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    ALBERTO STASI: LA FREDDEZZA DELL’IMPENSABILE.
    Aspetti problematici di una discutibile sentenza

    Alberto STASI  è stato l’unico indagato per il delitto della fidanzata Chiara Poggi, 26 anni, uccisa con un colpo alla testa il 13 agosto del 2007 nella villetta di Garlasco (Pavia) dove viveva con i genitori (in quel momento in vacanza in Trentino). Fu lui a trovare il corpo. Arrestato il 24 settembre 2007, fu rilasciato dopo quattro giorni (il gip di Vigevano, Giulia Pravon, considerò «insufficienti» gli indizi raccolti).

    «Gli indizi a suo carico sembrano sono fragili, e controversi. Il primo: quando si è presentato dai Carabinieri per dire che la fidanzata era stata uccisa, le suole delle sue scarpe non avevano macchie di sangue. Per l’accusa è una stranezza non da poco: la scena del delitto era un lago di sangue e se lui ci ha camminato dentro, come ha detto, com’è possibile che avesse le scarpe pulite? Oppure se le è cambiate prima di andare a fare denuncia? E perché? Secondo indizio: nei pedali della sua bicicletta sono state trovate tracce organiche il cui Dna corrisponde a quello di Chiara. Terzo: lui dice di aver lavorato, quella mattina, al computer di casa sua, ma secondo i tecnici che lo hanno analizzato, il pc quel 13 agosto rimase acceso solo 3 minuti. Tutto qui. Manca l’eventuale movente, manca pure l’arma del delitto. Anche se recentemente il padre di Chiara, che con la famiglia è tornato ad abitare la villetta del massacro ad aprile, pochi giorni dopo il rientro a casa ha scoperto che dalla cassetta dei suoi attrezzi manca un martello. I periti dicono che le ferite che hanno provocato la morte della ragazza sono compatibili con quelle causate da un martello» (Il Messaggero).

    «“Il nonno, Rocco, ha lavorato per anni in Africa, faceva il camionista, poi è morto e Nicola e il fratello Luigi si sono trasferiti vicino a Milano con la mamma”. In Lombardia Nicola, negli anni Settanta, conosce Elisabetta Ligabò, milanese di nascita, del 1956. Poi il matrimonio, la casa a Sesto San Giovanni, in via Gioberti, la nascita di Alberto. Dal 1982 al 1990 Nicola manda avanti la Autoricambi Segrate, nell’omonimo comune. In quegli anni la famiglia Stasi si trasferisce a Liscate (Milano) in via Don Bosco, in una palazzina senza pretese. Alberto studia a Milano, dai salesiani, raggiungendo sempre il massimo dei voti. Nel 1998 la svolta: Nicola apre una rivendita di autoaccessori sul corso principale di Garlasco, la Nuova Invernizzi srl. Il figlio si trasferisce al liceo scientifico di Mortara» (Giacomo Amadori).

    • Il 27 marzo 2008 si è laureato alla Bocconi con una tesi su “Profili tecnici e normativa nella tassazione delle imprese di assicurazione”, voto 110.

     

    Più che un computer sembra un pozzo senza fondo.

    Dal pc di Alberto Stasi sono emerse  ben 7.064 immagini pornografiche. Numeri francamente sbalorditi, da cultore della materia. E non è nemmeno questo il dato più inquietante: Risulta evidente che il giovane, indagato per la morte della fidanzata Chiara Poggi, avesse una certa dimestichezza con i filmini e le foto hard. Ed era stato aperto a suo carico un procedimento per detenzione di materiale pedopornografico.

     Stasi archiviava tutto quel materiale con criteri precisi, con una metodicità che fa pensare. E che non può non rimandare, a questo punto, a un possibile movente del delitto Poggi. Che cosa accadde fra il 12 e il 13 agosto del 2007 a Garlasco? Forse Chiara scoprì improvvisamente l’altra faccia del suo ragazzo? Forse scoppiò un diverbio e qualcosa si ruppe nell’equilibrio di Alberto? Ipotesi, solo ipotesi, almeno per ora, ma quel che prima veniva solo sussurrato e respinto fermamente dalla difesa ora prende sempre più corpo. Un fatto è certo: il pc custodiva 7.064 immagini suddivise in 22 sottocartelle. Ripartite in modo non casuale. No, c’era l’archivio delle donne violentate, quello delle vecchiette, un altro per gli oggetti fallici e via di questo passo. «Mi sembra evidente - spiega l’avvocato Gianluigi Tizzoni, legale della famiglia Poggi - che Stasi fosse un collezionista di questo materiale. E non mi vengano più a dire che qualche rara foto era finita quasi per caso nel suo computer. No, qui c’era un’ossessione, coltivata con razionalità e freddezza».

    Per la precisione, l’archivio segreto di Stasi è nascosto in un folder dal nome depistante: Militare. Qui si trovano in effetti 423 foto di aerei, ma accanto ai velivoli ecco il mondo hard di Alberto. Con sette video a luci rosse, di cui uno ha per protagonista un africano omosessuale.

    Sorpresa: a guardare si trovano anche tre filmini di Chiara e Alberto che fanno l’amore. Ma qui Tizzoni frena: «Attenzione, si tratta di tre video in formato mpg in cui in effetti i due si lasciano un po’ andare, ma non dobbiamo pensare a situazioni perverse o brutali. No, sono immagini un po’spinte di una relazione di coppia, condite con molta ironia e sorrisi. Niente a che fare col resto». Una montagna di foto. Sconvolgenti. «Chiara - ha spiegato la mamma Rita Preda - non ne sapeva nulla».

    In totale, conteggiando i file scartati, si arriverebbe al totale, strabiliante, di 32.130 foto hard. Insomma, l’immagine del bravo ragazzo, tutto fidanzata e Bocconi, dovrebbe essere rivista. Ed è infatti questo il tasto su cui batterà l’accusa nell’udienza preliminare che si aprirà a Vigevano il 24 febbraio e da cui dipenderà il futuro di Stasi: proscioglimento o rinvio a giudizio. «Ho incaricato l’ingegner Paolo Reale di studiare tutto quel che è successo su quel computer fra il 12 e il 13 agosto - aggiunge Tizzoni -, certo intorno alle 19 della domenica c’è un crash, uno spegnimento non corretto, anomalo».

    Che significa questo crash? «Potrebbe voler dire che lui ha disattivato di botto il pc». Perché? Chiara aveva forse involontariamente scoperto qualche immagine hard? Forse in quel momento è iniziato un litigio che si è trascinato fino all’epilogo di sangue l’indomani mattina? Ancora, Alberto disponeva di una chiavetta Usb che però finora non è stata trovata?

    Curioso, Stasi ha davanti agli occhi la sua ossessione anche la mattina del 13 agosto. Dà un’occhiata a sette foto porno alle ore 9.37. Poi lavoricchia sul computer fino alle 10.17. Poi il pc tace. Secondo l’autopsia, che la difesa però contesta frontalmente, Chiara sarebbe stata uccisa fra le 11 e le 11.30.

     

    Il giallo di Garlasco, impossibile negarlo, ora è una cosa di dominio comune. E, forse, non dovrebbe esserlo, visto l'accanimento mediatico che ha già contraddistinto l'omicidio di Chiara Poggi e le successive indagini, si sarebbero dovute approfondire le personalità di Stasi  della Poggi e dei personaggi collaterali, non limitarsi ad una indagine tecnologica.

     

    Martedì, 21 agosto 2007 - 09:33:00

    Parole dai verbali d'interrogatorio. Parole disperate ma lucide. Qualche contraddizione, ma Alberto Stasi, nella sua disperazione, spiega la sua verità. "Non sono stato io. Vi prego, cercate altrove - spiega agli inquirenti nelle 26 pagine di verbale - Il nostro fidanzamento? I rispettivi genitori ne erano al corrente, però io non frequentavo assiduamente la casa di Chiara, mentre lei veniva con più frequenza a casa mia, quasi esclusivamente il sabato sera, quando non c’erano i miei genitori. Questo perché ci imbarazzava farci vedere in atteggiamenti da coppia consolidata".

     

    Alberto ripercorre le ultime ore, anzi, gli ultimi giorni, di Chiara. "Domenica 12 agosto lei è venuta a casa mia con la sua auto, verso le 17. Lì siamo rimasti fino alle 19.30. Poi, verso le 20, siamo andati alla pizzeria "Dietro l’angolo" e abbiamo ordinato due Margherite - spiega - Dopo aver mangiato, Chiara ha sparecchiato e io ho continuato a scrivere la mia tesi di laurea, utilizzando i libri e il computer che mi ero portato. Mentre io scrivevo, Chiara guardava il film 'Lo squalo'".

     

    "Intorno alle 22 ho visto in lontananza dei lampi e mi preoccupavo del mio cane, che era nel giardino di casa mia. Temendo che potesse grattare le porte sono tornato a casa in 5 minuti, ho preso il cane e l’ho chiuso in garage. Poi sono tornato a casa di Chiara - spiega - Ero stanco e volevo tornare a dormire da me. La mattina dopo, dalle 11.15 fino alle 12.30 ho provato a chiamare Chiara, sia con il cellulare che con il telefono di casa mia. Verso le 13.30 ho deciso di andare a controllare". Arrivato davanti alla villa "ho suonato il campanello a vuoto, ho visto la finestra della cucina aperta e l’antifurto spento. Allora ho riprovato sia sul cellulare che a casa. Sentivo che entrambi gli apparecchi squillavano. Ho scavalcato il muretto e sono entrato in giardino".

