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L'UNITA' D'ITALIA
LE
STRAGI DEI SAVOIA.
la
verità che non troverete nei libri di
storia.
Il 17
marzo la Storia ricorderà l’unità d’Italia. 150
anni dopo ci ritroviamo più divisi che mai,
addirittura è in discussione il festeggiamento
del fatidico anniversario e tutto ciò mi fa
pensare che qualcosa non quadra. Provo a
chiarirmi le idee cercando notizie storiche
ed informazioni oltre i “libri di testo”
scolastici, testimonianze frettolosamente
archiviate di coloro che l’unità non l’hanno mai
chiesta ma piuttosto subita. Fino al 1860 nel
glorioso e vasto regno borbonico di Napoli e
delle due Sicilie si costruivano fabbriche,
ponti, strade, palazzi, navi, ospedali, scuole,
accademie, ospizi, treni e linee ferroviarie
(storicamente provato l’arrivo di Garibaldi a
Napoli in treno!). La vita nel regno era operosa
e frenetica, le condizioni generali discrete e
l’Arte considerata un bene primario mai
sottovalutato. Ovviamente come dappertutto
all’epoca (e ancora oggi), il popolo era
costretto al sacrificio ed al lavoro durissimo,
i contadini sgobbavano nelle terre dei Baroni in
condizioni di povertà ed il divario fra le
classi sociali era notevole, l’analfabetismo
inoltre aveva fra i meno abbienti un tasso
altissimo. Nonostante ciò era un regno ricco e
dinamico, la monarchia borbonica non era di tipo
parlamentare eppure vanta fra i suoi
rappresentanti nessun tiranno bensì amanti della
Bellezza e della Concordia. Questo stato antico
e florido rappresentava con la sua potente
flotta militare e mercantile il colosso del
Mediterraneo, ed in quanto tale manco si
accorgeva dei minuscoli staterelli (compreso
quello dei Savoia) che si arrangiavano a nord
dello stato del Vaticano. Nessun suddito del
regno di Napoli si sarebbe sognato di chiedere
l’unità semplicemente perché una Patria
l’avevano sempre avuta, in realtà l’Italia è
un’invenzione di monarchie straniere in
difficoltà (soprattutto quella dei Savoia)
desiderose di mettere le grinfie sulle immense
ricchezze del Sud. Lo stivale era stato per
millenni solo un luogo geografico (come la
padania) mai una nazione, e per questo re
Ferdinando prima e re Francesco dopo
continuarono ad ignorare i pur evidenti segnali
di una congiura internazionale, che finirono per
minare la solidità del regno nelle fondamenta.
Propaganda massiccia, congiure e promesse
convinsero sia le classi più disagiate che
quelle ricche ad abbracciare il movimento
pro-Italia unita. Una chimera dunque; l’unità
nasce dall’inganno, dal tradimento,
dall’avidità. Quali pessime premesse! Il regno
di Napoli e delle due Sicilie fu in poco tempo
sventrato, usurpato, depredato ed il territorio
annesso lasciato poi nell’abbandono totale.
All’alba dell’unità, per le genti del sud, il
nuovo re era ancora uno straniero e nessuno
ottenne da lui quel che era stato loro promesso.
Ingannato ed impoverito il popolo cominciò una
sorta di organizzazione di un proprio Stato (la
Mafia) laddove mancava quello legittimo. La
storia la scrivono i vincitori, ma credo sia
giunto il momento che studiosi e ricercatori di
buona volontà ed onestà intellettuale si
decidano ad una rilettura del passato,
dimostrando una volta e per tutte la dignità, la
capacità e la laboriosità di un sud oltraggiato.
Non eravamo così come ci hanno ridotti e non era
questo che intendevamo per “unica bandiera in
unico stato”. Nonostante tutto io pretendo che
sia onorato l’anniversario della nostra nazione
perché mi sento italiana, ed in quanto tale, mi
inchino dinanzi al sangue versato in nome
dell’Italia. Tuttavia non voglio più essere
schiacciata da un’infamia che non mi appartiene,
esigo rispetto e garanzie ed opportunità; chiedo
di poter lavorare perché non voglio più vivere
di elemosina! Pretendo tutto ciò che meritano i
cittadini di uno Stato laico e democratico non
ultimo la possibilità di fare il mio dovere
sempre. Sempre!
Il ricordo della storia e del
contributo offerto anche da illustri figli del
SUD, legati anche agli ideali massonici,
all’idea di nazione unita è un conto, ma la
realizzazione concreta dell’unità d’italia e di
quegli ideali è tutt’altra cosa. Per quanto
riguarda la storia va precisato che la guerra
garibaldina proseguita subito dopo l’Unità d’italia
con un pesante intervento dello stato, per i
crimini bestiali contro uomini, donne della
Calabria e del Sud ricorda i peggiori crimini
della storia. Fucilazioni di massa, paesi
bruciati, stupri di massa delle donne,
addirittura tentativo di apartheid in un’isola
americana dei prigionieri della guerra. La
spedizione garibaldina fu finanziata coi soldi
della massoneria francese ed inglese, almeno in
parte, ma perché lo stato Italiano costrinse le
ricche banche del sud a privarsi dell’oro che
avevano per rimpinguare i debiti di guerra e le
casse dello stato piene solo di moneta di carta?
Perché lo stato italiano decise di abbandonare
al suo destino tutte le piccole industrie del
Sud, particolarmente quelle di Napoli, e di
finanziare coi soldi del regno dei Borboni una
nuova industria del nord( che nel 1860 non
esisteva?). L’economia del Sud, pur concentrata
sull’agricoltura precapitalistica, al 1860 aveva
valori di mercato superiori a quelli del Nord
Italia. Ebbene, dopo l’ Unità d’Italia il
processo s’inverte inesorabilmente. E’ colpa dei
meridionali? No, nient’affatto. E’ colpa della
politica colonialista dello stato Italiano. Ci
sono numerosi lavori storici , spesso ignorati
dai libri di scuola, che affrontano in maniera
seria l’argomento. La presupposta arretratezza
culturale del Sud è un’idiozia. La
disorganizzazione amministrativa del Sud è il
risultato di una classe politica meridionale che
si è venduta, non troviamo altro aggettivo
pertinente, all’elemosina ed al servilismo
presso i governi romani. Ma il modello
amministrativo che funzionava ottimamente nello
stato dei Borboni è stato sostituito da un
modello francese molto più incline agli
interessi localistici. Le colpe, quindi, forse
sono da attribuire alle classi dirigenti
meridionali che hanno accettato questa politica
totalmente sbilanciata contro le loro terre, con
l’obiettivo di sopravvivere. Ma il Sud, e la
Calabria ne è parte integrante, ha cultura e
storia assai più lunghe del Nord, quindi parlare
di arretratezza culturale non ha senso storico.
Piuttosto bisogna dire che i modelli culturali
sono stati imposti al Sud senza valorizzare la
sua cultura e le sue risorse. Ma il punto
centrale è che il Sud è stato usato dallo stato
italiano prima per finanziare l’industria del
nord, poi per creare un mercato di consumatori
sempre per l’industria del Nord, poi come
braccia sempre per l’industria del nord. Si deve
aspettare il fascismo per vedere qualche
infrastruttura e l’abbozzo di qualche sostegno
ad una politica sociale un po’ più equilibrata.
E il dopoguerra? Tutto ciò che è stato creato al
Sud, in termini di infrastrutture è largamente
deficitario rispetto agli standard del Nord e di
una società moderna e le nostre terre ne pagano
ancora oggi, amaramente le conseguenze. Ma quale
stato nazionale può consentire una strada
statale, unica via stradale di collegamento,
nelle condizioni della SS 106? E la ferrovia a
binario unico che assomiglia più ad una
diligenza? Qui ci sono due Italie una ben
servita, e l’altra dei pezzenti. C’è motivo di
festeggiare?
Prof. FABIO MENIN
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L'INSABBIAMENTO
CULTURALE
DELLA
"QUESTIONE MERIDIONALE"
di CARLO COPPOLA
Molti storici in epoca moderna hanno fatto luce sugli eventi che hanno
caratterizzato l'unità d'Italia dimostrando, con certezza, che la cultura di
"regime" stese, dai primi anni dell'unità, un velo pietoso sulle vicende
"risorgimentali" e sul loro reale evolversi.
Tutte le forme d'influenza sulla pubblica opinione furono messe in opera,
per impedire che la sconfitta dei Borboni o la rivolta del popolo
meridionale si colorasse di toni positivi.
Si cercò di rendere patetica e ridicola la figura di Francesco II - il "Franceschiello"
della vulgata – arrivando alla volgarità di far fare dei fotomontaggi della
Regina Maria Sofia in pose pornografiche, che furono spediti a tutti i
governi d'Europa e a Francesco II stesso, il quale, figlio di una "santa" e
allevato dai preti, con ogni probabilità non aveva mai visto sua moglie nuda
nemmeno dal vivo. Risultò, in seguito, che i fotomontaggi erano stati
eseguiti da una coppia di fotografi di dubbia fama, tali Diotallevi, che
confessarono di aver agito su commissione del Comitato Nazionale; la vicenda
suscitò scalpore e, benché falsa, servì allo scopo di incrinare la
reputazione dei due sovrani in esilio.
La memoria di Re Ferdinando II, padre di Francesco, fu infangata da accuse
di brutalità e ferocia: gli fu scritto dal Gladstone – interessatamente -
d'essere stato - lui cattolicissimo - "la negazione di Dio".
Soprattutto si minimizzò l'entità della ribellione che infiammava tutto il
l'ex Regno di Napoli, riducendolo a "volgare brigantaggio", come si legge
nei giornali dell'epoca (giornali, peraltro, pubblicati solo al nord in
quanto la libertà di stampa fu abolita al sud fino al 31 dicembre 1865);
nasce così la leggenda risorgimentale della "cattiveria" dei Borboni
contrapposta alla "bontà" dei piemontesi e dei Savoia che riempirà le pagine
dei libri scolastici.
