crimini

 

ERGASTOLANI PER UN MAZZO DI CHIAVI

UN DELITTO QUASI PERFETTO

Siamo ergastolani per un mazzo di “chiavi” disse con rabbia la Circe. 24 settembre 1991. I giudici della Corte di Cassazione avevano appena pronunciato la sentenza che condannava al “Fine pena mai” lei e il suo giovane amante Carlo Cappelletti, aitante carabiniere a cavallo. Perché l'ergastolo? Avevano ucciso con 17 coltellate Luciano Iacopi, anziano e non più amato marito della donna. Per impossessarsi dei miliardi della sua eredità.. E goderseli. I due avevano ordito un piano che sfiorava il delitto perfetto. Un mazzo di chiavi lo fece fallire. L'errore fu clamoroso. E fu determinante per la decisione dei giudici. Fino a quel momento infatti c'erano solo indizi, alcuni pesanti, ma non si trovava la prova regina per condannare. E lei, la Circe della Versilia,come era stata subito soprannominata e co me in fondo le piaceva essere chiamata, al secolo Maria Luigia Redoli, irrequieta, vistosa, platinata, a volte teatrale signora di Forte dei Marmi, dopo aver assistito alla mattanza del marito, ferocemente pugnalato per 17 volte, nella notte fra il16 e il17luglio 1989 nel garage della villa, all'angolo fra via Provinciale e via Emilia, chiuse la porta con quattro mandate. Per l'accusa aveva usato le sue chiavi. Un gesto auto­ matico che era abituata a fare chissà quante volte al giorno. Poi se ne andò ballare alla <<Bus­ sola>> con l'amante e i figli, Tamara e Diego. Furono un errore fatale quelle quattro mandate perché gli inquirenti avevano accertato che in casa c'erano solo altri due mazzi: il primo, di lacopi, fu ritrovato in un vassoio nell'appartamento sopra il garage, il secondo, quello di scorta, era custodito nel bauletto di un motorino. Quella porta poteva essere stata chiusa solo dalle chiavi della Circe. Quindi lei doveva per forza essere complice, anzi <<mandante>> dell'omicidio. Ma non era stato facile arrivare a quella conclusione. Tanto che nel processo di primo grado, davanti alla Corte d'Assise di Lucca, Maria Luigia Redoli e Carlo Cappelletti furono assolti con formula piena. Semplice la loro difesa: <<Chi è in grado di sostenere con certezza che in casa esistessero solo tre mazzi di chiavi? Mio marito ne aveva tante. Non ricordo più quante>>. E arrivò l'assoluzione al termine di un processo drammatico, tumultuoso, a volte isterico, pieno di colpi di scena, con la folla che premeva davanti al portone del Tribunale. E con la mamma di Cappelletti che aveva la stessa età della Circe e che in aula affrontò l'amante del figlio urlandole sulla faccia: <<Maledetto il giorno in cui mio figlio ti ha incontrata>>.
I carabinieri la trascinarono fuori di peso. Cappelletti che adorava sua madre,in preda a una furia incontenibile, sembrava dovesse spezzare le inferriate della gabbia dove era rinchiuso. Poi la libertà e l'uscita trionfale dal carcere con la Circe che sfilò fino in piazza Napoleone, a Lucca, come una star in passerella. Ma in Appello, a Firenze, e pochi mesi dopo, in Cassazione, il verdetto fu ribaltato e per i due amanti si spalancarono le porte del carcere a vita. Non sono più usciti. Sfilata in tribunale. Sono passati quasi 30 anni ma in Versilia nessuno ha dimenticato quel giallo e i suoi incredibili personaggi. Con quei maghi e quelle cartomanti che sfilarono sul banco dei testimoni a raccontare che Maria Luigia li frequentava chiedendo a molti una <<fattura mortale>> per liberarsi del marito. E li pagava profumatamente. Loro incassavano e garantivano filtri magici che poi regolarmente fallivano l'obiettivo.