     

    Ed ecco gli ultimi, decisivi istanti. "Ho trovato la porta d’ingresso chiusa, ma non a chiave. In casa ho visto la Tv accesa nella salettina dove eravamo la sera prima. Entrando, vicino alla porta, ho visto del sangue e un sottovaso per terra. Quando ho aperto la porta della taverna ho visto altro sangue: ho fatto due gradini e non ho guardato dove mettevo i piedi. Ho visto Chiara riversa a terra, con le gambe leggermente allargate. Del volto ho visto la guancia destra di chiara. Era bianca in volto". L'ultimo dettaglio, la prima contraddizione. Perchè il volto di Chiara, quando sono arrivati gli operatori del 118, era coperto di sangue. Ed era quindi rosso, non bianco. "Non mi sono avvicinato al corpo di Chiara perché ero spaventato e ho provato una sensazione mai provata in vita mia. Non ho aspettato l’ambulanza perché avevo paura", spiega ancora Alberto. Un altro punto debole dell'interrogatorio.

     

    GRAVI INDIZI DI COLPEVOLEZZA

    Il giorno 13.8.2007 veniva rinvenuta cadavere, nella sua abitazione sita in Garlasco via Pascoli, 8, Poggi Chiara, attinta da numerosi colpi alla testa inferti con un corpo contundente. II corpo veniva trovato sulle scale che conducono alla taverna dell'abitazione vestita con un pigiama di colore rosa. Dalle numerose tracce di sangue presenti nel salone, nell'ingresso e nel disimpegno antistante la scala che conduce nella tavema era evidente che l'aggressione fosse avvenuta tra il salone e l'ingresso e che il corpo fosse stato successivamente trascinato fino alla porta della taverna (qui verosimilmente appoggiato alla porta della taverna per consentire di aprirla e nuovamente colpito) per essere successivamente spinto giù dalle scale della taverna.

    Il rinvenimento del cadavere avveniva a seguito della segnalazione di Stasi Alberto, fidanzato della vittima, il quale alle ore 13,50 circa si presentava presso i Carabinieri di Garlasco riferendo di avere trovato poco tempo prima il corpo della fidanzata all'interno dell'abitazione.

    Stasi, nel verbale di sommarie informazioni del 13.8.2007, alle ore 16,00 e alle 23,45 riferiva che verso le 13,40 si era recato presso l'abitazione di Poggi Chiara in quanto la stessa durante la mattinata non aveva mai risposto alle sue telefonate, sia sul telefono fisso sia sul telefono cellulare. Giunto presso l'abitazione a bordo della sua autovettura Volkswagen Golf e dopo avere effettuato ulteriori tentativi di contattare la fidanzata, dichiarava di aver scavalcato il muretto di cinta, di essere entrato nell'abitazione, avendo trovato la porta chiusa ma non a chiave. Una volta entra-to raccontava di essersi portato nella saletta in fondo ove aveva visto la televisione accesa e di non aver trovato Chiara all'intemo di tale stanza. Quindi di aver controllato all'intemo del bagno e del garage. E mentre stava per portarsi al piano superiore si ricordava della presenza della taverna/ cantina e vedendo la porta della stessa chiusa cercava di aprirla.

    Riferiva di aver impugnato il pomello della porta cercando di aprirla tirandola verso sinistra come fosse una porta a scomparsa (a scrigno) e di non esservi riuscito. Quindi di avere appoggiato la mano sulla parte centrale della porta spingendo verso l'intemo cosicché la porta si apriva.

     

    IL CORPO IN FONDO ALLA SCALA

    Diceva quindi di essere sceso di un solo gradino, di non avere acceso la luce, di aver constatato la presenza di sangue e di aver visto il corpo di Chiara lungo le scale con la testa verso il basso rispetto ai piedi, con le gambe leggermente allargate, con indosso un pigiama rosa composto da una maglietta a mezza manica e un pantaloncino corto. II volto della vittima, dalla parte destra, non era coperto di sangue né da capelli e quindi era abbastanza visibile tant'è che ne constatava il colore nitido della pelle. Quindi riferiva di essere uscito quasi correndo, non chiudendo la porta ma il cancello, di essere salito sulla sua autovettura, di aver chiamato il 118 e di essersi portato presso i Carabinieri.

    Precisava che in tutti i movimenti fatti all'intemo della abitazione in cui aveva trovato la fidanzata, non aveva posto attenzione a dove metteva i piedi e si era spostato "con passo veloce quasi correndo". Nelle dichiarazioni rese in qualità di persona informata sui fatti davanti a questo Pm in data 17.8.2007 ribadiva, quanto al rinvenimento del cadavere la stessa versione, in particolare, diceva:

     

    HO SUONATO A VUOTO TRE VOLTE

    «Quindi mi sono portato a casa di Chiara con la mia Golf che ho parcheggiato davanti al cancello pedonale. Mi ricordo che non c'erano altre macchine nella strada e non ho visto né autovetture, né altri veicoli e né persone uscire dalla via dove abita Chiara. Sono sceso dalla macchina e ho suonato il citofono credo per tre volte, di cui ricordo una prolungata. Non mi ha risposto nessuno. Ho quindi provato a telefonare dal mio cellulare sia sull'utenza cellulare di Chiara sia sull'utenza fissa facendoli squillare insistentemente tanto da sentire i loro squilli dall'esterno. Non ho avuto risposta. Ho chiamato a voce alta Chiara ma non rispondeva; mi sono spostato verso destra rispetto al cancello per vedere se fosse in giardino magari a prendere il sole. Non ho visto nessuno. Mi sono spostato di nuovo verso sinistra avvicinandomi al cancello carraio e abbassandomi per vedere se c'era l'auto di Chiara. Non ho visto l'auto. Ho chiamato ancora a voce alta la Chiara ma non ho avuto risposta. Sempre mentre mi trovavo fuori, ho notato che la porta d'ingresso era chiusa mentre la porta finestra della cucina era aperta verso l'interno, la zanzariera abbassata e c'era l'inferriata in metallo nero chiusa. Avevo notato che le persiane della della sala erano chiuse così come le persiane della della cucina.

    Ho quindi deciso di scavalcare il muro di cinta. Preciso che detto muro, dell'altezza di circa due metri, alterna la parte in muratura con spazi in cui è allocata un'inferriata che parte da un muretto di altezza di circa 50-60 centimetri. Ricordo di essere salito sul muretto basso in un punto dove era situato un vaso che ho cercato di spostare, ma constatando che lo stesso era legato alla parte

    metallica ho appoggiato il piede sopra. Ho scavalcato il muro e attraversando il giardino mi sono avvicinato alla porta finestra della cucina; ho guardato all'interno e ho richiamato ad alta voce Chiara senza avere risposta. Mi sono spostato in direzione della porta d'ingresso provando ad aprirla. La porta si è aperta azionando la maniglia in quanto non aveva alcuna mandata. La prima cosa che ho visto è stata la tv accesa nella saletta in fondo al corridoio. Il mio primo istinto è stato di andare in quella direzione.

     

     

     

    IL SANGUE SUL PAVIMENTO

    Avrò fatto un passo o due e ho notato una macchia di sangue in basso alla mia sinistra molto vicina alla porta della cucina. La stessa era sul muro dove lo stesso si unisce al pavimento e proseguiva sul pavimento stesso. Per terra in prossimità di questa macchia ho visto due oggetti: uno era nero, mi sembrava in ferro battuto e mi sembrava un porta vaso o qualcosa di simile ma non l'ho osservato con attenzione e con la coda dell'occhio ho visto un altro oggetto che mi sembrava di forma allungata e di colore chiaro quasi legno. Praticamente sono corso nella salettina in fondo, tra la corsa ed un passo veloce. Non ho guardato dove mettevo i piedi però avevo visto che la macchia di sangue prima descritta si prolungava verso la saletta. Quindi quando ho corso per andare verso la saletta mi sono mantenuto nella parte centrale o comunque verso destra del corridoio. Ho dato un'occhiata veloce nella saletta e ho visto che non c'era nessuna persona. La tv era accesa mentre la luce della stanza era spenta. Ricordo che la saletta era un po' illuminata dalla luce della tv e da quella che filtrava dalle persiane. Ho aperto la porta del bagno che non ricordo se fosse chiusa o socchiusa. Non ho visto nessuno in bagno. Dove non sono entrato. Mi sono girato verso sinistra e ho controllato la porta del box. Ma Chiara non c'era. Quindi mi sono girato e stavo dirigendomi al piano di sopra.

    In tutti i movimenti che ho appena descritto non ho guardato dove mettevo i piedi. La porta della cantina era chiusa; ho provato ad aprirla prendendo la maniglia posta alla destra per chi guarda la porta e ho applicato una forza da destra verso sinistra pensando che si trattasse di una porta a soffietto o a scrigno o meglio che scorre nei muri. Ho visto che non si apriva; quindi ho appoggiato la mano sinistra spingendo verso l'intemo mentre con la mano destra continuavo ad applicare la forza da destra verso sinistra.La porta quindi si è aperta. Non ho acceso la luce. Ho visto una macchia di sangue leggermente ubicata alla mia destra sul tratto di muro che si congiunge con i gradini della scala. Mi sono fermato un istante e ho sceso due gradini circa; mi sono inclinato in avanti e guardando verso sinistrale scale ho visto il corpo di Chiara. II corpo era a pancia in giù con la testa verso la fine della scala e i piedi verso la parte alta. L'ho vista con il pigiama rosa, aveva le gambe leggermente allargate e la testa girata verso il muro con il viso sinistro appoggiato suo gradino della scala Ho notato solo che la macchia di sangue si prolungava sui primi gradini davanti a me.