Restano a chiarire le motivazioni che hanno indotto gli ambienti accademici
del Regno d'Italia prima, del periodo fascista e della Repubblica poi, a
mantenere fin quasi ai giorni nostri, una versione dei fatti così lontana
dalla verità.
A mio parere le ragioni sono composite, ma riconducibili ad un concetto che
il D'Azeglio enunciò nel secolo scorso "Abbiamo fatto l'Italia, adesso
bisogna fare gli Italiani", e possono essere esemplificate nel seguente
modo:
a. Il mondo della cultura post-unitaria si adoperò per sradicare dalla
coscienza e dalla memoria di quelle popolazioni che dovevano diventare
italiane, il modo piratesco e cruentisissimo con il quale l'unità si
ottenne, ammantando di leggende "l'eroico" operato dei Garibaldini (che
sarebbero stati, nonostante tutto, schiacciati prima o poi dall'esercito
borbonico), sminuendo il fatto che la reale conquista del meridione fu
ottenuta, in realtà, dall'esercito piemontese, attraverso le vicende della
guerra civile - nonostante la formale annessione al Regno di Piemonte - e
tacendo, soprattutto, la circostanza che le popolazioni del sud, salvo una
minoranza di latifondisti ed intellettuali, non avevano nessuna voglia di
essere "liberate" e anzi reagirono violentemente contro coloro i quali, a
ragione, erano considerati invasori.
Per contro si diede della deposta monarchia borbone un'immagine traviata e
distorta, e del '700 e '800 napoletano la visione, bugiarda, di un periodo
sinistro d'oppressione e miseria dal quale le genti del sud si
emanciperanno, finalmente, con l'unità, liberate dai garibaldini e dai
piemontesi dalla schiavitù dello "straniero".
b. Il Ministero della Pubblica Istruzione e della cultura popolare del
periodo fascista, proteso com'era al perseguimento di valori nazionalistici
e legato a filo doppio alla dinastia Savoia, non ebbe, per ovvi motivi,
nessuna voglia di tipo "revisionista", riconducendo anzi l'origine della
nazione al periodo romano e saltando a piè pari un millennio di storia
meridionale. Il governo fascista ebbe l'indiscutibile merito di cercare di
innescare un meccanismo di recupero economico della realtà meridionale, ma
da un punto di vista storico insabbiò ancor di più la questione meridionale,
ritenendola inutile e dannosa nell'impianto culturale del regime.
c. La Repubblica Italiana, nel dopoguerra, mantenne intatto, in sostanza,
l'impianto di pubblica istruzione del periodo fascista.
La nazione emergeva, non bisogna dimenticarlo, da una guerra civile, nella
quale le fazioni in lotta avevano, con la Repubblica di Salò, diviso in due
l'Italia, il movimento indipendentista siciliano era in piena agitazione
(erano gli anni delle imprese di Salvatore Giuliano), non era certamente il
momento di sollevare dubbi sulla veridicità della storia risorgimentale e
alimentare così tesi separatiste.
Si è arrivati in questo modo ai giorni nostri, dove ancora adesso, in molti
libri scolastici, la storia d'Italia e del meridione in particolare è
vergognosamente mistificata.
In campo economico la visione che si dette del Regno delle due Sicilie fu,
se possibile, ancora più lontana dalla realtà effettuale.
Il Sud borbonico, come ci riporta Nicola Zitara era: "Un paese strutturato
economicamente sulle sue dimensioni. Essendo, a quel tempo, gli scambi con
l'estero facilitati dal fatto che nel settore delle produzioni mediterranee
il paese meridionale era il piú avanzato al mondo, saggiamente i Borbone
avevano scelto di trarre tutto il profitto possibile dai doni elargiti dalla
natura e di proteggere la manifattura dalla concorrenza straniera. Il
consistente surplus della bilancia commerciale permetteva il finanziamento
d'industrie, le quali, erano sufficientemente grandi e diffuse, sebbene
ancora non perfette e con una capacità di proiettarsi sul mercato
internazionale limitata, come, d'altra parte, tutta l'industria italiana del
tempo (e dei successivi cento anni). (...) Il Paese era pago di sé, alieno
da ogni forma di espansionismo territoriale e coloniale. La sua evoluzione
economica era lenta, ma sicura. Chi reggeva lo Stato era contrario alle
scommesse politiche e preferiva misurare la crescita in relazione
all'occupazione delle classi popolari. Nel sistema napoletano, la borghesia
degli affari non era la classe egemone, a cui gli interessi generali erano
ottusamente sacrificati, come nel Regno sardo, ma era una classe al servizio
dell'economia nazionale".
In realtà il problema centrale dell'intera vicenda è che nel 1860 l'Italia
si fece, ma si fece malissimo. Al di là delle orribili stragi che l'unità
apportò, le genti del Sud patiscono ancora ed in maniera evidentissima i
guasti di un processo di unificazione politica dell'Italia che fu attuato
senza tenere in minimo conto le diversità, le esigenze economiche e le
aspirazioni delle popolazioni che venivano aggregate.
La formula del "piemontismo", vale a dire della mera e pedissequa estensione
degli ordinamenti giuridici ed economici del Regno di Piemonte all'intero
territorio italiano, che fu adottata dal governo, e i provvedimenti "rapina"
che si fecero ai danni dell'erario del Regno di Napoli, determinarono
un'immediata e disastrosa crisi del sistema sociale ed economico nei
territori dell'ex Regno di Napoli e il suo irreversibile collasso.
D'altronde le motivazioni politiche che avevano portato all'unità erano –
come sempre accade – in subordine rispetto a quelle economiche.
Se si parte dall'assunto, ampiamente dimostrato, che lo stato finanziario
del meridione era ben solido nel 1860, si comprendono meglio i meccanismi
che hanno innescato la sua rovina.
Nel quadro della politica liberista impostata da Cavour, il paese
meridionale, con i suoi quasi nove milioni di abitanti, con il suo notevole
risparmio, con le sue entrate in valuta estera, appariva un boccone
prelibato.
L'abnorme debito pubblico dello stato piemontese procurato dalla politica
bellicosa ed espansionista del Cavour (tre guerre in dieci anni!) doveva
essere risanato e la bramosia della classe borghese piemontese per la quale
le guerre si erano fatte (e alla quale il Cavour stesso apparteneva a pieno
titolo) doveva essere, in qualche modo, soddisfatta.
Descrivere vicende economiche e legate al mondo delle banche e della
finanza, può risultare al lettore, me ne rendo conto, noioso, ma non è
possibile comprendere alcune vicende se ne conoscono le intime implicazioni.
Lo stato sabaudo si era dotato di un sistema monetario che prevedeva
l'emissione di carta moneta mentre il sistema borbonico emetteva solo monete
d'oro e d'argento insieme alle cosiddette "fedi di credito" e alle "polizze
notate" alle quali però corrispondeva l'esatto controvalore in oro versato
nelle casse del Banco delle Due Sicilie.
Il problema piemontese consisteva nel mancato rispetto della
"convertibilità" della propria moneta, vale a dire che per ogni lira di
carta piemontese non corrispondeva un equivalente valore in oro versato
presso l'istituto bancario emittente, ciò dovuto alla folle politica di
spesa per gli armamenti dello stato.
In parole povere la valuta piemontese era carta straccia, mentre quella
napolitana era solidissima e convertibile per sua propria natura (una moneta
borbonica doveva il suo valore a se stessa in quanto la quantità d'oro o
d'argento in essa contenuta aveva valore pressoché uguale a quello
nominale).
Quindi cita ancora lo Zitara: "Senza il saccheggio del risparmio storico del
paese borbonico, l'Italia sabauda non avrebbe avuto un avvenire. Sulla
stessa risorsa faceva assegnamento la Banca Nazionale degli Stati Sardi. La
montagna di denaro circolante al Sud avrebbe fornito cinquecento milioni di
monete d'oro e d'argento, una massa imponente da destinare a riserva, su cui
la banca d'emissione sarda - che in quel momento ne aveva soltanto per cento
milioni - avrebbe potuto costruire un castello di cartamoneta bancaria alto
tre miliardi. Come il Diavolo, Bombrini, Bastogi e Balduino (titolari e
fondatori della banca, che sarebbe poi divenuta Banca d'Italia) non
tessevano e non filavano, eppure avevano messo su bottega per vendere lana.
Insomma, per i piemontesi, il saccheggio del Sud era l'unica risposta a
portata di mano, per tentare di superare i guai in cui s'erano messi".
A seguito dell'occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco
delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di
rastrellare dal mercato le proprie monete per trasformarle in carta moneta
così come previsto dall'ordinamento piemontese, poiché in tal modo i banchi
avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e
avrebbero potuto controllare tutto il mercato finanziario italiano (benché
ai due banchi fu consentito di emettere carta moneta ancora per qualche
anno). Quell'oro, invece, attraverso apposite manovre passò nelle casse
piemontesi.
Tuttavia nella riserva della nuova Banca d'Italia, non risultò esserci tutto
l'oro incamerato (si vedano a proposito gli Atti Parlamentari dell'epoca).
Evidentemente parte di questo aveva preso altre vie, che per la maggior
parte furono quelle della costituzione e finanziamento di imprese al nord
operato da nuove banche del nord che avrebbero investito al nord, ma con gli
enormi capitali rastrellati al sud.
Ancora adesso, a ben vedere, il sistema creditizio del meridione risente
dell'impostazione che allora si diede. Gli istituti di credito adottano
ancora oggi politiche ben diverse fra il nord ed il sud, effettuando la
raccolta del risparmio nel meridione e gli investimenti nel settentrione.