E la Circe che chiedeva indietro i soldi, fino all'ultima telefonata, anche quella <<fatale>>, al mago Marco Porticati al quale aveva consegnato 15 milioni di vecchie lire per un filtro che mandasse Iacopi all'altro mondo: <<Sia chiaro che non sei stato tu. Mi devi ridare i miei soldi>>, gli ingiunse. Quel <<Sia chiaro che non sei stato tu>> diventò un pilastro dell'accusa. La Redoli spiegò: <<Un giorno andai da Porticati perché non sopportavo più mio marito. Lui mi disse: "Conosco delle persone che per 30 milioni te lo tolgono di mezzo. Me ne devi dare 15 subito e 15 a lavoro finito">>. Un'altra cartomante, Patrizia Scazzola, raccontò che una volta, per riconquistare un amante che l'aveva lasciata, le aveva chiesto addirittura un filtro magico con un sacrificio umano: <<Ho letto su un vecchio testo di magia che bisogna sgozzare un neonato e durante il rito satanico io chiederò agli spiriti del male . che la moglie e i figli del mio amante restino paralizzati. È la punizione che quell'uomo merita», le avrebbe detto Maria Luigia. Fra le due donne c'era qualche conto in sospeso e la car tomante andò a saldarlo in Tribunale. Attenzione ai tempi. Al di là di certi folcloristici personaggi resta il giallo con tutti i suoi migliori ingredienti: denaro, sangue, sesso, intrighi, recite, menzogne, auto di lusso, alberghetti a ore, relazioni clandestine, compresa quella con il presidente di un Tribunale che prima di amare la Circe pretendeva che lei suonasse un pezzo al pianoforte. Ma si può in 20-25 minuti spostarsi da un ristorante del Lido di Camaiore a Forte dei Marmi, attirare in trappola un uomo, massacrarlo a coltellate, ripulirsi dal sangue, lavarsi, cancellare ogni traccia ed entrare tranquilli alla <<Bussola>> delle Focette con gli stessi abiti che si indossavano al ristorante? Nessun assassino sarebbe riuscito nell'impresa, anche perché Iacopi fu ucciso la sera del16luglio.Era sabato. Un sabato sera di metà luglio in Versilia! Con il traffico impazzito. E, attenzione, con Iacopi che alle 21.45 è ancora vivo. Lo ha detto chiaro, al processo, la sua amante, Agata Tuttobene, una signora di Cecina dalla quale l'uomo aveva passato la giornata. Le aveva poi telefonato per dirle che avrebbe bevuto una birra e sarebbe andato a dormire. Erano le 21.45. Cinque minuti prima, alle 21.40 la Circe, i figli e Carlo Cappelletti avevano lasciato il ristorante dell'hotel Santo Domingo, al Lido di Camaiore, dopo aver ripetutamente invitato il loro amico Vittorio Gazzirù, proprietario dell'hotel, ad accompagnarli in discoteca. Questa testimonianza mise in crisi l'accusa e pesò nella sentenza di primo grado.Se avevano deciso di uccidere Iacopi, potevano tirarsi dietro un estraneo? Oggi siamo in grado di rivelare che le sentenze di condanna hanno colpito nel segno: la Circe e il suo amante sono colpevoli. Ma i fatti hanno avuto uno svolgimento diverso da quello ricostruito dai giudici. Ne parleremo più avanti. Famiglia e studi. Maria Luigia Redoli, figlia unica, nasce a Torino nel1939. Papà Sisto, di Portoferraio (Isola d'Elba), si era trasferito nel capoluogo piemontese dove lavorava come operaio alle Ferriere Fiat. La madre, toscana pure lei,faceva l'ostetrica. Maria Luigia studiò dalle suore e dopo le medie fece il liceo classico e si iscrisse a Medicina, che frequentò per tre anni. Contemporaneamente i genitori assecondarono la sua passione per la musica iscrivendola al Conservatorio. Suonava il pianoforte molto bene. Nel 1963 il padre andò in pensione e riportò la famiglia in Toscana, a Cecina. Bella, avvenente e ammirata, Maria Luigia inanellava fidanzati ma non riusciva mai a sposarli: «Già a 15 anni gli uomini mi spogliavano con gli occhi>>, raccontò. Dopo l'ennesimo fidanzamento finito male giurò a se stessa: «Il primo uomo che incontro, purché abbia i soldi, me lo sposo>>. Così nel novembre 1965, mentre passeggiava sul lungomare di Cecina, si affiancò al marciapiede un'Alfa Romeo 1900. Al volante un uomo sopra i 40: <<Signorina, è molto bella. Vorrei conoscerla>>. << Non ci sono problemi>>, rispose la disinibita Maria Luigia e salì in auto: <<Piacere, mi chiamo Luciano Iacopi>>,disse l'uomo. Iniziava una storia che sarebbe finita tragicamente. Eppure la Circe era stata ammollita: <<Guardalo bene e pensa a quel che fai>>, le disse il padre quando Iacopi andò a chiedere la mano> di Maria Luigia. Ma lei ormai aveva deciso: <<L'importante è avere un marito ricco che mi faccia fare una bella vita. Se non mi piacerà, un amante giovane sarò sempre in grado di trovarmelo», racconterà poi cinica ma sincera. E aggiungerà: «Gli restai fedele per 5 anni. Poi...>>.Poi nella vita della Circe apparve il maresciallo che comandava la stazione dei carabinieri di Forte dei Marmi. Un bell'uomo dal quale la Redoli ha avuto Tamara e Diego (che scoprirono di non essere figli di lacopi solo durante il primo pro­ cesso). Dieci anni di passione. <<ll maresciallo mi aveva dichiarato il suo amore convocandomi, con un pretesto, in caserma. Se dobbiamo vederci, vediamoci>>, fu la mia risposta. Una relazione appassionata che durò dieci anni e si concluse, anche questa, tragicamente. Il maresciallo infatti morì, travolto da un'auto sulle strisce pedonali. La vita della Circe fu sconvolta: «Ho cominciato a dimenticare le mie angosce solo quando ho conosciuto Cappelletti>>, dirà. La Circe conobbe il cavalleggero il 13 maggio 1989 alla Versiliana dove il suo reparto era impegnato in una esibizione. La Redoli con i figli era andata a godersi il carosello. E si innamorò all'istante di quel carabiniere alto quasi come un corazziere (era stato scartato dal corpo delle guardie presidenziali per soli due centimetri di altezza), robusto come un armadio e forte come un toro. Iniziò una relazione senza pudori. Lui la raggim1geva appena aveva una licenza o qualche giorno libero e la Circe lo esibiva tranquillamente. Tutti sapevano. Adulterio tollerato. Lo sapeva anche Luciano Iacopi, malgrado le sue attenzioni fossero rivolte in prevalenza ai suoi affari. L'uomo aveva accumulato un ricco patrimonio immobiliare al Forte: almeno una trentina di «fondi>>,locali affittati come negozi,garage,bar, qualche appartamento e due belle ville. Si diceva anche che prestasse soldi a strozzo. Non è mai stata trovata una pro­ va. Era tirchio, burbero, scontroso, diffidente. Non aveva un buon carattere, forse non era simpatico ma era anche capace di gesti di grande generosità verso i figli e la moglie alla quale regalava le pellicce e i gioielli più costosi. Poi, magari lesinava i soldi per comprare pane e latte. Insomma un personaggio un po' strano che non dava troppa importanza ai tradimenti della moglie anche perché, a sua volta, aveva l'amante a Cecina. E mentre lui la andava a trovare, Maria Luigia Redoli se la spassava con il suo cavalleggero che la raggim1geva in Versilia e alloggiava all'hotel Santo Domingo. Ristoranti e locali da ballo. I due non uscivano mai soli. Si muovevano sempre insieme ai figli di lei, al ristorante, in spiaggia, nei locali da ballo. In apparenza un quartetto affiatatissimo; in realtà, si scoprirà poi, Tamara detestava Cappelletti il quale a sua volta la odiava tanto che, giorno, avrebbe addirittura cercato di affogarla, sembrò a lei, mentre facevano il bagno a Vittoria Apuana. E arrivò la notte del 17 luglio. Erano le due quando la Circe fece squillare il telefono della caserma dei carabinieri del Forte: «Correte, hanno ucciso Iacopi>>. Iniziava il giallo. L'uomo giaceva supino sul pavimento del garage in una pozza di sangue. L'avevano colpito con 17 coltellate. Non aveva avuto scampo. La Circe, i figli e Cappelletti esibirono subito un robusto alibi. Fino alle 21,40 erano rimasti al ristorante del Santo Domingo. Poi avevano deciso di andare alla «Bussola>> e, prima di raggiungere il locale, erano passati in auto davanti a casa per vedere se Iacopi era rientrato. Notarono le luci accese e non si fermarono neppure. Proseguirono per la «Bussola>> dove