    RICORDO UNA PARTE DEL SUO VISO

    Ho visto abbastanza il viso di Chiara, ricordo una parte bianca. Appena l'ho visto sono scappato. Mi sono girato per risalire i gradini e sono andato di corsa, senza guardare dove mettevo i piedi, verso la porta d'ingresso. Nel mentre cercavo il mio cellulare che avevo nei pantaloni. Giunto all'ingresso ho aperto il cancello pedonale azionando il dispositivo ubicato sul muro alla destra della porta d'ingresso. Sono quindi uscito lasciando aperta la porta d'ingresso. Nel mentre ho composto il n. 118 sul mio cellulare ma ho sbagliato tasto nel senso che non ho azionato il tasto per l'invio ma quello che cancella il numero digitato. Sono uscito dal cancello pedonale e l'ho chiuso in quanto ho pensato che non potevo lasciare tutto aperto avendo già lasciata aperta la porta d'ingresso. Sono salito sulla mia Golf, ho avviato il motore e ricomposto 118 o forse il contrario. Per uscire dal viale mi sono diretto per alcuni metri verso il fondo della strada. Ho fatto in versione e sono uscito verso la caserma dei Carabinieri. Mentre guidavo parlavo con l'operatore del 118, non ricordo se fosse un uomo o una donna. Ricordo che sono arrivato in caserma mentre ancora parlavo con l'operatore del 118. Ricordo di aver detto all'operatore del 118 che mi serviva un'autoambulanza alla via Giovanni Pascoli. L'operatore mi ha chiesto il numero civico ma io non me lo ricordavo e gli ho detto che non lo ricordavo e allora gli ho detto forse 29. L'operatore mi ha chiesto cosa fosse successo e io ho detto "ho trovato una ragazza, c'era tanto sangue e che credevo che l'avessero accoltellata". L'operatore mi ha chiesto l'età della ragazza e gli ho detto che aveva 26 anni. Se non sbaglio l'operatore mi ha anche chiesto come facevano a trovare la casa e io ho detto che la strada era chiusa e che sicuramente avrebbero visto i carabinieri perché io ero arrivato in caserma. Non ricordo altro della telefonata".

     

    ECCO COSA CREDO DI AVERE VISTO

    Stasi Alberto si presentava spontaneamente davanti a questo pm in data 22.8.2007 e in qualità di persona sottoposta ad indagini confermava integralmente circa le modalità di ritrovamento del cadavere e su quanto lo stesso avesse fatto la mattina del 13.8.2007 la versione resa nei verbali di sit sopra indicati. Precisava unicamente che la descrizione da lui fatta nei menzionati verbali della posizione del corpo di Chiara, dell'abbigliamento e del particolare del volto non era "quanto da lui visto ma quanto lui pensava di aver visto".

    Dalle analisi condotte dai consulenti tecnici nominati da questo pm è emerso che sulla bicicletta marca Umberto dei Milano, sequestrata allo Stasi in data 20.8.2007 all'interno della sua abitazione, sono state rinvenute tracce di sangue riconducibili alla vittima. In particolare nella relazione preliminare sugli accertamenti biologici effettuati sui campioni prelevati dai pedali della bicicletta sopra indicata (vedi verbale delle operazione tecniche del 11.9.2007) si evidenzia che il profilo del Dna estratto dai campioni stessi è riconducibile al di là di ogni ragionevole dubbio al profilo genetico di Chiara Poggi, come dettagliatamente indicato nella relazione preliminare datata 24.9.2007 che qui riporta "i primi rilievi effettuati in data 11 settembre 2007 sui pedali della bicicletta da uomo di colore marrone bordeaux, marca "Umberto dei Milano" sono stati sottoposti agli accertamenti biomolecari come unico campione, preliminarmente siglato come campione bu_p. Detto campione è stato sottoposto ad estrazione del Dna e a successiva purificazione e quantificazione tramite Real Time. II Dna così estratto ha mostrato una concentrazione di circa 2,8 ng/ul di solo Dna femminile.

    La successiva fase di caratterizzazione molecolare ha permesso di ottenere un profilo genetico riconducibile, al di là di ogni ragionevole dubbio, alla vittima Poggi Chiara. Alla luce dei risultati ottenuti i pedali della bicicletta in esame sono stati smontati e sottoposti ad una attenta ispezione tramite il microscopio binoculare. Detta ispezione ha messo in luce su entrambi i pedali delle microtracce di consistenza ematica, di variaforma, di lunghezza pari a 3 mm di colore rosso, che sottoposte al Combur test, per la diagnosi generica della natura ematica delle tracce, hanno fornito esito positivo". Tenuto conto che la bicicletta su cui sono state trovate le tracce di sangue di Poggi Chiara il giorno 13.8.2007, era nella esclusiva disponibilità dell'indagato che era a casa da solo in quanto i genitori erano in vacanza nella loro abitazione di Spotorno (hanno infatti fatto ritorno a Garlasco solo nel pomeriggio del 13.8.2007), questo elemento dimostra inequivocabilmente che lo Stasi deve avere calpestato il sangue della vittima.

     

    SANGUE SUI PEDALI DELLA BICI

    La presenza del sangue su entrambi i pedali non può trovare una spiegazione alternativa rispetto al fatto che lo Stasi abbia calpestato il sangue di Chiara Poggi sul luogo del delitto. Nello stesso tempo, la circostanza che il sangue sia stato trovato su entrambi i pedali della bicicletta non può trovare spiegazione nel racconto fato dallo Stasi circa le modalità con cui ha trovato la fidanzata, avendo egli riferito di essersi portato in via Pascoli con l'autovettura Golf e da Ti sempre con la stessa autovettura essersi diretto presso la Caserma dei Carabinieri di Garlasco. Anzi la falsità del racconto dello Stasi, accertata sulla base dell'elemento oggettivo emerso dalle indagini tecniche, assume valore indiziario a suo carico.

    D'altra parte, il racconto reso sin dall'immediatezza dallo Stasi appare incompatibile anche con la mancanza di tracce ematiche sulle scarpe che lo stesso indossava nel momento in cui è arrivato presso la Stazione dei Carabinieri di Garlasco e che, secondo la sua versione, dovevano essere quelle con cui era entrato all'interno dell'abitazione ove aveva rinvenuto il cadavere della Poggi. Infatti tenuto conto della copiosa presenza di sangue sul pavimento dell'abitazione e del fatto che Stasi ha dichiarato di non avere prestato attenzione nel muoversi all'intemo dell'abitazione, non trova spiegazione l'assoluta assenza di sangue sulle suddette scarpe, come risulta dagli accertamenti tecnici svolti (confronta relazione preliminare del Ct Capitano Marino del 24.9.2007). In particolare, Stasi ha riferito di essersi soffermato davanti alla porta del vano scala che dà accesso alla taverna anche date le difficoltà incontrate per aprire la suddetta porta, sicché non avrebbe potuto non calpestare la grande macchia di sangue ivi presente.

     

    ASSENZA DI IMPRONTE

    E significativa per smentire la versione dallo Stasi è l'assenza di impronte di scarpa corrispondenti alla suola delle calzature che aveva al momento del ritrovamento del cadavere. Inoltre, a dimostrare la falsità del suo racconto valgono le contraddizioni in cui è in corso: sin dal primo ver-bale di sommarie informazioni, ha dato una descrizione precisa della posizione del corpo, addirittura con il dettaglio delle gambe "leggermente allargate", nonché degli indumenti indossati dalla vittima, descrizione dalla quale emerge in maniera evidente che lo stesso aveva avuto una chiara immagine del corpo dopo l'assassinio. A fronte di tale descrizione, e avendo lo Stasi più volte dichiarato di non avere acceso la luce del vano scala ove si trovava il cadavere e quindi tenuto conto delle condizioni di luce che non avrebbero potuto consentirgli di vedere i dettagli da lui fomiti, assolutamente inverosimile è la spiegazione offerta in un secondo tempo dall'indagato secondo cui questi dettagli sarebbero stati non quello che lui aveva visto ma quello che aveva pensato di avere visto.

    Infine anche il tenore della telefonata fatta al 118 per tono di voce e per le modalità della segnalazione non appare compatibile con una telefonata fatta nell'immediatezza del ritrovamento, come invece sarebbe accaduto secondo la sua ricostruzione.

    In definitiva, alla luce di quanto esposto, sussiste a carico di Stasi un quadro indiziario grave e preciso in quanto la presenza del sangue della vittima su entrambi i pedali della bicicletta in uso solo a lui il 13.8.2007, dimostrando che lo stesso ha calpestato il sangue della vittima e che fin da principio ha fornito una versione falsa del ritrovamento del cadavere, è decisiva al fine di affermare che lo stesso abbia commesso il fatto, allontanandosi quindi dal luogo del delitto con la sopra indicata bicicletta per poi costruire le false circostanze del ritrovamento del corpo.

     

    La routine di coppia

    Chiara e Alberto hanno un rapporto basato anche su una bella intesa fisica, ma ingabbiato più dai tempi del lavoro e dello studio che da quelli dello stare assieme e del divertirsi. Si vedevano solo il sabato sera e "ci telefonavamo due-tre volte alla settimana, mentre per il resto ci facevamo degli squilli e ci mandavamo degli sms. [...] Questo perché non sempre avevamo argomenti di cui parlare al telefono".