Il colpo di grazia all'economia del sud fu dato sommando il debito pubblico
piemontese, enorme nel 1859 (lo stato più indebitato d'Europa),
all'irrilevante debito pubblico del Regno delle due Sicilie, dotato di un
sistema di finanza pubblica che forse rigidamente poco investiva, ma che
pochissimo prelevava dalle tasche dei propri sudditi. Il risultato fu che le
popolazioni e le imprese del Sud, dovettero sopportare una pressione fiscale
enorme, sia per pagare i debiti contratti dal governo Savoia nel periodo
preunitario (anche quelli per comprare quei cannoni a canna rigata che
permisero la vittoria sull'esercito borbonico), sia i debiti che il governo
italiano contrarrà a seguire: esso in una folle corsa all''armamento,
caratterizzato da scandali e corruzione, diventò, con i suoi titoli di
stato, lo zimbello delle piazze economiche d'Europa.
Scrive ancora lo storico Zitara: "La retorica unitaria, che coprì interessi
particolari, non deve trarre in inganno. Le scelte innovative adottate da
Cavour, quando furono imposte all'intera Italia, si erano già rivelate
fallimentari in Piemonte. A voler insistere su quella strada fu il cinismo
politico di Cavour e dei suoi successori, l'uno e gli altri più uomini di
banca che veri patrioti. Una modificazione di rotta sarebbe equivalsa a un'autosconfessione.
Quando, alle fine, quelle "innovazioni", vennero imposte anche al Sud,
ebbero la funzione di un cappio al collo.
Bastò qualche mese perché le articolazioni manifatturiere del paese, che non
avevano bisogno di ulteriori allargamenti di mercato per ben funzionare,
venissero soffocate.
L'agricoltura, che alimentava il commercio estero, una volta liberata dei
vincoli che i Borbone imponevano all'esportazione delle derrate di largo
consumo popolare, registrò una crescita smodata e incontrollabile e ci
vollero ben venti anni perché i governi sabaudi arrivassero a prostrarla. Da
subito, lo Stato unitario fu il peggior nemico che il Sud avesse mai avuto;
peggio degli angioini, degli aragonesi, degli spagnoli, degli austriaci, dei
francesi, sia i rivoluzionari che gli imperiali".
Per contro una politica di sviluppo, fra mille errori e disastri economici
epocali (basti pensare al fallimento della Banca Romana, principale
finanziatrice dello stato unitario o allo scandalo Bastogi per
l'assegnazione delle commesse ferroviarie), fu attuata solo al Nord mentre
il Sud finì per pagare sia le spese della guerra d'annessione, sia i costi
divenuti astronomici dell'ammodernamento del settentrione.
Il governo di Torino adottò nei confronti dell'ex Regno di Napoli una
politica di mero sfruttamento di tipo "colonialista" tanto da far esclamare
al deputato Francesco Noto nella seduta parlamentare del 20 novembre 1861:
"Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la
nostra terra come conquista. Il governo di Piemonte vuol trattare le
province meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Perú e nel
Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala".
La politica dissennatamente liberistica del governo unitario portò,
peraltro, la neonata e debolissima economia dell'Italia unita a un crack
finanziario.
Le grandi società d'affari francesi ed inglesi fecero invece, attraverso i
loro mediatori piemontesi, affari d'oro.
Nel 1866, nonostante il considerevole apporto aureo delle banche del sud, la
moneta italiana fu costretta al "corso forzoso" cioè fu considerata dalle
piazze finanziarie inconvertibile in oro. Segno inequivocabile di uno stato
delle finanze disastroso e di un'inflazione stellare. I titoli di stato
italiani arrivarono a valere due terzi del valore nominale, quando quelli
emessi dal governo borbonico avevano un rendimento medio del 18%.
Ci vorranno molti decenni perché l'Italia postunitaria, dal punto di vista
economico, possa riconquistare una qualche credibilità.
L'odierna arretratezza economica del Meridione è figlia di quelle scelte
scellerate e di almeno un cinquantennio di politica economica dissennata e
assolutamente dimentica dell'ex Regno di Napoli da parte dello stato
unitario.
Si dovrà aspettare il periodo fascista per vedere intrapresa una qualche
politica di sviluppo del Meridione con un intervento strutturale sul suo
territorio attraverso la costruzione di strade, scuole, acquedotti (quello
pugliese su tutti), distillerie ed opifici, la ripresa di una politica di
bonifica dei fondi agricoli, il completamento di alcune linee ferroviarie
come la Foggia-Capo di Leuca, - iniziata da Ferdinando II di Borbone,
dimenticata dai governi sabaudi e finalmente terminata da quello fascista.
Ma il danni e i disastri erano già fatti: una vera economia nel sud non
esisteva più e le sue forze più giovani e migliori erano emigrate
all'estero.
Nonostante gli interventi negli anni '50 del XX secolo con il piano Marshall
(peraltro con nuove sperequazioni tra nord e sud), '60 e '70 con la Cassa
per il Mezzogiorno e l'aiuto economico dell'Unione Europea ai giorni nostri,
il divario che separa il Sud dal resto d'Italia è ancora notevole.
La popolazione dell'ex Regno di Napoli, falcidiata dagli eccidi del periodo
del "brigantaggio", stremata da anni di guerra, di devastazioni e nefandezze
d'ogni genere, per sopravvivere, darà vita alla grandiosa emigrazione
transoceanica degli ultimi decenni dell''800, che continuerà, con una breve
inversione di tendenza nel periodo fascista e una diversificazione delle
mete che diventeranno il Belgio, la Germania, la Svizzera, fin quasi ai
giorni nostri.
Il Sud pagherà, ancora una volta, con il flusso finanziario generato dal
lavoro e dal sacrificio degli emigranti meridionali, lo sviluppo dell'Italia
industriale.
Ritengo, in conclusione, che sia un diritto delle gente meridionale
riappropriarsi di quel pezzo di storia patria che dopo il 1860 le fu
strappato e un dovere del corpo insegnanti dello stato favorire un'analisi
storica più oggettiva di quei fatti che tanto peso hanno avuto ed hanno
ancora nello sviluppo sociale del Paese, anche attraverso una scelta dei
testi scolastici più oculata ed imparziale.
La guerra fra il nord ed il sud d'Italia non si combatte più sui campi di
battaglia del Volturno, del Garigliano, sugli spalti di Gaeta o nelle
campagne infestate dai "briganti", ma non per questo è meno viva; continua
ancora oggi sul terreno di una cultura storica retriva e bugiarda che,
alimentando una visione del sud "geneticamente" arretrato, produce
un'ulteriore frattura tra due "etnie" che non si sono amate mai.
Il dibattito ancora aperto e vivace sull'ipotesi di una Italia federalista,
i toni accesi del Partito della Lega Nord, una certa avversione, subdola ma
reale, tra la gente del nord e quella del sud, nonostante il
"rimescolamento" dovuto all'emigrazione interna, testimoniano quanto queste
problematiche, nate nel 1860, siano ancora attualissime.
Oggi l'unità dello stato, in un periodo dove il progresso passa attraverso
enti politico-economici sopranazionali come la Comunità Europea, è
certamente un valore da salvaguardare, ma al meridione è dovuta una politica
ed una attenzione particolari, una politica legata ai suoi effettivi
interessi, che valorizzi le sue enormi risorse e assecondi le sue vocazioni,
a parziale indennizzo dei disastri e delle ingiustizie che l'unità vi ha
apportato.
L'enorme numero di morti che costò l'annessione, i 23 milioni di emigrati
dal meridione dell'ultimo secolo, che hanno sommamente contribuito, a costo
di immani sforzi, alla realizzazione di un'Italia moderna e vivibile,
meritano quel concreto riconoscimento e quel rispetto che per 140 anni lo
Stato, attraverso una cultura storica mendace, gli ha negato e che oggi gli
eredi della Nazione Napoletana reclamano.
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La
politica economico-sociale nel meridione del nuovo stato
italiano dopo
la conquista dei territori borbonici. Fu colonialista il
regno venuto dal nord? |
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IL SUD DOPO L'UNITA' D'ITALIA.
UNA STORIA CHE NON FU |
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Una storia che non fu. Un'espressione adatta a definire la
storia negata del Sud Italia. Si può affermare che i governi
"nordisti" hanno praticato il "colonialismo in casa?" Noi
vogliamo andare oltre, scoprire quanto questa politica ha
ritardato lo sviluppo del Meridione, il senso più nascosto
di questo tema che gli studiosi ed i politici italiani
scoprono e denunciano, e poi, subito dopo, dimenticano,
rilanciano, per poi tornare a dimenticare.
L'economia del Sud è stata sempre
una forma di pura sopravvivenza, è stata tagliata fuori dai
ritmi e dai livelli del mercato comune nazionale ed europeo.
È sempre stata convinzione comune che il problema del Sud
fosse un problema locale e settoriale, una questione
straordinaria e territorialmente circoscritta, come se il
Mezzogiorno fosse una riserva indiana. In realtà è un
problema centrale di indirizzo, di orientamento politico ed
economico fondamentale dello Stato.
Al fine di chiarire i punti citati è necessario un
excursus storico della situazione socio - economico -
industriale negli ultimi anni del Regno delle Due Sicilie
per poi affrontare il tema delle varie politiche economico -
sociali dello Stato italiano nel Meridione dopo
l'unificazione. I problemi del Mezzogiorno erano quelli
della ristrettezza economica, della staticità delle
strutture burocratiche e ministeriali, del protezionismo e
del fiscalismo, che non agevolarono certo la formazione di
vasti ceti imprenditoriali moderni, come anche non permisero
di assimilare e tradurre in atto i progetti dei riformatori:
caratteristiche che assunsero forme ancora più gravi ed
acute quando il confronto si fece con le aree del Nord e con
le leggi dello Stato post - unitario. A questo punto il
problema dei problemi divenne politico, perché investiva la
responsabilità dell'intera classe politica nazionale, i suoi
governi ed il Parlamento. Il Sud borbonico era un paese
strutturato economicamente sulle sue dimensioni. Essendo, a
quel tempo, gli scambi con l'estero facilitati dal fatto che
nel settore delle produzioni mediterranee il paese
meridionale era il più avanzato al mondo, saggiamente i
Borbone avevano scelto di trarre tutto il profitto possibile
dai doni elargiti dalla natura e di proteggere la
manifattura dalla concorrenza straniera.