giunsero alle 22,10. Furono i primi clienti a entrare nel famoso locale, facendosi ben notare dai camerieri. Ballarono fin quasi le due del mattino, poi, sempre tutti assieme, tornarono a casa e fecero la macabra scoperta. Nel mirino dei sospettati però i primi a cadere non potevano che essere la Circe e Cappelletti. Tutti sapevano della relazione fedifraga e qualcuno aveva sentito Iacopi dire che avrebbe diseredato la moglie infedele. Il carabiniere a cavallo, al suo alibi, aggiunse un particolare: «Ho il braccio destro ingessato per la frattura a un dito. Come posso aver ucciso un uomo in queste condizioni?>> Era vero, ma... Ma in quei giorni il gesso si era ammorbidito molto perché, cadendo in mare dal pattino, Cappelletti l'aveva inzuppato d'acqua. Quindi l'ingessatura si poteva sfilare e reinfilare a piacere. Non fu mai ritrovato il coltello usato per assassinare Iacopi ma soprattutto era sparito il suo portafoglio, un accessorio che l'immobiliarista non abbandonava mai: «Era grande, grosso e sempre rigonfio come quello dei commercianti di bestiame>>, rivelerà la Circe. <<Quando andava a dormire lo metteva sotto il cuscino. Lo portava con sé an che in bagno. Una volta che feci per aprirlo me lo strappò di mano: "Non osare mai più", mi urlò. In quel porta­ foglio custodiva tutto. Mi sono accorta subito che era stato portato via perché gli gonfiava la tasca dei pantaloni in modo abnorme>>. Gli inquirenti però considerarono questa dichiarazione un depistaggio: la Circe voleva far capire che a uccidere poteva essere stato qualcuno che doveva restituire dei soldi a Iacopi e, facendo sparire il portafoglio con il suo contenuto, aveva cancellato il debito. Conviventi a termine. Il 5 agosto le manette scattano ai polsi della Redoli e del suo amante. Tornano liberi dopo quasi 9 mesi quando a Luc­ ca i giudici della Corte d'Assise pronunciano la sentenza di assoluzione. Vivono fino all'inizio dell'inverno a Forte dei Marmi, in uno stato di semincoscienza. Sono convinti di aver vinto la guerra con gli inquirenti e invece hanno vinto solo una battaglia. Infatti a Firenze la Corte d'Assise d'Appello rovescia la prima sentenza e li condanna all'ergastolo. L'accolgono con in­ credulità: <<Non è possibile>>, dice la Circe. E aspettano il verdetto della Cassazione. Che arriva in settembre, la sera del 23. È un lunedì. Solo il giorno prima la Circe sembrava essersi risvegliata da una specie di atarassia mentre Cappelletti diventava sempre più cupo e intro­ verso. Come se avesse un presentimento o stesse meditando qualcosa di clamoroso. <<Ma non è che se ci condannano possono metterei agli arresti domiciliari?>>, esclama la Redoli. Si capisce che è fuori dalla realtà. Vive in un suo mondo. Verso sera telefona Mazzini Carducci, uno degli avvocati: <<Ho brutte notizie purtroppo>>. <<Fine pena mai>> con una .postilla pesante contenuta nella sentenza: la Circe viene dichiarata indegna, del patrimonio di Iacopi non avrà una lira. Va tutto ai figli. Reazioni disperate. Cappelletti sembra un bufalo rinchiuso in un recinto. La Circe chiama al telefono il vescovo di Lucca e gli chiede di aiutarla. <<Pregherò per lei, signora>>, si sente rispondere. <<Quello stronzo non ha saputo dirmi altro>> si sfoga. Poi mi chiama: <<lo e Carlo siamo proprio due cretini. Sapessi quanti ci han­ no proposto di farci espatriare. Ho sempre rifiutato: "Non sono un'assassina: mi assolveranno", dicevo. E invece guarda com'è finita>>. Li arrestarono cinque giorni dopo. Cinque giorni di tensione spasmodica. Chiusi in casa e assediati da fotografi, cameramen, giornalisti e una folla di curiosi lungo la strada. Come se tutti aspettassero un finale da film. E il finale thrilling arrivò davvero. Ma torniamo al delitto. I fatti non andarono come aveva stabilito la Corte. Fra le 21.40 e le 22.10 i due non potevano compiere l'omicidio. Infatti Iacopi fu assassinato almeno due ore dopo. I due prima controllarono che fosse in casa. Aspettarono, alla <<Bussola>>, che andasse a dormire. Poco dopo mezzanotte, quando il loca­ èle era stracolmo e potevano passare inosservati, scivolarono fuori e andarono a uccidere. Ebbero tutto il tempo per lavarsi e ripulirsi e tornarono nel locale da ballo dove si fermarono fino alle 2 del mattino e poi andarono a casa recitando la scena del ritrovamento del cadavere di Luciano Iacopi. Una sentenza giusta ma una ricostruzione dei fatti sbagliata.  