     

    Le confidenze

    "Chiara non mi ha mai detto di avere un'amica del cuore. [...] Con me parlava di tutto, sia delle cose quotidiane, come il fatto di voler comprare dei vestiti o andare alla fiera di Milano, sia quando uno di noi due era triste ne parlava con l'altro". Uno dei motivi di tristezza era il lavoro che Chiara aveva trovato appena laureata in una società di Pavia oppure, come capita a tutti i figli, le discussioni in famiglia. "Come il 4 agosto, quando ero ancora a Londra, con Messenger (il programma che permette di "parlarsi" via Internet, ndr) le avevo detto che una volta arrivato in Italia, quella sera verso mezzanotte e mezza, potevamo uscire per fare un giro insieme, ma lei mi aveva risposto che non si poteva perché era troppo tardi e i suoi dovevano partire la mattina alle cinque e aveva già avuto una discussione con loro".

     

     

     Le liti assenti

    "Io e Chiara non abbiamo mai avuto litigi seri ma solo qualche piccolo screzio. Non le ho mai dato uno schiaffo né mai messo le mani addosso", mette a verbale Alberto. Non approfittano di ogni occasione per vedersi. Come la sera del 5 agosto quando i genitori di Chiara sono già in vacanza. "Quella sera non sono rimasto da Chiara sia perché i miei genitori erano ancora a casa sia perché le avevo chiesto di lasciarmi tranquillo fino al martedì successivo perché dovevo preparare un colloquio di lavoro. [...] Chiara comunque, anche se avrebbe preferito che io mi fermassi di più, era comunque contenta di questa opportunità e quindi non si è arrabbiata". E ancora, pochi giorni dopo: "Dovevo scrivere la tesi, avevo una scadenza per il 17 agosto. Chiara mi ha detto che si annoiava a stare in casa da sola, ma non abbiamo discusso".

     

     I genitori

    Sono fidanzati da quattro anni, ma Chiara e Alberto non hanno alcuna voglia di fare i "fidanzati in casa". "Non ho mai pranzato o cenato a casa sua insieme ai suoi e nemmeno lei con i miei genitori". Il motivo? "Io e Chiara volevamo così, non volevamo fare come le coppie del Sud che fanno le presentazioni ufficiali a tutta la famiglia e poi eravamo in imbarazzo a farci vedere come coppia davanti alle rispettive famiglie".

     

    I regali

    Sono doni senza pretese, discreti come era Chiara, quelli che le fa Alberto: "Le ho regalato un orso di peluche con il nastrino di Harrods che è nella sua camera e che le ho spedito da Londra quando sono stato là a luglio, poi un ciondolo della Breil a forma di dentino e un paio di orecchini pendenti. Poi una maglietta tipo pigiama rossa con un cuore di tulle. Alcuni completini intimi. Non le ho regalato nessun anello".

     

    Gli ultimi giorni

    Ad agosto Chiara e Alberto trascorrono giorni sereni. La sera del 7, dopo un colloquio di lavoro a Milano, la sera Alberto va da lei. "Ho messo nello zainetto un pantaloncino corto e una maglietta intima, lo spazzolino, le ciabatte, tre dvd che volevamo vedere e sono andato a casa di Chiara. [...] Finito il film siamo andati a dormire, io nel letto del fratello e Chiara nel suo, perché non volevamo dormire nel letto dei suoi genitori e lei non aveva voglia di aprire il divano letto matrimoniale". Anche la notte del 10 dormono a casa di Chiara, ma non la sera dopo, perché lei "deve dar da mangiare ai gatti".

     

    La vigilia dell'omicidio

    "Ho trascorso il giorno di domenica 12 agosto a casa mia a scrivere la tesi sul mio pc portatile. Chiara è venuta da me intorno alle 17 con la sua macchina, io ho continuato a studiare e lei ha guardato riviste e sentito un po' di musica. Verso le 19.30 abbiamo deciso di comprare delle pizze e mangiarle a casa di Chiara. Io ero ancora in pigiama dalla mattina... ". Comprano le pizze, lui si rimette al computer anche a casa di Chiara, "ero vestito con un paio di pantaloncini corti beige, una polo a righe orizzontale blu scuro con delle righe gialle e le scarpe Lacoste di colore bronzo, lo stesso identico abbigliamento che avevo il 13 agosto". A mezzanotte e dieci "ho detto a Chiara che volevo andare a casa perché avevo sonno. Chiara mi ha detto rimanere ancora un po', abbiamo visto "Sex and the city", verso l'una ho spento e Chiara mi ha accompagnato fuori dalla porta".

     

    La mattina del 13

    "Avevo messo la sveglia alle 9 come d'abitudine e la seconda sveglia alle 9.30. Mi sono alzato e alle 9.45 ho fatto uno squillo al cellulare di Chiara senza averne risposta. Preciso che questo squillo alla mattina quando ci alzavamo o lo facevo io o lo faceva Chiara. Non mi sono preoccupato del fatto che non avesse risposto. Ricordo che tra le 9.30 e le 10 mia mamma ha chiamato sul numero fisso di casa mia e io ho risposto, la nostra conversazione è durata poco. Mi sono messo a scrivere la tesi e verso le 10.45 ho fatto un altro squillo al cellulare di Chiara e non ho avuto risposta. Ho continuato a scrivere la tesi sino alle 12.20 circa, quando ho chiamato Chiara dall'utenza fissa della mia abitazione, sia sul cellulare che sul numero di casa. Ho fatto squillare i telefoni per un po'". Chiara non risponde, ma Alberto dà mangiare al cane, si prepara un bel piatto di farfalle, alle 13.31 chiama ancora e "allora ho cominciato a preoccuparmi e ho deciso di recarmi a casa sua. Ricordo che la sera prima, quando ci siamo lasciati, mi aveva detto che forse sarebbe andata a trovare la nonna a Groppello Cairoli in una casa di riposo".

     

    La cantina di Chiara

    Alberto arriva a casa di Chiara, nota "che il led rosso dell'antifurto non era acceso", la chiama invano, scavalca, vede il disordine e il sangue. "Non ho guardato dove mettevo i piedi", arriva a dare un'occhiata nel box, infine si accorge della "porta che da alla cantina", la apre, "ricordo che la luce era spenta. Non ho acceso la luce. Ho visto una macchia di sangue ubicata leggermente alla mia destra sul tratto di muro che si congiunge con i gradini della scala. Mi sono fermato un istante e sono sceso due gradini circa. Mi sono inclinato con il busto leggermente in avanti e guardando verso la sinistra delle scale ho visto il corpo di Chiara. L'ho vista con il pigiama rosa, ho visto abbastanza il viso di Chiara, ricordo una parte bianca. Appena l'ho vista sono scappato. Mi sono girato per risalire i gradini e sono andato di corsa verso la porta d'ingresso... Non mi sono avvicinato a Chiara perché non ho voluto toccarla, ho avuto paura, una sensazione mai provata in vita mia. Ho anche urlato".

    Questi sono i punti cruciali: le sua scarpe sono prive di qualsiasi macchia di sangue, ormai rappreso; e se la luce era spenta, come ha potuto vedere il colore del pigiama e il volto? Ma è davvero entrato in casa?

     

    I carabinieri

    Alberto va in caserma, torna con due militari: "I due carabinieri hanno visto il cancello pedonale chiuso e mi hanno chiesto come avessi fatto a entrare. Ho detto che avevo scavalcato il muretto. Quindi entrambi hanno scavalcato e io sono rimasto fuori e non sono più entrato in quella casa... Ho capito che Chiara era morta solo quando l'ambulanza è arrivata e non è andata via con lei", ma siccome un carabiniere gli ha detto che la portano via in ambulanza, "ho avuto la certezza della morte di Chiara solo quando ho firmato il primo verbale delle mie dichiarazioni e ho letto la parola "il cadavere".

     

    La mamma di Chiara

    "Dopo un po', mentre ero ancora fuori sulla strada davanti all'abitazione di Chiara mi ha chiamato la mamma di Chiara chiedendomi piangendo se era vero".

     

    Il sangue mestruale

    Le scarpe di Alberto non erano sporche di sangue, ma il Dna di Chiara, quasi certamente originato dal sangue, è stato trovato dai Ris sui pedali della bici usata da Alberto. Come lo giustifica: "Non so, forse posso aver calpestato sangue mestruale dentro casa di Chiara", dice. E gli avvocati chiedono di sospendere l'interrogatorio

     

     

    Garlasco è un comune di circa 10 mila abitanti in provincia di Pavia. Una cittadina,  dove ognuno si fa i propri comodi, lavora e con tanto disinteresse si occupa della morte del vicino, perché non rientra in busta paga.  E' il 13 agosto del 2007, quando un pò prima delle 14, in una villetta di via Pascoli, viene trovata morta una impiegata di 26 anni che risponde al nome di Chiara Poggi. Alberto Stati,  recandosi a casa sua rinviene il cadavere.

    Alberto Stasi, 24 anni, laureando all'università Bocconi di Milano. Stasi rinviene il corpo riverso sulle scale della cantina. Il giovane sarà interrogato per 12 ore consecutive come testimone dal sostituto procuratore di Vigevano, Rosa Muscio, e dai carabinieri.

