chiarimenti al P.M. all.to 77 rich. rev.), e del resto per tale compito furono assolutamente necessarie almeno due persone in quanto, una volta ripresasi dal torpore provocatole dai colpi al capo, Cinzia, seppure ancora stordita, avendo ormai chiaramente percepito il disegno omicida dei suoi aguzzini, lottò per la sopravvivenza con tutte le sue residue forze.
    Vi fu una serie di assunzioni di Plegine, che proseguì nel tempo, comportando l’immobilizzazione degli arti di Cinzia, con le conseguenti riscontrate fratture dei polsi e dei metacarpi, assolutamente simmetriche (cfr. foto autopsia in atti).
    In questo frangente,  l’Agresta, allo scopo di assicurarsi che il Pisano non le facesse un’improvvisa visita a casa, come poteva accadere, telefonò all’ufficio di Massimo Pisano, chiedendo di lui e, non avendolo trovato, lo chiamò sul telefono cellulare ("credo che fossero le 11 della mattina", cfr.int. Agresta del 9.8.93, nonché del 7.8.93, volume 9 "lui mi disse che era andato al catasto"); anche Pisano conferma, sintomaticamente, tale circostanza “stavo rientrando dal catasto e avevo fatto tardi“ (cfr.int. Pisano del 26.8.93, fol. 2, volume 12).
    Dalla rivisitazione della consulenza tossicologica, alla luce dei nuovi elementi di prova acquisiti, emerge inconfutabilmente che vi furono diversi “momenti” di somministrazione coatta di Plegine: una prima fase si riscontra nelle concentrazioni di fendimetrazina contenute nel sangue e nelle urine, mentre altre due fasi successive si rilevano dal contenuto gastrico, ove sono state reperite 4 pasticche integre ed altre 3 parzialmente sciolte.
    Le altissime concentrazioni riscontrate nei campioni di sangue e di urine della vittima, da un lato accreditano l’ipotesi dell’ingestione di un massivo quantitativo di Plegine e dall’altro acclarano il necessario tempo di assorbimento ed espulsione urinaria dei principi attivi di tali pasticche, per un intervallo temporale erroneamente quantificato, sul piano tecnico-scientifico, nel giudizio di cognizione, in pochi “minuti” (“stimandosi, conseguentemente piuttosto breve - nell’ordine di grandezza di diversi minuti - l’intervallo di tempo introduzione-decesso”: cfr. sentenza di condanna di I grado, fol. 54).
    Deve, quindi, ribadirsi l’erroneità macroscopica dei "tempi omicidiari" calcolati nel giudizio di cognizione (“diversi minuti”, in luogo di 1ora e ½ - due ore), nonché del numero di compresse di Plegine che furono fatte ingerire alla vittima (11 compresse), in luogo di 20-30 di solo Plegine, che corrisponde, significativamente, sia alla quantificazione del consulente delle  parti civili, prof. Chiarotti "10-20 volte la dose terapeutica" (costituita da 1 o 2 pasticche al giorno), sia a quella indicata dal prof. Furnari nel corso del presente giudizio di revisione.
    La simmetria delle fratture al metacarpo di entrambe le braccia dimostra inconfutabilmente che l’immobilizzazione della vittima fu attuata con l’utilizzo di corpi rigidi, verosimilmente morsetti, nella fase di avvelenamento coatto (vds.  foto autopsia).
    Di certo l’Agresta ed il (o i) complice(i), non riuscendo nel loro intento tossico-letale in tempi ragionevolmente brevi e compatibili con le altre emergenze (il Pisano era stato invitato a pranzo dall’Agresta per le 14), abbandonarono il primitivo disegno di simulazione suicidarla, passando all’ancor più efferata soppressione, e cioè sgozzando la vittima, ferita con tre coltellate in successione: alla trachea, alla carotide ed alla giugulare.
    Il dissanguamento, secondo la comune esperienza, dura alcuni minuti, ma anche questa cruenta attività, diversamente da quanto avvenuto nel giudizio di cognizione, deve essere considerata nella ricostruzione delle fasi e dei tempi di esecuzione del delitto.