All'improvviso un urlo: "L'ammazzo!" Riproponiamo qui la cronaca dell'arresto di Maria Luigia Redoli e di Carlo Cappelletti, in esecuzione della condanna definitiva, scritta da Giangavino Sulas, l'unico giornalista presente nella loro casa all'arrivo dei carabinieri. Ecco il cellulare», dice Diego guardando dalla finestra. La voce del figlio della Circe, questo ragazzo che non ha mai pianto dal giorno dell'assassinio del padre, anche stavolta non tradisce emozioni. I carabinieri vengono a prendere i due condannati. Da 90 ore, da quando è stata emessa la sentenza della Cassazione che conferma l'ergastolo per la Circe e CarloCappelletti, aspetto con i due amanti il momento dell'arresto. Adesso tutto è finito. Nella stanza siamo in otto: ci sono anche Tamara,le amiche di famiglia Olga e Monica e il fotografo. È la Circe che rompe il silenzio con i suoi singhiozzi. «Mio Dio, mio Dio», ripete tra le lacrime appoggiandosi a una parete della cucina. Le vanno vicino e la sorreggono la figlia e Olga, mentre Carlo Cappelletti, che fino all'annuncio di Diego aveva tenuto al testa chinata su un settimanale di enigmistica, ha uno scatto, va verso la credenza, si appoggia e fissa il vuoto. Suonano alla porta. il trillo ci blocca. Siamo tutti immobili, attorno al tavolo. «Chi va ad aprire?>>, mormora a questo punto la Circe. Ed è sempre lei a dare la risposta rivolgendosi a me: <<Vada lei>>. Faccio il corridoio buio trattenendo il fiato. Apro. Il brigadiere Carbonetti, comandante la stazione di Forte dei Marmi, accenna un sorriso di circo­ stanza e con un'occhiata sembra volermi dire: «Ci siamo, che Dio ce la mandi buona>>. Mi passano davanti quattro carabinieri in divisa e tre in borghese.Attraversano il lungo corridoio ed entrano in sala da pranzo. <Fatemi sedere>>, implora la Circe. Le porgono una sedia. Carlo è ancora appoggiato alla credenza, le mani sempre immobili sul piano del marmo. Tutt'attorno sette carabinieri, Tamara e Diego,le amiche della Circe Olga e Monica, io e Claudio Batavia,il fotografo. Silenzio di tomba. Il brigadiere Carbonetti apre una cartelletta di plastica, la depone sul grande tavolo di marmo grigio scuro, la apre e comincia a scrivere. Sta notificando a Maria Luigia Redoli e a Carlo Cappelletti la sentenza della Corte di Cassazione con l'estratto esecutivo che contiene tre parole ag ghiaccianti: «Fine pena mai>>. «Ci siamo>>, sibila Cappelletti. «Sì, ci siamo>>, risponde il brigadiere. Fisso il volto di Carlo come se intuissi che questo dramma sta per riservare altre sorprese. In quegli attimi due flash-back mi balenano negli occhi e due frasi mi rimbombano nelle orecchie: «il bello deve ancora arrivare>>, ripeteva nei giorni precedenti l'ex carabiniere a cavallo. Allora non ne afferravo il significato, ora sento che quelle parole nascondevano qualcosa di minaccioso. E la sera prima, a tavola, avevamo scherzato uno accanto all'altro: «Per disinnescare una mina occorre un bravo artificiere>>, mi aveva spiegato. Adesso tutto mi è chiaro: per cinque giorni avevo vissuto accanto a una mina pronta a esplodere. Proprio mentre ricordo questi episodi, vedo la mascella di Carlo contrarsi. «Crolla,ha una crisi», penso, «sta per scoppiare a piangere come un bambino>>. Allunga un braccio, il sinistro, e cerca un appoggio. Vacilla sulle gambe. Sembra stia per cadere mentre pronuncia qualche parola sconnessa. Un carabiniere, l'appuntato Luigi Trapasso, si muove verso di lui e gli porge la spalla come per sorreggerlo. Il brigadiere Carbonetti alza la testa e in quell'istante un urlo mi fa accapponarela pelle. È un urlo strozzato, bestiale. «L'ammazzo!