     

    Viene assai presto escluso l'omicidio per rapina: non mancano oggetti di valore e non ci sono segni di effrazione. In questi casi, gli investigatori scrivono che a compiere il delitto è stata una persona conosciuta dalla vittima. Secondo procedura, il cadavere di Chiara Poggi fu sottoposto ad autopsia che stabilì l'inaudita ferocia di chi la uccise con reiterati colpi inferti con un oggetto contundente, forse un martello o un bastone. L'omicidio dovrebbe essere avvenuto tra le 9 e le 12. L'arma non sarà mai trovata. Un unico indizio arriva da una vicina di casa, la quale racconterà di aver visto, la mattina precedente al delitto, una bicicletta da donna poggiata al muro della villetta di via Pascoli.

     

    Il 20 agosto, ovvero a una settimana dall'assassinio, Alberto Stasi, riceve un avviso di garanzia per omicidio volontario. Gli inquirenti sostengono che nella sua versione, e comunque nel corso dei numerosi interrogatori, si riscontrano numerose incongruenze. Vorremmo dire subito che negli omicidi, di qualunque natura essi siano, ci può essere una persona, forse colpevole o forse no, ma certamente pregiudizialmente colpevole se ha la "faccia" dell'assassino. La freddezza di Alberto Stasi, questo 24enne biondo, che non cerca il favore della gente, che non fa dichiarazioni, che non andrà in televisione se non una volta scagionato, prima però del processo di appello, non ispira simpatia e perciò superficialmente viene indicato come assassino. Ci sono molte persone che per anni hanno combattuto per liberarsi da un'accusa infamante per un fatto non commesso, ma purtroppo il loro viso portava subito alla colpevolezza. Stasi è così, ma ne parleremo dopo, proprio riferendoci a una puntata di "Matrix" nel corso della quale per la prima volta ha parlato, anche cercando di spiegare che non appartiene alla categoria delle persone che amano cercare l'altrui comprensione o l'altrui solidarietà.

     

    Comunque, il 17 dicembre 2009, Alberto Stasi è stato dichiarato innocente alla fine di un processo di primo grado segnato da una serie infinita di perizie. La dichiarazione di innocenza si basa sulla insufficienza di prove. Il 30 aprile del 2010, i genitori di Chiara Poggi, hanno deciso di ricorrere in appello.

    A settembre 2007, il pm decise il fermo di Alberto. Sui pedali di una delle sue bici, sequestrate dai carabinieri subito dopo l'omicidio, sono state trovate tracce di DNA compatibile con quello di Chiara: per i Ris di Parma, impegnati nelle indagini, è sangue della ragazza, per la difesa può essere sudore o saliva.

     

      Dopo quattro giorni in carcere a Vigevano, il gip non convalida il fermo e rimette in libertà Stasi: non ci sono prove sufficienti per giustificare un arresto. A dicembre 2007, i Ris consegnano la consulenza sul pc di Alberto Stasi. La mattina del delitto sarebbe rimasto acceso per parecchie ore ma usato pochi minuti. Stasi viene convocato dal pm che gli contesta una nuova accusa: detenzione e divulgazione di materiale pornografico trovato nel suo computer.

     

    La storia del materiale pedopornografico, ha rappresentato, come è ovvio che fosse, un diversivo di una certa importanza e quindi perizia dopo perizia si è cercato di indagare su questo materiale, cercando di capire chi era in realtà il giovane laureando alla Bocconi.

    Chiara e Alberto erano fidanzati da qualche anno. Spesso il ragazzo rimaneva in casa di Chiara e di questo erano a conoscenza i genitori della giovane, e si suppone perciò che tra i due si fosse stabilita una certa intimità e che forse il materiale trovato nel computer di Stasi poteva far parte di un gioco erotico fra fidanzati.

     

    Il processo di primo grado, cominciato nel febbraio del 2009, è stato tutto un rincorrersi tra le perizie dell'accusa, che miravano a confermare le responsabilità di Stasi, e quelle della difesa che hanno cercato, riuscendoci, di scagionarlo.

    Dal giorno successivo al delitto, fino alla sentenza di assoluzione, è andato via via deteriorandosi il rapporto tra Alberto e la famiglia di Chiara. Chi ha seguito la vicenda ha visto prima Stasi abbracciato alla madre della ragazza durante i funerali, Stasi che viene accompagnato in carcere una prima volta, non batte ciglio, ha uno sguardo fermo, si direbbe quasi vitreo, e infine guardato di tre quarti dai genitori di Chiara come un segno evidente da parte loro di un giudizio di colpevolezza. Ed erano pochi quelli che, mentre la corte era in Camera di Consiglio, scommettevano su una sentenza assolutoria, proprio perchè un coro ben affiatato indicava le motivazioni e i perchè della colpevolezza del giovane. Ricordiamo le immagini di quando quella mattina Stasi è uscito dall'udienza ancor più pallido del solito, con accanto i suoi avvocati raggianti, e con l'aria di chi sapeva che l'iter non era davvero concluso. infatti, il padre e la madre di Chiara dichiararono immediatamente che a loro parere Stasi era colpevole, hanno anche argomentato in pubblico le motivazioni fino ad arrivare, come detto, al 30 aprile del 2010 a proporre appello.

     

    Riportiamo una dichiarazione al "Corriere della Sera" di Giuseppe Poggi, resa il 13 aprile del 2010: "Per noi, Alberto, era e resta il colpevole dell'omicidio di Chiara".

     

    Dopo la richiesta di appello, il 4 maggio, d'improvviso viene fuori un nuovo testimone. Nel corso della trasmissione "Mattino 5" in onda su Canale 5, viene intervistata Maria Teresa Colombassi, che dichiara davanti alle telecamere di aver parlato insieme a Franca Bermani, testimone chiave del caso, con la signora Brognoli. Quest'ultima avrebbe confessato loro di aver visto anche lei passare una bicicletta nera, molto simile a quella appartenente ad Alberto Stasi, proprio la mattina dell'omicidio di Chiara Poggi.

     

    Il resto, in attesa appunto del processo di appello, è nella lunga intervista concessa da Stasi ad Alessio Vinci di "Matrix", andata in onda su canale 5 all'inizio del 2010. Nel corso di questa trasmissione, Stasi, come già detto, ha spiegato perchè non ha avuto mai voglia di mettersi davanti a una telecamera a spiegare il perchè si riteneva ed era innocente. In buona sostanza ha detto: "Tra me e Chiara c'era una storia vera, d'amore e d'intimità. Mi è parso assolutamente fuori luogo dover parlare di questo per convincere gli altri di una colpa mai commessa". Stasi ha poi parlato del numero esasperante di interrogatori ai quali è stato sottoposto, compresa una ricostruzione delle modalità con le quali ha scoperto il cadavere della sua fidanzata con il cranio fracassato, di quelle che erano state alcune incomprensioni durante un periodo di lontananza per motivi di lavoro e anche, cose dette a mezza bocca, quali erano i progetti di Chiara e i suoi per il futuro.

     

    Ha sfumato sui rapporti con gli ex suoceri, probabilmente perchè lui per primo si è reso conto che ormai i genitori di Chiara lo consideravano colpevole ed era certamente un modo per non vivere più con l'assillante interrogativo su chi era l'assassino della figlia. Certamente il processo di appello vedrà di nuovo un serrato confronto tra periti e tutto continuerà a girare intorno al pc, su quanto tempo rimase acceso la mattina del 13 agosto del 2007 quando, fra le 9 e le 12, fu uccisa Chiara. una prima volta si è detto che era stato usato solo per pochi minuti relativamente alla tesi da ultimare, altrimenti che era stato usato a lungo.

     

    La verità è nelle carte processuali, meglio nelle perizie della difesa, ma comunque è storia da vivere. Essendo il giovane molto chiuso, non ha detto in quella intervista a "Matrix", che era terrorizzato all'idea di vivere altri mesi, se non anni, sotto l'incubo di un altro processo e di un altro ancora, senza poter cioè, ritenendosi innocente, costruire un suo futuro ancorchè senza Chiara. Non può essere, a dire il vero, una colpa il fatto che non ci si commuova a pensare che la propria ragazza non c'è più ed è stata anche brutalmente assassinata. La pena che si potrebbe avere per lei è superata dalla pena che si ha per se stessi se si è incolpati di essere l'omicida.

     

    C'è poi la storia della bicicletta che torna in più occasioni, ma che credo gli investigatori abbiano escluso come elemento di colpa nei confronti di Alberto Stasi. Rimane il non ritrovamento dell'arma del delitto, quel corpo contundente che ha ucciso la povera Chiara.

    Quindi non c'è la prova certa che l'assassino sia Alberto Stasi, non c'è l'arma del delitto, ne concorrono altri elementi.

     

    Non sarà facile per i giudici della Corte d'Appello venire a capo di questa storia, perchè se, come è probabile, continuerà a valere la tesi dell'insufficienza di prove, sul delitto di Garlasco rimarrà comunque un enorme punto interrogativo.