    Silvana Agresta manifestò, infine, tutta la sua crudeltà infierendo con lo stiletto sul ventre della rivale, ormai letteralmente esangue, come accertato dall’autopsia (cfr. consulenza autoptica in atti).
    È questo un ulteriore elemento che consente di escludere (sia pure solo logicamente) la compartecipazione al delitto del Pisano: l’accanimento sulla vittima (“over killing”) ha, da un lato, una chiara firma femminile, per la collocazione dello sfregio – il ventre – e, dall’altro, impedisce di ritenere il Pisano capace di tanto implacabile e feroce odio per la donna che ha generato sua figlia Arianna, al punto di acconsentire, sia pure passivamente, a quest’ultimo inutile e crudele scempio.
    Contrariamente a quanto ritenuto dai giudici della cognizione, tutta l’azione omicidiaria è caratterizzata da notevole approssimazione ed improvvisazione.
    In un delitto premeditato ed accuratamente preordinato, non si cercano, peraltro a delitto asseritamente già compiuto, due persone per incaricarle del “trasporto” e dell’occultamento del corpo della vittima.
    L’«invito-trappola» (e la connessa ritenuta «premeditazione») è un postulato logico-deduttivo disancorato dalle risultanze processuali globalmente considerate (quelle già esistenti in atti, valutate congiuntamente a quelle acquisite nel presente giudizio di revisione).
    Ad esempio è da escludere che la Fiat 126, parcheggiata prima all’esterno, davanti all’abitazione dell’Agresta, poi ricoverata all’interno del box e poi posteggiata di nuovo in via Matteotti prima delle 13, sia stata condotta “in garage” dalla vittima.
    Per quanto suadente o rassicurante fosse stato l’invito-tranello asseritamente ricevuto, non v’era ragione per utilizzare il box degli Agresta, che in realtà è una minuscola cantina, tale definita anche catastalmente (v.si sequestro conservativo in atti, disposto dalla Corte d'Assise di Roma); realmente non si coglie il senso di una manovra a retromarcia effettuata dalla vittima, al fine di una sollecita sortita, poi, o per pianificare… il proprio post mortem (!?)
    È evidente, invece, che tale manovra, successiva al parcheggio dell’autovettura di Cinzia in via Matteotti, fu assolutamente funzionale e necessaria per gli assassini, che solo così avrebbero poi potuto introdurre il corpo della Bruno avvelenata, sul sedile accanto al conducente, attraverso lo sportello destro, dal lato che rende comunicante la cantina (posta al civico 8) con la scala interna del palazzo degli Agresta (civico 10).
    Che la manovra fu effettuata dall’Agresta (o dal suo complice) è poi confermato proprio dall’urto tra la fiancata destra ed il telaio della saracinesca, in conseguenza della scomoda manovra a retromarcia e della particolare concitazione, successiva all’iniziale azione aggressiva ed alla scelta, poi abortita, di sopprimere la vittima mediante avvelenamento.
    Tutte le colleghe di Cinzia Bruno hanno concordemente riferito dell’indole paurosa della vittima, che titubava rispetto alla prospettiva di cogliere in flagrante adulterio il marito in quel di Riano; orbene, asserire che la vittima introdusse addirittura l’autovettura, sua sponte, a retromarcia, all’interno del palazzetto dell’amante del marito, costituisce una chiara offesa alla Logica.
    Di fatto l’azione omicidiaria si sviluppò nell’intero appartamento: tutte le tracce di sangue appartengono alla vittima (v.si pag. 33 della sentenza di I grado) e ciò non consente alternative interpretazioni.
    Non ci si può limitare, così come hanno fatto i giudici di cognizione, ad affermare che Cinzia Bruno “dopo essere stata aggredita e costretta ad ingerire numerose compresse, è stata ripetutamente percossa al capo con un corpo contundente, ferita in più punti, con un’arma da punta e taglio, al volto e al collo; e oltraggiata, dopo morta, con altre stilettate all’addome”, senza valutare l’elemento di prova costituito dalla perizia autoptica.