Il consistente surplus della bilancia commerciale
permetteva il finanziamento di industrie, le quali erano
sufficientemente grandi e diffuse. Il sistema economico del
Regno delle Due Sicilie era basato, analogamente a quello
degli altri Stati italiani, sul settore primario. Il settore
agricolo era infatti la fonte più importante e in talune
zone l'unica fonte di lavoro e di ricchezza. Il sistema
produttivo del Regno delle Due Sicilie era costituito
precedentemente da imprese di medie e piccole dimensioni;
tra queste svettava per il numero di occupati quella delle
costruzioni, seguita da quella tessile e da quella
alimentare. L'industria siderurgica e metallurgica era il
settore più prestigioso e tali imprese erano specializzate
nella fornitura di materiali ferroviari all'esercito ed alla
marina militare e mercantile. L'industria tessile si
suddivideva tra il comparto della seta, del cotone e della
lana. Il sistema tributario, elaborato e supervisionato da
Luigi de' Medici, era poggiato principalmente sul connubio
tra Imposte Dirette e Imposte Indirette sui consumi; queste
ultime fondate quasi esclusivamente sui Dazi. Minore
importanza avevano le imposte indirette sui trasferimenti di
ricchezza, quali l'imposta di registro e di bollo.
Negli ultimi anni pre-unitari si andò accentuando la
tendenza del governo borbonico a favorire la capitale e le
zone vicino a scapito del resto del Regno, quasi i due terzi
delle spese statali, provinciali e comunali per le opere
pubbliche venivano assorbite da Napoli e dalla provincia di
Terra di Lavoro. Vi era una sola banca, il Banco delle Due
Sicilie per i domini al di qua del Faro, con una sola
succursale a Bari. In Campania si concentrarono le linee
ferroviarie costruite prima del 1848 (Napoli-Torre
Annunziata-Castellamare e Napoli-Caserta-Capua), mentre
altre erano in costruzione: la Torre Annunziata-Salerno e la
Capua-Ceprano; da non dimenticare che la prima linea
ferroviaria è datata 1839 ed è la Napoli-Portici.
L'ultimo decennio borbonico si svolge in una capitale
assonnata, priva dei suoi figli migliori, dominata dalla
polizia regia, non più amata dal sovrano i cui fratelli,
compreso il liberaleggiante Leopoldo, non danno esempi di
buona vita, imperanti i rancori, i sospetti, le denunzie. Ma
le province sono meno inerti e si preparano in gran segreto,
i grandi esuli collaborano al piano unitario che Cavour va
pazientemente intessendo; altri diffondono il verbo
mazziniano.
Nel 1859 muore Ferdinando II e gli succede Francesco
II; la favolosa impresa dei Mille conclude il suo iter il 7
settembre 1860, quando Garibaldi entra trionfalmente a
Napoli senza colpo ferire, proclamando l'annessione della
città al regno sabaudo ed il prossimo plebiscito
d'approvazione
1. Dopo un'accanita resistenza di mesi,
l'ultimo Borbone si arrende e, nel 1861, lascia per sempre
il suo regno. Il 1860 rappresenta per il Mezzogiorno
d'Italia uno spartiacque storico. Il vecchio mondo
borbonico, con le sue tradizioni e consuetudini, lascia il
passo a nuovi uomini e nuove culture. Al di là
dell'inevitabile retorica, il passaggio è traumatico. Sulle
rovine dell'antico regime si impone uno Stato unitario e
centralista, relativamente moderno, ma culturalmente
distante dalla realtà del Sud Italia. Nel 1860 la società
meridionale viene incorporata in un sistema più ampio, nel
quale erano presenti i germi di uno sviluppo capitalistico e
di una trasformazione della monarchia amministrativa in un
regime liberale - cioè i germi di un "altro" modello di
sviluppo - e ciò determina la subordinazione economica e
politica del Sud nei confronti delle altre parti d'Italia,
anche a causa della <<sistematica e non graduata
demolizione di un'immensità di istituzioni, interessi ed
amministrazioni>> denunciata dal giurista Pasquale
Stanislao Mancini (1817/1888), che aveva prodotto <<una
lesione troppo estesa e profonda>>.
Duro il trapasso, duro l'inizio del nuovo regime. Già
è difficile assuefarsi di colpo alla libertà, già è
difficile osservare i doveri che essa comporta, ma per il
Meridione la cosa era più grave, in quanto le libere
istituzioni venivano ad applicarsi in un'area e ad un popolo
da secoli abituati ad un'amministrazione paternalistica ed
autoritaria insieme, al timore ed all'inosservanza delle
leggi e dei regolamenti. Intanto le prime elezioni del 1861
videro il trionfo della linea cavouriana ed il progressivo
allontanamento dai luoghi decisionali della sinistra
costituzionale: si aprì così per il Meridione un periodo di
profondi travagli. Sicuramente la rivoluzione industriale
nacque in Italia con forti ritardi e condizionamenti.
L'economia italiana, infatti, al compimento dell'unità
nazionale, era basata su attività agricole di tipo
tradizionale. La mancanza di unità politica, la carenza di
materie prime, di grandi capitali disponibili per gli
investimenti necessari e di adeguate infrastrutture ( rete
stradale e ferroviaria, sistema dei trasporti, ecc…) avevano
ostacolato il formarsi di un apparato industriale moderno.
L'inizio dello sviluppo industriale italiano toccò
solo alcune zone e non conobbe una diffusione uniforme;
avvenne soprattutto nei settori tessile ed alimentare, che
richiedevano tecnologie non molto avanzate, una forte
utilizzazione della forza - lavoro e la possibilità di
sfruttare forme di energia naturale come quella idrica. Solo
in seguito si svilupperanno altri settori, come quello
metallurgico, meccanico e chimico, in seguito alla svolta
impressa dall'utilizzo dell'elettricità nel progresso
dell'industria. La sua introduzione fu un fattore che rese
competitive le nostre fabbriche con quelle degli altri paesi
europei. Non possiamo, però, dimenticare che il processo
industriale al Nord fu favorito dal sistema delle
comunicazioni, che avvicinò ulteriormente il Piemonte, la
Lombardia ed il Veneto ai mercati di sbocco. Già negli anni
Ottanta del XIX secolo l'intera valle del Po costituiva il
polmone dell'industria manifatturiera nazionale e, attorno
agli anni Novanta, in Italia del Nord la grande industria
meccanica aveva fatto salti da gigante.
Questo balzo in avanti non si spiega ancora senza
tenere conto di un altro importante fattore, quello
politico, che è rappresentato, nel periodo crispino, dalle
finalità dello Stato nazionale, impegnato a conseguire un
livello di grande potenza, finalità che non sarebbe stata
possibile conseguire senza l'introduzione di una siderurgia
pubblica, senza l'incremento delle spese militari e la
costruzione di fabbriche d'armi, senza il potenziamento
delle infrastrutture, senza il rafforzamento della finanza
attraverso la fondazione della Banca Commerciale e del
Credito Italiano, per iniziativa delle grandi banche
tedesche. Necessariamente anche la composizione del capitale
cambiò: quello fisso (le macchine) assunse un peso più
decisivo nei nuovi settori della produzione industriale. In
breve, all'origine del grande balzo economico del Nord è un
complesso di fattori che non sono solo riferibili alle
condizioni economiche locali, più o meno favorevoli, ma
anche a certe scelte politiche fondamentali, che
indubbiamente avvantaggiarono le aree potenzialmente più
promettenti e socialmente avanzate, che erano quelle
settentrionali del famoso triangolo industriale (Milano -
Torino - Genova).
Potremmo sintetizzare in questi termini
l'arretratezza del Mezzogiorno rispetto all'economia
lombarda e piemontese: agricoltura latifondista e piccola
proprietà contadina frammentata, commercio agricolo molto
scarso e, peraltro, nelle mani di grossi mercanti, che
speculavano soprattutto sul grano. Solo alcune zone
producevano per il mercato, perlopiù quelle che avevano
sbocco al mare. Le zone più interne, sprovviste di un
efficiente sistema viario, erano appena in grado di produrre
per i propri consumi. Se si confronta il Mezzogiorno con la
situazione del Nord, ci si può rendere conto di come, nel
caso di quest'ultima, la vicinanza dei mercati centroeuropei
abbia facilitato il più rapido progresso dei commerci e
l'accumulazione della ricchezza. Sicuramente va anche
considerata la politica dei governi borbonici (costantemente
in apprensione per lo spettro delle carestie e delle
ribellioni del popolo), che si era sempre preoccupata di
mantenere basso il prezzo del grano e dei generi alimentari,
non favorendo l'esportazione.
Il settore rispetto al quale i governi "unitari"
succedutisi dopo l'eliminazione del Regno delle Due Sicilie
hanno fatto sentire maggiormente i loro effetti negativi è
proprio quello industriale, abbastanza discreto a livello
produttivo prima dell'Unificazione. Nella politica economica
successiva alla conquista del 1860 manca una strategia
capace di rendere più moderni i modi di produzione e di
allargare i mercati dei settori artigianali e domestici.