>>. Con il braccio sinistro Cappelletti stringe in una morsa il collo del malcapitato carabiniere che gli sta vicino,con la mano destra apre il primo cassetto della credenza ed estrae un lungo pugnale.È un secondo: la lama preme già sulla gola dell'appuntato, Cappelletti lancia ancora quell'urlo infernale e il carabiniere terrorizzato afferra con le mani la lama per togliersela dalla gola. Il sangue schizza ovunque, gronda dalle dita del carabiniere. «Cappelletti, non farlo!>>, urla il brigadiere Carbonetti. «Dio mio Carlo, no! Cosa fai?>>, urla la Circe. Gridano tutti mentre si carabinieri contemporanea- mente, con gesto automatico, slacciano le fondine, estraggono le pistole, le famose Beretta 92 S, e tutti assieme mettono il colpo in canna per sparare. Quegli scatti metallici del carrello delle armi li ho ancora nelle orecchie. È un inferno. Tutti si avventano su Cappelletti e in quel tinello dove eravamo in quindici vola di tutto: sedie, portacenere, soprammobili. Tamara e Diego, travolti, finiscono sotto il tavolo. La Circe, Monica e Olga vengono spazzate via dalla furia della colluttazione e rotolano addirittura in una stanza accanto a gambe all'aria. Fra il tavolo di marmo e il carrello ad angolo che sorregge il televisore, un mucchio selvaggio di urla disumane. Sei carabinieri cercano di immobilizzare Cappelletti, mentre un settimo afferra una pesante sedia da cucina e la scaglia sulla testa dell'amante della Circe. Se gli fosse arrivato un bicchiere d'acqua gli avrebbe fatto più effetto. L'ex cavalleggero è ormai una furia incontenibile, in preda a una crisi isterica che ne raddoppia la forza erculea. Carlo, un metro e 92, centodieci chili di muscoli, si divincola, si risolleva, si libera dei carabinieri che gli sono avvinghiati addosso e in quel momento, in rapida successione, vedo tre lampi e odo tre colpi secchi. Qualcuno ha sparato. Non so dire chi, perché in quella bolgia infernale non capisco, non riesco a vedere. Seguendo l'istinto, schizzo nel corridoio, apro la porta e volo fuori, dove tutti, fotografi, giornalisti e centinaia di curiosi che da cinque giorni attende­ vano in strada l'arresto dei due amanti della Versilia, stanno scappando e cercano affannosamente un riparo qualunque. Vedo un nugolo di carabinieri che impugnano freneticamente le mitragliette e accorrono verso la villetta della Circe. E vedo Umberto, l'altro fotografo con cui lavoravo in quei giorni, che mi viene incontro: «Cosa è successo? Dov'è Claudio>>, mi chiede urlando. «È rimasto dentro la casa. Non l'ho più visto. Là dentro si ammazzano. Sparano tutti>>, gli dico. Intanto Carlo Cappelletti, ferito a un braccio da una coltellata, stordito dalla sedia del carabiniere, come poi mi hanno raccontato Tamara e Diego, riesce a liberarsi di tutti, scavalca il davanzale e urlando come un folle «mi ammazzo>> si butta in giardino. «Quel tonfo sordo mi rimbomba ancora nelle orecchie>>,mi ha raccontato poi Claudio Batavia. <<L'ho visto dalla finestra del bagno: ha fatto un volo di 5 metri>>. Carlo cade su un fianco e rimane tramortito, con gli occhi sbarrati. Altri carabinieri appostati in giardino, in pochi istanti gli sono addosso con le pistole: «Pezzo di m... volevi ammazzarci tutti>>, grida qualcuno di loro. Poi compaiono un paio di manette che serrano i polsi del giovane. È finita. Diciotto minuti di follia provocati dalla disperazione di un innocente o dalla rabbia di un colpevole che sente di non avere più scampo? Solo Dio lo sa.
E forse la Circe. Guardo la Circe e Carlo Cappelletti che si allontanano per strade diverse. Non si vedranno più. Lei, attraverso le grate del cellulare che la porta a carcere di Lucca, lancia l'ultimo sguardo alla villetta dove ha vissuto per un anno e mezzo con il giovane amante e i figli. (...) .
 
Massimo Luigi TIANO Tutti i diritti di riproduzione sono riservati.
 
 
 

 

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