     

     

    Il delitto di Garlasco è un esempio di scuola che ci aiuta a comprendere uno dei problemi più controversi del mondo giudiziario: il rapporto fra la prova e l'indizio. Mentre la prima costituisce un elemento diretto (a favore o contro qualcuno), l'indizio è soltanto un elemento indiretto: lo puoi legare ad altri indizi per avvicinarti alla prova, ma non sarà mai prova sino in fondo. Per intenderci: Caio è stato accoltellato. Un testimone ha visto Tizio accoltellare Caio. Questa è una prova. Ma immaginiamo un diverso scenario. Un testimone vede Tizio con un coltello. Un altro lo vede entrare nella casa dove un terzo afferma esservi Caio. Un quarto testimone vede uscire da quella casa Tizio con il coltello sporco di sangue. Un quinto testimone sente urlare Caio. Un sesto, infine, entra in casa e vi trova Caio in un lago di sangue. Nessuno ha visto Tizio accoltellare Caio ma tutti hanno visto qualcos'altro. Tutti hanno visto indizi. Una serie di indizi che formano una catena indiziaria. In questo caso, una catena indiziaria di indubbia forza: sarà difficile all'avvocato di Tizio dimostrare che qualcun'altro ha fatto il lavoro sporco.

     

    Ma in altri casi - e Garlasco è sicuramente fra questi - le cose non sono così chiare. Leggiamo l'articolo 192 del Codice penale: "L'esistenza di un fatto non può essere desunta da indizi a meno che questi siano gravi, precisi e concordanti". In altri termini: 1. per legare quella catena di fatti in modo tale che essi diventino la "prova" del fatto che ci sta a cuore occorre un esercizio di logica; 2. la ricostruzione che ne deriva deve essere l'unica possibile. In caso di possibili soluzioni alternative, non solo non sie è autorizzati a dar ragione sempre e comunque all'accusa, ma al contrario si devono anteporre le ragioni della difesa.

     

    A Garlasco sussisteva un'indubbia catena indiziaria, ma ognuno di questi indizi poteva essere letto sia in chiave accusatoria che difensiva. Sino a mutare il senso stesso dell'interpretazione finale. Un uomo può reagire al dolore diversamente da un altro: perchè schiacciato dal senso di colpa, certo, ma anche perchè caratterialmente più chiuso, meno capace di manifestare i propri sentimenti.

    Due fidanzati possono litigare per qualche vizio segreto di uno dei due: ma la cosa può anche lasciare indifferente il partner. La traccia biologica che lega due persone che stanno insieme può ricondurre a una sequenza cruenta, ma anche essere stata impressa casualmente su una delle tante superfici di contatto comune. In un interrogatorio, uno può essere incerto e titubante perchè mente, o perchè è troppo sincero per adottare adeguate strategie di comunicazione. Una bicicletta nera può significare tanto, molto, qualcosa o forse niente. E via dicendo. Il codice è netto e chiaro: "Il giudice pronuncia sentenza di assoluzione anche quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova". Qualcuno potrà pensare che, in fondo, questa faccenda dell'insufficienza di prove è una via di uscita ipocrita. Che si ha diritto di sapere se Tizio è colpevole o no, senza se e senza ma. Eppure. Eppure si tratta di una valvola di sicurezza del sistema. Di una garanzia per chiunque. Se sussiste sia pure un minimo margine di dubbio, il giudice deve assolvere. Anche se intimamente è convinto di trovarsi al cospetto di un colpevole. Anche se la società esige un colpevole: ma non può, non deve mai essere un colpevole chiunque, il colpevole di comodo e, men che meno, quello mediaticamente più debole. Così è andata a Garlasco. Sino a questo momento.

     

     

    Il 13 Agosto 2007 viene trovata morta nel suo piccolo appartamento Chiara Poggi. Alberto Stasi, il fidanzato, è stato l’ultimo a vederla viva. Domenica 12 Agosto i due ragazzi, che vivevano da quasi quattro anni una relazione felice, come raccontano gli amici, hanno trascorso la serata insieme a casa di lei. Hanno mangiato una pizza presa nella pizzeria vicino alla villetta di via Pascoli. Verso l’una Alberto ha salutato Chiara. “Non abbiamo dormito insieme”, ha spiegato ai carabinieri, “ci imbarazzava usare il letto dei suoi genitori”. Il racconto di Alberto riparte dalla mattina di Lunedì, poco dopo le nove. Come d’abitudine il ragazzo ha fatto solo uno squillo sul cellulare della fidanzata, per dire “buongiorno”, e si è messo a studiare per la tesi. Poi l’ha richiamata altre quattro volte, sia sul cellulare sia sul telefono di casa, tra le 12 e le 14. Preoccupato perché non rispondeva alla fine è andato a cercarla, ha scavalcato il cancello e l’ha trovata morta in fondo alla scala della taverna. Così, almeno, ha dichiarato ai carabinieri. Secondo il medico legale, Chiara è stata uccisa tra le 9 e le 11.30 di Lunedì. Ha aperto la porta al suo assassino mentre faceva colazione sul divano davanti alla tv. Lo conosceva bene e non ha avuto imbarazzo a farsi trovare con addosso solo un pigiamino estivo. Appena entrato, l’omicida l’ha colpita al volto, due volte, con un oggetto di metallo simile a un martello o a una picozza (l’arma del delitto non è stata trovata). Quando Chiara è caduta a terra, sono arrivati i due colpi mortali alla testa e alla nuca. Nell’estremo tentativo di fuga la ragazza è riuscita solo a trascinarsi fino alla scala della taverna, da cui è caduta. Lì sotto è stato trovato il suo corpo senza vita. L’omicidio di Chiara è un caso difficile, ma non è un delitto perfetto. L’assassino ha infatti lasciato qualche traccia. I carabinieri del Ris di Parma hanno trovato tre impronte di scarpa da ginnastica intrisa di sangue e resti ematici nelle tubature della doccia del bagno a pian terreno. Il colpevole deve essersi lavato prima di andarsene. I tasselli che non combaciano col resto del quadro però sono ancora molti. Prima di tutto la bicicletta nera da donna che due vicine hanno visto appoggiata al muretto davanti alla villa proprio lunedì mattina e che però gli inquirenti non riescono a collegare all’omicidio. E poi la penultima telefonata fatta da Alberto a casa Poggi. Dai tabulati risulta che qualcuno ha alzato la cornetta per qualche secondo. Ma Chiara in quel momento doveva essere già morta. L’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco (Pavia) assomiglia sempre di più al caso Cogne. Per almeno tre buoni motivi. Primo: oggi come allora l’unico indagato (qui Alberto Stasi e là Annamaria Franzoni, condannata in secondo grado ad aprile a 16 anni per l’uccisione del figlio Samuele Lorenzi) è la persona che ha scoperto il cadavere e ha lanciato l’allarme. Secondo: l’incredibile circo mediatico che circonda entrambi i casi. Terzo: sia Stasi che Franzoni non hanno convinto con le loro versioni già dal primo interrogatorio.

     

     

    Che sia molto complesso risolvere un crimine in laboratorio è concetto ormai noto tra gli “addetti ai lavori” che si occupano di investigazione sulla scena del crimine e l’omicidio di Garlasco sembra rappresentare in maniera paradigmatica i limiti della scienza applicata all'analisi della scena del crimine. Un limite in primis di natura metodologica. Una lunga scia di elementi hanno sostanziato le molte ombre che hanno caratterizzato questa investigazione iniziata oltre 36 mesi fa. Le tracce di sangue, che di sangue poi non erano, trovate sui pedali della bici di Alberto Stasi, fidanzato della vittima e unico indagato; le impronte digitali che il ragazzo avrebbe lasciato sul portasapone; la contaminazione della scena del crimine; la controversa analisi del pc di Alberto con le tracce della cronologia alterate; il giallo della riesumazione di Chiara Poggi per l'acquisizione delle sue impronte digitali; l'analisi dei capelli trovati in una mano della vittima...e purtroppo la lista non è ancora finita. Ma andiamo per gradi e ripartiamo proprio dai pedali di una delle bici di Alberto. Nel settembre 2007 viene inviata alla procura di Vigevano una “relazione preliminare” che contiene l’accertamento sui pedali: è stato individuato un profilo genetico riconducibile, al di là di ogni ragionevole dubbio, alla vittima, secondo il RIS di Parma. Sempre secondo il Ris, su quei pedali c’è il sangue di Chiara Poggi. Se ne convince anche Rosa Muscio, il Pubblico Ministero incaricato del'indagine, che, sulla base di quella relazione, dispone il fermo di Alberto Stasi. È il 24 settembre del 2007, 42 giorni dopo il delitto. Il giorno seguente, il 25 settembre, il reparto scientifico dell’Arma manda una “nota tecnica” sugli esami del giorno prima: “Risultati”, ammette il documento, “comunicati senza “procedere a ulteriori accertamenti”. Un giorno dopo la consegna della relazione tecnica la posizione del Ris di Parma e’ dunque più sfumata: “Il profilo genetico relativo alla vittima” è solo “con elevata probabilità riconducibile a sangue”. Passano altri due giorni e il 27 settembre il Prof. Francesco Maria Avato, consulente tecnico della difesa di Stasi, invia le sue osservazioni alla Procura. Il Professore di Medicina Legale dell’Università di Ferrara spiega che le analisi del Ris non dimostrano “la presenza di emoglobina”. Quindi non si può parlare di sangue. Forse si tratta di saliva o di sudore fatto sta che il 28 settembre il GIP di Vigevano, la Dr.ssa Giulia Pravon, considera “insufficienti” gli indizi raccolti e scarcera Stasi.