Mancano anche interventi finalizzati al mantenimento di
quelle condizioni che avevano favorito la localizzazione dei
settori dell'industria moderna nel Meridione. I motivi veri
dell'enorme divario tra Nord e Sud sono da ricercare in
diversi fattori che vanno oltre le affermazioni di Benedetto
Croce che ne attribuisce le cause alle strutture
istituzionali ed organizzative; oppure di Antonio Gramsci
che, comunque, concorda col Croce sulla diversità
organizzativa delle città e dei centri urbani nel Nord ed il
sistema feudale del Sud. Effettivamente l'Italia unita
segnò, in altri termini, il trionfo di una proprietà di "parvenus"
emersi in seguito alla lenta erosione giuridica ed al
ridimensionamento economico dell'eredità feudale del Medio
Evo perseguiti ininterrottamente nelle Due Sicilie dal 1734
in poi.
Si trattava di piccoli borghesi avidi e senza
tradizioni cui i governi francesi di occupazione
spalancarono le porte nel 1806, con il pretesto delle leggi
eversive della feudalità, e che costituirono la quinta
colonna su cui poterono fare affidamento i registi che, da
Torino, telecomandarono prima la spedizione dei Mille e poi
l'invasione piemontese. L'unico scopo di questa classe fu
quello di sottrarre la maggiore quantità di prodotti a
contadini sempre più declassati ed impoveriti. È stato
affermato, non a torto, che questa borghesia rapace ed
opportunista, spina nel fianco dei governi borbonici e
trionfatrice dopo l'annessione, non gestì la terra, ma
organizzò il saccheggio sistematico delle risorse naturali
del Sud, impadronendosi delle terre di uso comune. Lo fece
attraverso l'oppressione sistematica dei contadini ormai
disarticolati e costretti a lavorare di zappa frammenti di
terra diversi ogni anno, senza alcuna possibilità di
organizzare la propria attività produttiva.
Altre cause di differenziazione vanno ricercate nella
morfologia del suolo e del clima, secco, arido e privo di
minerali per il Sud; la distanza dai mercati europei, nonché
dai luoghi che avevano iniziato la rivoluzione industriale.
Queste differenze non fecero altro che accelerare
l'evoluzione del Settentrione, a fronte di un forte ritardo
del Meridione; si verificò quello che alcuni chiamarono
effetto cumulativo del processo di crescita e che portò ad
uno sviluppo del tipo "Gesellschaft" ( evoluzione rapporti
sociali e propensione al mutamento) al Nord e "Gemeinschaft"
( organizzazione familiare dominata da costumi e tradizioni)
al Sud2.
Se poi a questo si aggiunge la politica di governo, nel
decennio 1878/1887, con l'aumento tariffario che, aumentando
i dazi su grano e beni industriali, significò per il Sud la
chiusura dei mercati esteri (Francia in particolare), allora
ecco che si spiega il fallimento del Meridione. Al Sud non
si era verificato alcun processo di sviluppo agrario, anche
grazie agli accordi intercorsi tra Cavour e la borghesia
terriera meridionale.
Sta di fatto che, dopo il 1861, dopo l'unione forzata
in un "grande Stato", di fronte alla spoliazione economica
cinicamente progettata dai gruppi di potere che
sponsorizzavano il nuovo governo "unitario" di Torino, alle
masse popolari del Sud non restò altro che la strada della
resistenza armata che gli storici del nuovo regime
chiamarono "brigantaggio". Si trattò, in realtà, di una
feroce guerra civile durata quasi un quindicennio, che
provocò migliaia di morti e decine di migliaia di
carcerazioni.
Nel
1861 Diomede Pantaleone scrisse a Minghetti: << I
proprietari sentono che senza di noi ed il nostro esercito
sarebbero sgozzati dai briganti>>. Quando questa eroica
resistenza fu piegata in un mare di sangue e di inaudite
sofferenze, alla sconfitta militare e politica i diseredati
meridionali, privati violentemente delle non infondate
speranze di sviluppo costruite pazientemente per decenni dai
governi delle Due Sicilie, risposero con l'emigrazione di
massa, che dette il colpo fondamentale anche per la
conseguente crescita di una massa inattiva che viveva sulle
rimesse e sui pochissimi lavoratori rimasti.
Tutto questo portò all'enunciazione dell'economista
classico-liberal americano G. Hildebrand: << …in mancanza
di un drastico intervento dello Stato, il Mezzogiorno era
condannato fin dall'inizio; incapace com'era di difendersi,
poteva solo tentare di diminuire in qualche modo l'enorme
divario che lo separava dal Nord più fortunato>>.
Riassumendo, dopo l'Unità d'Italia, la divaricazione fra
Nord e Sud era data essenzialmente dalla diversità dei
quadri sociali ed economici che, mentre nel Settentrione
avevano assunto già una configurazione di tipo
capitalistico, nel Meridione si erano fermati ad uno stadio
precapitalistico di tipo feudale caratterizzato da una
tendenza conservatrice e di gretto immobilismo negli alti
gradi della borghesia. Il ceto medio meridionale, inoltre, a
differenza di quello settentrionale, era subordinato
all'aristocrazia nobiliare e, quindi, incapace di poter
assurgere al rango di nucleo propulsore dello sviluppo e
dell'indispensabile processo di rinnovamento.
La politica adottata dalla classe dirigente
post-unitaria non solo ignorò, di fatto, il problema del
divario sorto con l'unificazione, ma lo accentuò mettendo in
crisi l'iniziativa industriale del Sud già esistente, come
nel caso dell'unificazione dei sistemi finanziari e del
nuovo sistema tributario. Nel prelievo fiscale, infatti,
nella seconda metà dello '800 si realizza una forte
sperequazione Nord e Sud, soprattutto per quel che riguarda
la spesa pubblica. Nello stesso periodo, inoltre, si
realizzava il trasferimento verso il Nord di notevoli mezzi
finanziari dal Meridione per sanare il deficit pubblico del
Piemonte, rilevante a causa delle guerre sostenute e dal
continuo potenziamento dell'esercito. Per il Sud, così, si
veniva a creare una situazione di sudditanza finanziaria
che, oltre a mortificare gli slanci imprenditoriali, ne
impediva lo sviluppo. Le industrie esistenti nel Regno delle
Due Sicilie, in modo particolare quelle napoletane e
salernitane, operanti nel campo meccanico, siderurgico e
della lavorazione di lino e canapa, denotavano una certa
vitalità e prosperità, anche se la loro attività era
protetta dalle tariffe doganali borboniche e da una forte
domanda dello Stato stesso.
Il più moderno nucleo industriale del settore tessile
era ubicato in Campania, avente come base la direttrice
geografica Napoli - Salerno. In quest'area, quasi tutta
nelle mani di imprenditori svizzeri, la filatura meccanica
era tecnologicamente avanzatissima. Il ramo metalmeccanico
costituiva l'altro punto di forza dell'industria meridionale
post-unitaria, anche se era totalmente affidata alla
gestione pubblica o esercitata da abili imprenditori e
tecnici inglesi, come Thomas Richard Guppy e John Pattison.
Va detto, tuttavia, che la lavorazione dei metalli era più o
meno praticata in tutto il Mezzogiorno, dove esistevano
nuclei di piccole officine e ferriere, addette, per lo più,
alla produzione di meccanica varia e di utensili correnti.
Non trascurabile la lavorazione del vetro e del cristallo,
nonché la produzione di carta. Con il passare degli anni, in
particolare, nel penultimo decennio del secolo, la
situazione divenne disastrosa.
Crollarono diversi istituti di credito e l'industria
si trovò in grandi difficoltà. La grande industria
metalmeccanica soffriva di crisi produttive crescenti con
l'affievolirsi della politica espansionistica di Crispi; i
nuclei di industria tessile e della carta non avevano esteso
i propri traffici, occupando un numero di addetti non
superiore a quello del periodo borbonico. Anche per quel che
riguarda le società per azioni, il divario fra Nord e Sud si
allargava sempre di più. Nel 1865 l'87,1% del capitale delle
società per azioni era concentrato nel Nord - Ovest, il 2,2%
nel Nord - Est, il 6,5% nel Centro ed il 4,2% nel Sud.
Credo non ci sia conclusione migliore che riportare
il pensiero di uno storico del "nostro Mezzogiorno", come
amava definirsi, di uno storico della crisi del Meridione,
questa crisi di oggi e di ieri, che viene comunemente
definita "questione meridionale", Gabriele De Rosa: << Le
malattie endemiche sono solo la manifestazione più visibile
di una malattia ancor più profonda, che rende affannoso il
respiro del Sud: la debolezza organica di una classe
dirigente che ha accettato la staticità sociale del
Mezzogiorno come premessa ineluttabile e necessaria per
garantire una gestione protetta e paternalistica del potere
locale>>.
De Rosa immaginava il corso di un'altra storia per il
Sud, una storia che non fu: <<il corso di una storia di
terre produttive senza latifondo ed assenteismo padronale,
con una borghesia non avvocatesca e formalistica, ma
intelligente e coraggiosa, colta e responsabile, con una
città non parassitaria e non disordinata ma a servizio di
uno sviluppo razionale ed omogeneo del contado, con
un'industria in armonia con il paesaggio agrario>>>. Ma
questa storia ideale e sognata non fu e, in luogo di essa,
invece, fu << una storia irreale e violenta, dettata ed
imposta dalle leggi del mercato più forte, dalle leggi del
protezionismo di ferro, usuraio e sfruttatore, applicato con
la prassi del più sconcio trasformismo clientelare, a
servizio di uno sviluppo capitalistico pressoché uniforme al
Nord, a singhiozzo alle isole ed al Sud>>3.
NOTE
1 - Il plebiscito sarà effettuato il 21 ottobre
1861, cui seguì l'entrata di Vittorio Emanuele il 7
novembre.