    Non v’è ragione di una così furiosa aggressione sia in soggiorno che in camera da letto, ove si concordi con la tesi del giudizio di cognizione, secondo cui la vittima fu attirata (cd. “invito-trappola”) in detto luogo al solo scopo di essere soppressa da due persone, almeno una delle quali di corporatura robusta, e per di più in possesso di un corpo contundente e di uno stiletto.
    Non è dato comprendere, infatti, come avrebbe mai potuto la vittima, senza riportare alcuna piccola lesione, manifestare cotanta reazione, quantomeno nei confronti di Silvana Agresta, provocandole oltre 20 lesioni ecchimotiche o escoriate (v.si verbale di ispezione personale dell’Agresta in data 10.8.93), ove Cinzia fosse stata effettivamente oggetto di una premeditata (ed immediata) aggressione da parte di almeno due persone, armate e in grado di immobilizzarla, che la stavano attendevano al varco.
    Tali elementi di fatto, non esaminati dai giudici della cognizione, i quali non valutarono nemmeno la significativa telefonata fatta in ufficio dalla vittima la stessa mattina alle ore 08,30, nel corso della quale Cinzia pregò le proprie colleghe di non riferire al marito Massimo Pisano, qualora l’avesse cercata al telefono, che ella si era assentata prendendo un giorno di ferie (cfr. Valletta, trascr. ud. 14.7.94, fol. 5), valutati congiuntamente ai nuovi, consentono di affermare con certezza che l’omicidio non fu premeditato e che non si trattò di “invito-trappola”, bensì di un blitz effettuato in Riano da Cinzia Bruno, all’insaputa del marito Massimo Pisano, peraltro espressamente preannunziato dalla vittima alla propria amica intima e collega Soricelli Stella, con cui Cinzia l’aveva addirittura anche già concordato (cfr. Soricelli Stella, dichiarazioni cit.).
    La documentata esclusione della premeditazione, rende già di per sé arduo ipotizzare il concorso dell’imputato Massimo Pisano in un delitto conseguente ad un improvviso blitz di Cinzia Bruno, effettuato dalla vittima in Riano, presso l’abitazione dell’Agresta, pacificamente all’insaputa dell’imputato. Comunque, pur volendo comprimere i tempi del delitto (per farli rientrare con quelli, comunque scarsissimi, del Pisano), i “nuovi” dati di prova generica, nel caso di specie legati a fenomeni chimico-fisiologici del corpo umano acquisiti nel presente giudizio di revisione, dimostrano l’erroneità, sul punto, delle conclusioni cui pervennero i giudici di cognizione.
    L’imputato Massimo Pisano, stando a quanto (erroneamente) riferito dalla stessa sentenza di condanna, avrebbe avuto circa 90 (in realtà 60, cfr. cap. B, par. 2-M) minuti di tempo, ed anche ritenendo che gli fosse stato possibile impiegare solo 40 minuti (in realtà circa 60, cfr. cap. B, par. 5) per il tragitto Roma-Riano-Roma, trascurando la sosta di almeno 5-10 minuti per effettuare il duplicato delle 4 chiavi (ampiamente provata dagli scontrini in atti, dai quali risulta l’orario 11,26 del 4.8.1993, cfr. vol. 4, ud. 3.10.94, fol. 11), è sufficiente la comune conoscenza della fisiologia umana ad imporre un intervallo di almeno un’ora (e comunque più dei soli “diversi minuti” che i giudici di cognizione “concessero” al Pisano) fra l’inizio dell’ingestione dei farmaci ed il decesso della vittima, quand'anche si voglia ridurre ad un’ora e ½ il riferimento temporale massimo di due ore indicato dal prof. Furnari.
    Infatti, i testi Elisa Marronaro e Giacinto Santella udirono invocazioni di una donna “prima di mezzogiorno” (secondo il fol. 62 sent. I grado – recte “intorno a mezzogiorno” secondo i testi).
    Pertanto, anche stando ai calcoli (comunque erronei) della sentenza di cognizione, l’imputato Pisano al più tardi alle ore 11,05 avrebbe dovuto necessariamente lasciare la mansarda dell’Agresta, e cioè almeno 1 ora prima della consumazione del delitto.

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