     

    E ora affrontiamo il capitolo impronte. Due impronte digitali sarebbero per l’accusa un’ulteriore prova a carico di Stasi: due ditate sul dispenser del sapone nel bagno al piano terra dove l’assassino si e’ (ragionevolmente) ripulito del sangue della vittima. Nella parte della consulenza tecnica dedicata agli accertamenti dattiloscopici si legge: “Appare comunque suggestivo che le uniche impronte dell’indagato, oltre a quelle rinvenute sul cartone per il trasporto della pizza, siano state evidenziate proprio sull’erogatore del sapone liquido, davanti al quale ha sostato l’omicida con le scarpe fortemente imbrattate del sangue della vittima”. Ma si tratta di due impronte che non consentirebbero una piena identificazione. Non dimentichiamo infatti che per la legge italiana un rilievo dattiloscopico ha valore probatorio certo solo quando ha almeno 16 punti (le cosiddette minuzie) in comune con l’impronta di una persona con cui viene comparato. Oltre alle tracce di sè che avrebbe lasciato Stasi, sulla scena del delitto sono state trovate molte altre impronte: dieci sarebbero del fratello di Chiara Poggi, due del padre, tre di un falegname che, qualche giorno prima dell’omicidio, aveva fatto dei lavori nella villetta di via Pascoli, e poi ci sono le impronte delle persone intervenute sulla scena a vario titolo quel giorno, tra cui molte impronte dei Carabinieri stessi. Ma andiamo avanti. Nella relazione del Ris ci sarebbero molte altre informazioni interessanti ed in particolare la presenza di “Numerose tracce per deposizione ematica” che si trovano sul pavimento del soggiorno, in direzione del corridoio, dove Chiara Poggi fu presumibilmente trascinata e poi spinta giù per le scale della cantina. Tracce di sangue con “un medesimo disegno”: “che ricorda nella forma la lettera greca lambda”. Segni che non  sembrerebbero appartenere né a suole di scarpa e nemmeno ai “depositi lasciati dalla cassa mortuaria”. Ma allora che cosa ha lasciato quei segni così caratteristici. Forse un divano spostato un po' troppo frettolosamente durante le fasi iniziali dell'indagine, quando il sangue della vittima non era completamente asciutto? Sia ben chiaro...la mia è una semplice supposizione.... Ma non abbiamo ancora finito. Il 20 agosto, una settimana dopo il delitto, la salma di Chiara Poggi viene inaspettatamente riesumata. I tecnici del Ris devono NECESSARIAMENTE prendere le impronte digitali sul cadavere per effettuare l'esclusione con quelle raccolte sulla scena criminis. Ma qualcuno, in quei primi momenti piuttosto convulsi, come sempre del resto dopo la scoperta di un brutale omicidio, aveva semplicemente dimenticato di farlo.....

     

     

    Altro capitolo decisamente controverso riguarda proprio le attività svolte sul pc di Alberto Stasi. Non dimentichiamo che il portatile di Stasi rivestiva un'importanza cruciale soprattutto in relazione a due aspetti: alibi e movente. Ma l'estrema delicatezza ed importanza di tale strumento non lo ha protetto da un modo di procedere che si è rivelato certo non all'altezza della situazione. Su questo punto gli esperti nominati del GUP non hanno dubbi sugli errori commessi dai Carabinieri. Il collegio peritale evidenziava che “le condotte di accesso da parte dei Carabinieri hanno determinato la sottrazione di contenuto informativo con riferimento al pc di Alberto Stasi pari al 73,8% dei files visibili (oltre 156mila) con riscontrati accessi su oltre 39mila files". E a tal riguardo il GUP conclude: “non è più possibile esprimere delle valutazioni certe nè in un senso nè nell'altro: in questo ambito, il danno irreparabile prodotto dagli inquirenti attiene proprio all'accertamento della verità processuale». Questi i sintesi i principali errori investigativi che hanno segnato l'indagine sull'omicidio di Chiara Poggi, che ancora oggi resta un delitto impunito e senza un perchè.

     

    La decisione del GUP Vitelli e le “super perizie”

    Alla luce di tutto quanto detto sin qui il GUP di Vigevano, il Dr. Stefano Vitelli, decide di disporre una superperizia cheche coinvolge tutti i punti cruciali delle indagini. In particolare viene incaricato un collegio peritale multidisciplinare per affrontare ciascuno dei seguenti aspetti di questa delicata e controversa indagine:

     

    1)  perizia informatica, altro elemento cruciale nell'indagine per quanto riguarda il possibile alibi e il movente di Stasi, percapire se il contenuto del portatile è stato o meno inesorabilmente contaminato dai vari accessi fatti primache venisse consegnato ai tecnici del Ris di Parma. È questo, secondo il parere del GUP, uno dei passaggi di cruciale importanza dell'intero quadro accusatorio. Certo non poteva mancare un'ulteriore - - - - - Perizia medico-legale per accertare, una volta per tutte, l'ora della morte di Chiara e la dinamica del delitto.

     

    2)  Perizia chimica per stabilire se le macchie di sangue presenti sul pavimento della villetta del massacro erano ''essiccate''o meno al momento dell'ingresso di Stasi.

     

    3)  Perizia biologica per determinare la reale natura delle tracce del Dna della vittima rinvenute sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi.

     

    4)  Perizia chimico/sperimentale richiesta dal GUP per sciogliere la ''questione controversa dell'idro-repellenza delle suole'' ossia a dover spiegare perchè non sono state trovate tracce del sangue di Chiara se davvero Alberto è entrato in quella casa dopo il delitto.

     

    Viene richiesta anche la ripetizione dell'accertamento fatto dal consulente della Procura, il Prof. Piero Boccardo,che ha simulato i percorsi di Stasi sulla scena del crimine.

     

    Gli esiti delle “Super Perizie”

     

    Il primo duro colpo alla tesi accusatoria arriva dalla perizia medico-legale. Secondo l'esperto medico legale Lorenzo Varetto l'aggressione a Chiara Poggi sarebbe avvenuta in due fasi diverse ma in un intervallo temporale che non si puo' stabilire con ragionevole certezza e precisione. Ancora: non ci sarebbe sangue, ma materiale sconosciuto sui pedali della bici dell'unico imputato e le sue impronte miste al DNA della vittima sul dispenser portasapone del bagno dimostrano SOLAMENTE che entrambi lo hanno toccato. Nulla di piu'. Secondo il Prof. Varetto ''il dato e' irrilevante al fine della costituzione di una prova scientifica''.Le conclusioni del medico-legale

     

    sembrano irrobustire ulteriormente l'alibi di Stasi confermato dal contenuto del computer portatile su cui stava lavorando, secondo la relazione degli esperti informatici, dalle 9.36 alle 12.20 del giorno del delitto.

     

    Anche la perizia chimica, firmata dal Professor Francesco Ciardelli, ordinario di chimica macromolecolare all'Universita' di Pisa, sembra scagionare il giovane bocconiano dal momento che le macchie di sangue sarebbero gia' state in parte o totalmente secche quando Alberto calpestava il pavimento della villetta di via Pascoli con scarpe in grado di disperdere eventuali tracce ematiche. Quindi esiste la reale possibilità che Stasi potesse non sporcarsi le scarpe quel giorno.

     

    La seconda perizia conferma le conclusioni della consulenza medico legale in cui il professor Lorenzo Varetto, insieme ai colleghi Fabrizio Bison e Carlo Robino, ha sostenuto la possibilita' che le Lacoste ''disperdano tracce eventualmente raccolte per calpestamento di limitate quantita' di sangue''. Sangue che, secondo i medici legali, era in gran parte secco quando il bocconiano ha scoperto il cadavere della fidanzata.

     

    E la perizia informatica non sembra discostarsi da quanto emerso sin qui. Nella loro relazione Roberto Porta e Daniele Occhetti, esperti informatici di Torino nominati dal gup Stefano Vitelli, hanno confermato l'alibi del giovane. Dal suo pc "irrimediabilmente compromesso" ( COSì COME LO DEFINISCONO I DUE CONSULENTI TECNICI) dalle operazioni effettuate dai carabinieri nei giorni successivi il delitto, sono pero' riusciti insieme ai consulenti delle parti a estrapolare dati rilevanti: hanno dimostrato che Alberto la mattina dell'assassinio, il 13 agosto del 2007, apri' il pc alle 9,36 e, dopo aver visionato foto erotiche, ha lavorato alla sua tesi fino alle 12,20.

     

    E’ poi la volta dell'ultima superperizia ad essere depositata in ordine temporale. Questa volta a firmarla è il Prof. Nello Balossino, Docente all'Università di Torino in materia di elaborazione di immagini, suo il compito di stabilire se Alberto poteva non sporcarsi le scarpe di sangue la mattina del 13 agosto del 2007, quando scopri' il cadavere della fidanzata nella villetta di via Pascoli. E anche dall'ultima consulenza tecnica emerge la possibilità che Stasi possa non essersi sporcato le scarpe con il sangue di Chiara Poggi. Insomma, punto dopo punto i dubbi sollevati dal GUP sembrano sciogliersi e l'assoluzione per Alberto Stasi sembra sempre piu' vicina...

    Alberto Stasi è stato assolto il 17 dicembre 2009 dopo oltre 5 ore di Camera di consiglio. Il GUP di Vigevano Stefano Vitelli ha ritenuto che il ragazzo non sia colpevole della morte di Chiara Poggi, uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007. La sentenza di assoluzione è stata emessa, al termine del processo di primo grado con rito abbreviato, in base all'articolo 530, secondo comma, del codice di procedura penale: stabilisce che deve essere pronunciata sentenza di assoluzione «quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova». Pochi giorni fa il Dr. Vitelli ha depositato le motivazioni della sentenza. Oltre 150 pagine in cui viene ripercorsa con rigore scientifico l'intera indagine e ne vengo evidenziati lucidamente tutti, i troppi, punti deboli.