2 - La notizia è stata attinta da un sito:
www.lastoriadinapoli.it.
3 - I brani di De Rosa sono tratti da un saggio
di Bruno Gatta pubblicato sulla rivista bimestrale promossa
dall'Assessorato per il Turismo della Regione Campania, a
cura degli Enti Provinciali per il Turismo di Avellino,
Benevento, Caserta, Napoli e Salerno, "Civiltà della
Campania", N°.1, dicembre 1974, in occasione del
conferimento del "Premio Padula", assegnato all'antologia
storica dei meridionalisti di due secoli, pubblicata
dall'editore napoletano Guida e curata da Gabriele De Rosa
ed Antonio Cestaro, dal titolo "Territorio e società nella
storia del Mezzogiorno". |
|
il SUD visto da un'altra parte (per cercare di capire)
-
IL SUD D'ITALIA
-
negli "ANNI INFAMI" (mai più dimenticati)
-
la pulizia etnica piemontese
nelle Due Sicilie
-
il
"brigantaggio" - le deportazioni
-
di Antonio
Pagano
La statistica di fine anno 1861, fatta dagli occupanti piemontesi, indicò
che nel solo secondo semestre vi erano stati 733 fucilati, 1.093 uccisi in
combattimento e 4.096 fra arrestati e costituiti. Le cifre, tuttavia, furono
molto al disotto del vero, in quanto non erano indicati quelli della zona
della Capitanata, di Caserta, Molise e Benevento, dove comandava il
notissimo assassino Pinelli. Al Senato di Torino, il ministro della guerra
Della Rovere, dichiarò che 80.000 uomini dell'ex armata napoletana,
imprigionati in varie località della penisola, avevano rifiutato di servire
sotto le bandiere piemontesi.
Vi erano stati migliaia di profughi, centinaia i paesi saccheggiati, decine
quelli distrutti. Dovunque erano diffuse la paura, l’odio e la sete di
vendetta. L’economia agricola impoverita, quasi tutte le fabbriche erano
state chiuse e il commercio si era inaridito in intere province. La fame e
la miseria erano diventate un fatto comune tra la maggior parte della
popolazione.
Il 1° gennaio 1862 in Sicilia insorse Castellammare del Golfo al grido di “fuori
i Savoia. Abbasso i pagnottisti. Viva la Repubblica”. Furono uccisi il
comandante collaborazionista della guardia nazionale, Francesco Borruso, con
la figlia e due ufficiali. Case di traditori unitari vennero arse. Strappati
i vessilli sabaudi, spogliati ed espulsi i carabinieri. Le guardie e i
soldati accorsi da Calatafimi e da Alcamo furono battuti e messi in fuga dai
rivoltosi. Il 3 gennaio arrivarono nel porto la corvetta “Ardita” e
due piroscafi che furono accolti a cannonate, ma con lo sbarco dei
bersaglieri del generale Quintini i rivoltosi furono costretti alla fuga. I
piemontesi fucilarono centinaia di insorti tra cui alcuni preti. A Palermo
comparirono sui muri manifesti borbonici e sulla reggia fu messa una
bandiera gigliata.
Agli inizi dell’anno il generale borbonico Tristany, accompagnato da una
decina di ufficiali Spagnoli e Napolitani, ebbe un nuovo abboccamento con il
comandante partigiano Chiavone, al quale ripeté la richiesta di subordinare
le sue forze partigiane alla sua azione di comando affidatogli dal Re
Francesco II.
A Marsala, durante la caccia ai patrioti siciliani, le truppe piemontesi
circondarono la città e arrestarono oltre tremila persone, per lo più
parenti dei ricercati, comprese donne e bambini, che furono ammassate per
settimane nelle catacombe sotterranee vicine alla città, in condizioni
disumane, dove erano prive di luce e di aria.
Al ponte di Sessa un plotone di lancieri cadde in un agguato dei partigiani
napolitani e sedici soldati furono uccisi. A Napoli si ebbero tumulti per
l’applicazione della legge che aveva imposta la nuova tassa detta il decimo
di guerra.
Proprio in gennaio furono abolite le tariffe protezionistiche per effetto
delle pressioni della borghesia agraria del Piemonte e della Lombardia.
Queste disposizioni dettero il colpo di grazia alle industrie dell’ex Reame
provocando il definitivo fallimento degli opifici tessili di Sora, di
Napoli, di Otranto, di Taranto, di Gallipoli e del famosissimo complesso di
S. Leucio, i cui telai furono portati qualche anno dopo a Valdagno, dove fu
creata la prima fabbrica tessile nel Veneto, di Piero Marzabotto (poi
Marzotto) che con i Rossi, protetti entrambi dagli Austriaci fin dal 1836,
da semplici pannaioli si erano trasformati in industriali monopolisti
privilegiati dell'austro Lombardo-Veneto, facendo fallire e chiudere molte
grandi industrie tessili milanesi, ormai senza più ordini.
Vennero smantellate, tra le altre attività minori, le cartiere di Sulmona e
le ferriere di Mongiana, i cui macchinari furono trasferiti in Lombardia.
Furono costrette a chiudere anche le fabbriche per la produzione del lino e
della canapa di Catania. La disoccupazione diventò un fenomeno di massa e
incominciarono le prime emigrazioni verso l’estero, l’inizio di una vera e
propria diaspora. Con gli emigranti incominciarono a scomparire dalle già
devastate Terre Napoletane e Siciliane le forze umane più intraprendenti.
A questo grave disastro si aggiunse l’affidamento degli appalti (e le
ruberie) per i lavori pubblici da effettuare nel Napoletano ed in Sicilia ad
imprese lombardo-piemontesi che furono pagate con il drenaggio fiscale
locale operato dai piemontesi. La solida moneta aurea ed argentea borbonica
venne sostituita dalla carta moneta piemontese, provocando la più grande
devastazione economica mai subìta da un popolo.
Il 22 gennaio sul Fortore, nel Foggiano una banda di 140 patrioti a cavallo
attaccò una compagnia di fanti piemontesi che furono decimati. A Napoli
militari piemontesi isolati caddero vittime di attentati. A Mugnano, caduta
in un agguato, la banda partigiana di Angelo Bianco fu completamente
assassinata dai bersaglieri e dalle guardie nazionali.
Il 1° febbraio, nei boschi di Lagopesole, due compagnie di bersaglieri e
fanti assaltarono i patrioti di Ninco-Nanco e Coppa, uccidendone 11 e
catturando una donna. Proprio in quel giorno il turpe Liborio Romano, quale
deputato, propose nel parlamento piemontese di vendere tutti i beni
demaniali e degli istituti di beneficenza delle Due Sicilie a prezzo minore
del valore reale, a rate fino a 26 anni, pagabile con titoli di Stato al 5%.
Il giorno dopo la banda di Giuseppe Caruso sgominò un reparto del 46°
fanteria nel bosco di Montemilone.
A Reggio Calabria, il 5 febbraio, vennero imprigionati tutti quelli
"sospettati" di essere filoborbonici. Sul confine pontificio, lo stesso
giorno, alcuni gruppi patrioti comandati dal Tristany furono sconfitti dalle
truppe piemontesi nei pressi di Pastena. Pilone, invece, a Scafati sfuggì ad
un agguato tesogli dalle guardie nazionali di Castellammare.
A Vallo di Bovino furono catturati e fucilati dai patrioti due ufficiali
piemontesi. Il generale La Marmora, in visita a Pompei sfuggì ad un
attentato da parte della banda di Pilone. A Napoli venne minacciata da
Pilone la stessa duchessa di Genova, cognata di Vittorio Emanuele, a cui
intimò con una lettera di non uscire da Napoli, pena la cattura.
I terrorizzati piemontesi, in quei giorni, persero completamente il
controllo della situazione, emanando dei bandi e ordinanze feroci,
soprattutto nel Gargano e in Lucera, dove furono comminate pene di morte per
la violazione dei più piccoli divieti. Il col. Fantoni in terra di Lucera,
dopo aver vietato l’accesso alla foresta del Gargano, fece affiggere un
editto che disponeva che: «Ogni proprietario, affittuario o ogni agente
sarà obbligato immediatamente dopo la pubblicazione di questo editto a
ritirare le loro greggi, le dette persone saranno altresì obbligate ad
abbattere tutte le stalle erette in quei luoghi ... Quelli che
disobbediranno a questi ordini, i quali andranno in vigore due giorni dopo
la pubblicazione, saranno, senza avere riguardo per tempo, luogo o persona,
considerati come briganti e come tali fucilati».
SI COMINCIA A CHIAMARLI TUTTI "BRIGANTI" E IL FENOMENO DELLA PARTIGIANERIA
LOCALE "BRIGANTAGGIO".
L’8 febbraio evasero dalle carceri di Teramo 55 patrioti, che si rifugiarono
sui monti sotto il comando di Persichini. Inseguiti da un reparto del 41°
fanteria, cinque furono uccisi e tredici catturati, ma anche questi furono
fucilati dopo qualche giorno. Durante una riunione in una masseria di S.
Chirico in Episcopio, la banda di Cioffi, tradita da un tal Lupariello, fu
circondata ed assalita da ingenti forze piemontesi, ma l’inattesa e
violentissima reazione dei patrioti causò uno sbandamento degli assedianti.
Pur subendo due morti e molti feriti, Cioffi riuscì a sganciarsi con tutti i
suoi uomini. I cadaveri dei due patrioti morti in combattimento furono
esposti dai piemontesi nella piazza della Maddalena a Sarno. Qualche giorno
dopo il Lupariello fu catturato e, sottoposto ad un giudizio, giustiziato,
poi la sua testa fu apposta dai militari piemontesi su una pertica vicino a
una sorgente frequentata dalla popolazione.
Il 12 febbraio il colonnello della guardia nazionale di Cosenza, Pietro
Fumel, emanò un bando da Cirò veramente raccapricciante : «Io
sottoscritto, avendo avuto la missione di distruggere il brigantaggio,
prometto una ricompensa di cento lire per ogni brigante, vivo o morto, che
mi sarà portato. Questa ricompensa sarà data ad ogni brigante che ucciderà
un suo camerata ; gli sarà inoltre risparmiata la vita. Coloro che in onta
degli ordini, dessero rifugio o qualunque altro mezzo di sussistenza o di
aiuto ai briganti, o vedendoli o conoscendo il luogo ove si trovano
nascosti, non ne informassero le truppe e la civile e militare autorità,
verranno immediatamente fucilati ... Tutte le capanne di campagna che non
sono abitate dovranno essere, nello spazio di tre giorni, scoperchiate e i
loro ingressi murati ... È proibito di trasportare pane o altra specie di
provvigione oltre le abitazioni dei Comuni, e chiunque disubbidirà a questo
ordine sarà considerato come complice dei briganti.» Costui, un
sanguinario assassino, praticò metodicamente il terrore e la tortura contro
inermi cittadini e le loro proprietà per distruggere ogni possibile aiuto ai
patrioti.
Questi orrendi misfatti ebbero un’eco perfino alla camera dei Lords di
Londra, dove nel maggio del 1863, il parlamentare Bail Cochrane, a proposito
del proclama del Fumel, affermò : «Un proclama più infame non aveva mai
disonorato i peggiori dì del regno del terrore in Francia», per cui gli
ufficiali che avevano emanato quegli ordini furono allontanati dai propri
reparti.
Il famoso comandante Crocco, che aveva diviso la sua banda di circa 600
uomini in sei gruppi, l’aveva disseminata nei boschi di Monticchio, Boceto,
San Cataldo e Lagopesole. I suoi gruppi patrioti con rapide scorrerie misero
a sacco le masserie dei traditori nella zona di Altamura. Poi, il 24
febbraio, Crocco assaltò la guardia nazionale di Corato e batté i
cavalleggeri del generale Franzini in uno scontro presso Accadia, dove però
perse dodici uomini.
Il 1° marzo Crocco riunì nel bosco di Policoro, presso la foce del Basento,
i suoi patrioti a quelli di Summa, Coppa, Giuseppe Caruso e Cavalcante, in
previsione del piano elaborato dal Comitato Borbonico in Roma (Clary e
Statella) di attaccare Avezzano con duemila uomini comandati da Tristany,
che, richiamando così le truppe piemontesi, avrebbe dovuto lasciare
sguarnito il confine pontificio per lunghi tratti, permettendo ad altre
forze borboniche di invadere gli Abruzzi con la contemporanea sollevazione
di tutti i patrioti del Reame. Era previsto anche uno sbarco sul litorale
ionico di elementi legittimisti spagnoli e austriaci. Una spia infiltrata,
Raffaele Santarelli, fece conoscere in tempo il piano ai piemontesi, che
presero contromisure sia navali, con la flotta di Taranto, sia per via
terrestre con un concentramento di bersaglieri e cavalleggeri.
Il 3 e il 4 marzo 1862 Crocco si scontrò al ponte S. Giuliano, sul Bradano,
con il 36° fanteria e lo mise in fuga, ma subendo alcune perdite. Nei giorni
successivi, l’8 marzo, a S. Pietro di Monte Corvino, si ebbe un altro
scontro di patrioti contro piemontesi, che subirono numerose perdite. Il
giorno dopo Crocco sconfisse alcuni reparti di guardie nazionali alla
masseria Perillo, nei pressi di Spinazzola, uccidendone dieci, compreso il
comandante, maggiore Pasquale Chicoli, un traditore che aveva formato il
governo provvisorio di Altamura ancora prima dell’arrivo dei garibaldini.
Il 10 marzo Pilone occupò Terzigno, dove dopo aver requisito armi e
munizioni, fucilò i ritratti di Garibaldi e Vittorio Emanuele. Il
governatore piemontese dispose che tutto il 7° reggimento di fanteria
venisse destinato a catturare Pilone.
A Baiano, il 12 marzo, venne fucilato un contadino di 16 anni, Antonio
Colucci, che, stando su un albero in una masseria di Nola, aveva segnalato
ai patrioti l’arrivo di piemontesi. Il ragazzo era stato catturato e
processato da un tribunale di guerra che lo condannò alla pena capitale.
Nel frattempo continuarono numerosi gli attacchi dei partigiani napoletani,
vere e proprie azioni di guerra, contro le truppe piemontesi. Tra gli
episodi più importanti sono da ricordare quello del 17 marzo, quando la
banda di Michele Caruso sterminò alla masseria Petrella (Lucera) un intero
distaccamento di 21 fanti dell’8° fanteria, comandato dal capitano Richard.
Il 31 marzo ad Ascoli di Capitanata i patrioti sconfissero, procurando
centinaia di morti, i bersaglieri e i cavalleggeri del colonnello Del Monte.
Lo stesso giorno, a Poggio Orsini, presso Gravina, i piemontesi misero in
fuga un centinaio di patrioti, ma a Stornarella furono massacrati 17
lancieri del “Lucca”, che ebbe anche 4 dispersi. La provincia di Bari, la
terra d’Otranto ed il Tarantino erano tuttavia controllate dalle forze
partigiane. In questi avvenimenti vi furono molti garibaldini ed anche
regolari piemontesi che disertarono e si unirono ai briganti. Tra i
disertori è da ricordare come esempio quello dell’operaio biellese Carlo
Antonio Gastaldi, decorato con medaglia d’argento al valor militare nella
battaglia di Palestro del 1859. Inviato nelle Puglie a combattere i
“briganti”, fu talmente schifato delle nefandezze piemontesi, che divenne
addirittura luogotenente del Sergente Romano, insieme ad un altro
piemontese, Antonio Pascone.
Alla fine di marzo, nel parlamento di Torino fu istituita un Commissione con
il compito di studiare le condizioni delle provincie meridionali. Tale
Commissione, presieduta dai massoni Giuseppe Montanelli e Luigi Miceli,
suggeriva, tra l’altro, di iniziare numerosi e svariati lavori pubblici,
istituire nuove scuole comunali per “illuminare” la gioventù,
l’incameramento totale dei beni religiosi, la divisione e vendita dei beni
demaniali e comunali. Per la risoluzione del “brigantaggio” la commissione
proponeva anche l’invio di Garibaldi a Napoli e l’aumento delle guardie
nazionali.
Il mese successivo, il 4 aprile, la legione ungherese, già "usata" da
Garibaldi nella sua spedizione, riuscì ad infliggere alcune perdite a Crocco
tra Ascoli e Cerignola. Il 6 aprile 200 patrioti assalirono Luco de’ Marsi
dove si era asserragliato un reparto del 44° fanteria che si difesero
efficacemente. Poi il 7 aprile Crocco sconfisse due drappelli del 6°
fanteria a Muro, Aquilonia e Calitri, uccidendo una ventina di piemontesi e
catturando numerosi prigionieri. A Torre Fiorentina, presso Lucera, l’8
aprile, i lancieri di Montebello uccisero trenta patrioti. Il giorno dopo
circondarono i rimanenti patrioti di Coppa e Minelli, che furono quasi
completamente distrutti: 40 morti, 21 fucilati dopo la cattura ed altri 42
uccisi mentre “tentavano la fuga”. In Sicilia, ad Apaforte, Stincone,
S. Cataldo e Boccadifalco, la popolazione insorse dando alle fiamme le
cataste di zolfo. Furono distrutte tutte le piantagioni e gli animali per
protesta contro le vessazioni dei piemontesi.
Le truppe francesi di stanza nello Stato Pontificio sequestrarono il 10
aprile le armi e munizioni borboniche a Paliano, a Ceprano, a Falvaterra. Le
armi avrebbero dovuto servire per il piano d’invasione capeggiato dal
Tristany.
Con una delibera del 13 aprile la piazza nota come “Largo di Castello”,
dov’è situato il Maschio Angioino, fu fatta chiamare Piazza Municipio dal
sindaco massone Giuseppe Colonna.
In quei giorni la banda di Pagliaccello, di Cerignola, fu dispersa dai
cavalleggeri “Lucca”, che fucilarono 21 patrioti. Duro colpo anche alla
banda di Crocco che il 25 aprile 1862, alla masseria Stragliacozza, subì un
improvviso attacco dai piemontesi che riuscirono a metterla in fuga,
uccidendone 25 uomini.
Alla fine del mese, il 28 aprile, Vittorio Emanuele si recò a Napoli a bordo
della nave “Maria Adelaide” e fece un donativo alla statua di S.
Gennaro per ingraziarsi i Napoletani. Ma S. Gennaro non abboccò e non fece
il “miracolo”.
Crocco, nonostante le dure sconfitte, continuò eroicamente le sue azioni di
guerra e il 7 maggio sterminò a Zungoli un distaccamento del 37° fanteria.
Tuttavia il giorno dopo, tra Canosa e Minervino, i patrioti di Summa persero
15 uomini per un fortunoso attacco dei cavalleggeri. Nell’occasione fu
ferito Ninco-Nanco. Nel prosieguo dell’azione alcune guardie nazionali
catturarono una donna, la quale portava in campagna un pezzo di pane al
figlio che essi ritenevano un patriota. La legarono, la fecero inginocchiare
e la fucilarono.
Il 7 maggio esplose anche lo scandalo riguardante la concessione degli
appalti per la costruzione delle ferrovie meridionali al massone Adami. Il
direttore del giornale “Espero” di Torino che aveva avuto il coraggio di
denunciare alla pubblica opinione le speculazioni commesse dal Bertani e
dall’Adami, fu condannato per diffamazione e per ingiurie a due mesi di
carcere e a 300 lire di multa. Naturalmente lo scandalo, che cointeressava
anche una trentina di deputati piemontesi, fu insabbiata alla maniera
piemontese.