    Per Alberto Stasi I pm Muscio e Michelucci avevano chiesto la condanna a trent'anni di reclusione sulla base di quegli stessi elemento che hanno convito il Giudice Vitelli ad assolvere il giovane bocconiano. Alla lettura del dispositivo quel 17 dicembre Stasi scoppiato in lacrime affermando: «Lo sapevo, io non ho ucciso. Sono uscito da un incubo» mentre abbracciava i suoi avvocati. Amaro invece il commento di Rita Poggi, la madre della vittima: «Una sentenza che non rende giustizia». Il Prof.Giarda, a capo della difesa di Alberto stasi, ha spiegato all'epoca della formula assolutoria che «non si può, leggendo solo il dispositivo, sostenere che Alberto sia stato assolto con la vecchia formula dell'insufficienza delle prove perché potrebbe essere anche per mancanza di prove e quindi l'assoluzione essere senza condizione». Il Professore ha infatti spiegato che l'articolo 530 «prevede tre situazioni: la mancanza di prove, la contraddittorietà delle prove e l'insufficienza di prove.” E le motivazioni della sentenza hanno sciolto tale dubbio proprio qualche giorno fa. Queste le parole del GUP a conclusione del suo lavoro: "Quadro istruttorio da considerarsi contraddittorio e altamente insufficiente a dimostrare la colpevolezza". Cala così il sipario sul primo atto del processo che ha visto imputato l'ex studente anche se la famiglia Poggi ha annunciato che farà appello.

     

    Sono davvero molti, decisamente troppi si potrebbe affermare, i punti critici dell'inchiesta analizzati dal GUP prima di emettere il verdetto. Li riassumo per chiarezza e dovere di sintesi:

     

    L'ora della morte. Chiara è stata uccisa tra le 11 e le 11.30, secondo la prima versione dell'accusa. Nella requisitoria bis il pm Rosa Muscio sposta in avanti le lancette del decesso: la 26enne è morta dopo le 12.20 o meglio tra le 12.46 e le 13.26. Un cambiamento d'orario che segue la perizia informatica super partes che stabilisce, contrariamente da quanto affermato dalla consulenza del RIS di Parma, che Alberto, dalle 9.36 alle 12.20, lavorava al file della sua tesi di laurea. Una teoria che non trova d'accordo la parte civile (Chiara è morta tra le 9 e le 10) e la difesa secondo le quali Chiara è morta tra le 9.30 e le 10. Secondo il Dr. Vitelli "È più che ragionevole affermare che la morte della ragazza si collochi nell’asso temporale immediatamente successivo alla disattivazione dell’allarme perimetrale avvenuto alle 9.12". Secondo il GUP dunque, in antitesi all'ultima tesi accusatoria, la vittima avrebbe quindi disattivato l’allarme per fare entrare in casa la persona che poi l’ha uccisa.

    Le scarpe di Alberto. Secondo l'accusa sarebbe stato impossibile per Alberto non sporcarsi le suole calpestando il pavimento di casa Poggi al momento del ritrovamento del corpo esanime di Chiara. A spiegare le scarpe pulite, però, ci sono esperti in chimica: le suole del ragazzo sono idrorepellenti e potrebbe essersi ripulito continuandoci a camminare per ore, almeno 20 dal momento del ritrovamento del corpo della fidanzata. Del resto anche le scarpe dei Carabinieri entrati in casa Poggi subito dopo la segnalazione di Stasi non sono risultate sporche di sangue...

     

    La bicicletta di Alberto. «Non è possibile precisare la natura del materiale biologico di Chiara Poggi, presente sui pedali» scrivono gli esperti super partes. Se è sangue per l'accusa, non si può escludere, precisa la difesa, che si tratti di muco o saliva. Senza contare che la bici analizzata non corrisponde alla descrizione fornita da una testimone oculare.

     

    Il portasapone del bagno di casa Poggi. L'impronta di Alberto mista al Dna della vittima viene trovata sull'erogatore del sapone liquido all'interno del bagno dove l'assassino , con ogni probabilità, si è ripulito del sangue della vittima prima di lasciare la scena del crimine. Una prova schiacciante per l'accusa, ma per la difesa e i consulenti nominati dal giudice «la più ragionevole e semplice spiegazione è che i due abbiano entrambi toccato l'oggetto, in tempi e per un numero di volte del tutto sconosciuti». Elementi che rendono il dato «del tutto irrilevante al fine della costituzione di una prova scientifica», scrivono gli esperti.

     

    L' arma del delitto. Almeno una dozzina le armi che nel corso delle indagini si alternano: da un martello da carpentiere a un ferro da stiro, fino a una stampella. L'ultima novità arriva da una consulenza dell'accusa: Chiara è stata uccisa con un paio di forbici da sarto. Tutte ipotesi senza alcun riscontro sufficientemente apprezzabile sotto il profilo forense. In altre parole, ad oggi non vi è alcuna certezza sul tipo di oggetto utilizzato per assassinare Chiara.

     

    Il portatile di Alberto. L'imputato ha sempre sostenuto di lavorare alla tesi di laurea mentre Chiara moriva quella mattina del 13 agosto 2007. Un alibi cancellato dagli accessi “sui generis” fatti dai carabinieri nel periodo successivo al delitto. Solo ad agosto scorso, due anni dopo l'omicidio, la perizia informatica dei consulenti del GUP ricostruisce quanto avvenuto la mattina del delitto sul portatile di Stasi. Alberto ha acceso il computer alle 9.35 e dalle 9.36 alle 12.20 ha salvato in continuazione il file della tesi. Alibi confermato dunque come sa sempre confermato dal giovane. E su questo punto il GUP non sembra avere alcun dubbio quando afferma che l’attività investigativa dei carabinieri sul computer di Stasi ha prodotto "effetti devastanti in rapporto

     

    all’integrità complessiva dei supporti informatici. Il collegio peritale evidenziava che le condotte di accesso da parte dei carabinieri hanno determinato la sottrazione di contenuto informativo con riferimento al pc di Alberto Stasi pari al 73,8% dei files visibili (oltre 156mila) con riscontrati accessi su oltre 39mila files". «Queste alterazioni – ha concluso il Gup - indotte da una situazione di radicale confusione nella gestione e conservazione di una così rilevante quanto fragile fonte di prova da parte degli inquirenti nella prima fase delle indagini ha comportato, in primo luogo, il più che grave rischio che ulteriori stati di alterazioni rimuovessero definitivamente le risultanze conservate ancora nella memoria complessiva del computer». L'opinione del giudice è drastica: «Gli accessi in questione hanno prodotto degli effetti metastatici rispetto all'esigenza di corretta e complessiva ricostruzione degli eventi temporali e delle attività concernenti l'utilizzo del computer nelle giornate del 12 e 13 agosto 2007. Rispetto dunque ad altre questioni probatoriamente rilevanti (come, ad esempio, il movente - occasione dell'omicidio) non è più possibile esprimere delle valutazioni certe nè in un senso nè nell'altro: in questo ambito, il danno irreparabile prodotto dagli inquirenti attiene proprio all'accertamento della verità processuale».

    Il movente. Per i pm e la parte civile i due fidanzati litigano la sera precedente. Chiara potrebbe aver visto qualcosa sul computer dello studente. Una lite sfociata nell'omicidio del 13 agosto 2007. Ma non viene trovato nulla a supporto di tale chiave motivazionale del delitto. Le foto pedopornografiche di cui si è molto parlato e che, almeno inizialmente sembravano aver fatto luce sul movente di questo atroce delitto, in realtà erano state cancellate tutte tempo prima del 13 agosto 2007. Ed ecco che cosa afferma il Dr. Vitelli a riguardo nelle motivazioni: "Il racconto complessivo di Stasi in merito alle ore trascorse la sera in compagnia della propria fidanzata nell’abitazione di Via Pascoli risulta da un lato, privo di evidenti contraddizioni e dall’altro, realisticamente articolato". E il GUP continua in relazione all’analisi del computer di Stasi: "il ragazzo era un grande appassionato di contenuti pornografici e in specie di immagini pornografiche, di cui lo stesso infatti aveva una collezione (di diverso genere) sicuramente imponente", ma aggiunge che anche Chiara era a conoscenza di questa passione del fidanzato.

    Oltre ogni ragionevole dubbio: Nel valutare il quadro istruttorio «contraddittorio ed altamente insufficiente», il Gup si è basato sulla «fondamentale regola probatoria e di giudizio dell'oltre "ogni ragionevole dubbio"». Quest'ultimo, a parere del Gup, «non deve essere certo inteso come un mero dubbio possibile (...) quanto di una situazione finale di concreta incertezza che rimane, una volta esaminati tutti gli elementi processuali a disposizione, nel giudizio logico/probatorio di ascrivibilità del fatto all'imputato: il dubbio non è astratto o meramente immaginario ma diventa concreto e ragionevole, laddove si fondi appunto (come nel caso di specie) su evidenze processualmente emerse». Per il giudice «così rettamente intesa questa finale regola probatoria e di giudizio rappresenta non solo l'attuazione di fondamentali principi costituzionali ed un imprescindibile pilastro di uno stato liberl-democratico (nel senso più alto e nobile) ma anche e prima ancora un naturale richiamo etico per ogni uomo giusto e ragionevole».

     

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