Chiavone invase e saccheggiò Fontechiari il 10 maggio.
Intanto, allo scopo di impossessarsi dell’industria napoletana del gas per
ricompensare gli inglesi dell’aiuto ricevuto, i governanti piemontesi
avevano subdolamente fatte fare numerose critiche per la qualità del
servizio, indicendo una gara per una nuova concessione. Alla gara si
presentarono numerosi concorrenti, ed il 12 maggio 1862 venne firmato il
nuovo contratto di appalto dell'illuminazione a gas con la ditta Parent,
Shaken and Co. La nuova Società venne costituita il 18 ottobre dello stesso
anno con il nome di “Compagnia Napoletana d'Illuminazione e Scaldamento
col Gaz”, che verso la fine dell'anno seguente inaugurò un nuovo
opificio nella zona dell'Arenaccia lungo il fiume Sebeto.
Il 18 maggio le collaborazioniste guardie nazionali di Ariano, incontrati
presso Sprinia i patrioti di Parisi, si rifiutarono di battersi e si diedero
alla fuga, ma ne furono catturate 14. A Catania vi fu un’insurrezione lo
stesso 18 maggio, ma fu rapidamente repressa dalle truppe piemontesi che
massacrarono 49 civili. Il giorno dopo Chiavone conquistò Fontechiari e
Pescosolido, riunendosi con i patrioti di Tamburini e Pastore. Con tutte
queste forze tentano di assalire anche Castel di Sangro, ma vennero respinti
e costretti a rifugiarsi nel territorio pontificio.
A Roma, intanto, erano avvenute le nozze tra Maria Annunziata, una delle
prime figlie di Ferdinando II, e l’arciduca Carlo Lodovico, fratello
dell’imperatore Francesco Giuseppe. Da questo matrimonio nacque l’erede al
trono dell’Austria-Ungheria, Francesco Ferdinando, che fu sempre uno strenuo
nemico dell’Italia dei Savoia. L’uccisione di Francesco Ferdinando a
Serajevo nel 1914 fu la causa che fece scoppiare la I guerra mondiale.
Il 29 maggio fu catturato e poi fucilato a Mola di Gaeta il conte rumeno
Edwin Kalchrenth, il famoso capo patriota “conte Edwino”, ex ufficiale della
cavalleria borbonica che operava unitamente a Chiavone nella Terra del
Lavoro e negli Abruzzi.
In giugno i patrioti non diedero tregua ai piemontesi. Il giorno 2, il 44°
fanteria fu attaccato al confine tra Abruzzi e Terra del Lavoro, perdendovi
cinque uomini. Il 7 giugno Chiavone invase Pescosolido, dove fece
rifornimenti per il suo raggruppamento. Ad Acqua Partuta, nel beneventano,
il 14 giugno, i patrioti uccisero 11 guardie nazionali e 4 carabinieri che
li avevano assaliti. Numerosi patrioti di Guardiagrele attaccarono Gamberale,
ma furono respinti da reparti del 42° fanteria.
Il giorno 15, la legione ungherese in un drammatico ed imprevisto scontro
distrusse nel bosco di Montemilone una banda partigiana di 27 uomini. Presso
Ginestra la banda Tortora in uno scontro con gli stessi ungheresi perse 13
uomini. Poi, il giorno dopo, alla masseria La Croce la 4ª compagnia del 33°
bersaglieri fu assalita da Crocco e da Coppa, subendo molte perdite, ma a S.
Marco in Lamis fu catturato il capo patriota Angelo Maria del Sambro e
quattro suoi compagni, tra cui il dottor Nicola Perifano, già chirurgo del
3° Dragoni napoletano, più volte decorato. Furono tutti immediatamente
fucilati.
Numerosi furono gli scontri tra i piemontesi, particolarmente tra il 61° ed
il 62°, contro i patrioti che presidiavano i boschi di Monticchio, di
Lagopesole e di S. Cataldo. Il 17 giugno Chiavone, dopo essersi riunito con
i patrioti abruzzesi di Luca Pastore e di Nunzio Tamburini sull’altopiano
delle Cinque Miglia, invase Pietransieri e attaccò Castel di Sangro, dove
però fu respinto. Rientrato nel territorio pontificio, tuttavia, il Tristany
il 28 giugno lo fece arrestare e processare da un consiglio di guerra, che
lo condannò a morte per rapina e omicidio. La fucilazione di Chiavone volle
essere anche un esempio per far attenere i patrioti alle direttive impartite
dal Comitato Borbonico.
Tutta la penisola sorrentina intanto veniva continuamente rastrellata da
numerosi reparti piemontesi, ma senza alcun esito. A Torre del Greco il 7°
fanteria, rinforzato da colonne mobili della guardia nazionale, riuscirono a
circondare sulle alture della cittadina il gruppo di combattimento di
Pilone. Dopo un furioso combattimento, il grosso dei patrioti di Pilone,
riuscì a sganciarsi, ma con numerose perdite e molti prigionieri, che il
giorno dopo furono fucilati dai piemontesi. Dopo qualche giorno Pilone
attaccò temerariamente in località Passanti una colonna di truppe
piemontesi, liberando anche alcuni prigionieri che stavano per essere
fucilati.
Garibaldi, nel frattempo, che era comparso nuovamente in Sicilia il 20
maggio per fomentare una rivolta diretta alla conquista di Roma, si recò Il
29 giugno a Palermo, dov’erano in visita i principi Umberto e Amedeo. Il
giorno dopo, al Teatro “Garibaldi”, pronunciò uno sconclusionato discorso,
affermando che se fosse stato necessario avrebbe fatto un altro Vespro
Siciliano. All’indomani si recò alla Ficuzza per arruolare volontari da
impiegare per la conquista di Roma e di Venezia.
La Capitanata, il Gargano e la Terra di Bari erano in concreto nelle mani
dei patrioti. Lo stillicidio delle continue perdite subìte in luglio dai
piemontesi indusse il governo piemontese a sostituire il comandante della
zona, generale Seismit-Doda, con il generale massone Gustavo Mazé de la
Roche. Costui, per tagliare i rifornimenti ai gruppi patrioti, fece
incendiare i pagliai, fece murare le porte e finestre delle masserie e fece
arrestare tutte le persone che circolavano fuori degli abitati. La reazione
dei patrioti fu immediata con la rapida invasione di grossi paesi, come
Torremaggiore, con la razzia di molte mandrie, con l’incendio di masserie e
con ripetuti attacchi, nei pressi di S. Severo, ai cantieri della ferrovia
Pescara-Foggia allora in costruzione.
Il 30 giugno 1862 il generale Tristany, per dare un esempio, fece fucilare
due capi patrioti, Antonio Teti e Giuseppe de Siati, che, quali armati per
la lotta di liberazione delle Due Sicilie, avevano commesso illegittimamente
alcuni furti durante azioni di guerriglia. Il Tristany aveva voluto, con
quest'episodio, improntare esclusivamente con carattere militare le azioni
guerrigliere dirette soprattutto contro le pattuglie piemontesi in
perlustrazione nelle campagne. Lo stesso giorno la banda dei patrioti
comandata dai fratelli Ribera partì da Malta e sbarcò a Pantelleria, allo
scopo di liberare l’isola dai piemontesi e per ripristinare il governo
borbonico. Con l’aiuto di tutta la popolazione, i patrioti compirono
numerose azioni contro i traditori collaborazionisti e le guardie nazionali
che prevaricavano sulla gente.
Il 1° luglio il Re Francesco II protestò da Roma contro il riconoscimento
fatto dai vari Stati europei ai Savoia come re d’Italia.
Nei primi giorni di luglio, il famoso comandante patriota Giuseppe Tardio,
uno studente di Piaggine Soprano, che aveva organizzato il suo gruppo di
combattimento nell’ottobre del 1861 nella zona di Agropoli, dopo aver
eliminate le guardie nazionali che incontrava, invase con i suoi uomini
prima Futani e poi Abatemarco, Laurito, Foria, Licusati, Centola e Camerota.
Nella sua avanzata gli si aggregarono molte centinaia di patrioti, che in
seguito dovettero tuttavia disperdersi per i continui attacchi delle truppe
piemontesi.
Il 6 luglio Garibaldi, in occasione di una rivista alla guardia nazionale a
Palermo, pronunziò davanti alle autorità un violento discorso contro
Napoleone III che riteneva responsabile del brigantaggio.
Altro scontro dei patrioti di Crocco avvenne il 14 luglio a Lacedonia con i
bersaglieri, che persero cinque uomini. Si ebbero nel mese ancora numerosi
scontri tra piemontesi e patrioti, che attaccavano all’improvviso ed
improvvisamente sparivano. Il 16 luglio un reparto del 17° bersaglieri, in
un durissimo e prolungato combattimento, uccise il comandante partigiano
Malacarne (fratello del famoso Sacchettiello) ed altri sei patrioti. Il 19
luglio molti patrioti abruzzesi attaccarono presso Fossacesia il magazzino
degli imprenditori ferroviari Martinez, uccidendo alcuni tecnici, e invasero
l’abitato che fu saccheggiato. Ad Amalfi però la superiorità partigiana si
manifestò in tutta la sua evidenza quando il 22 luglio i partigiani
occuparono la città, tenendola addirittura per due giorni. Lo stesso giorno,
tuttavia, la bestiale legione ungherese uccise 12 patrioti a Tortora. Alla
fine di luglio, sui monti del Matese, nelle zone di Piedimonte d’Alife e di
Cerreto Sannita, i gruppi di combattimento patrioti di Cosimo Giordano,
Padre Santo e De Lellis contrastarono ferocemente e vittoriosamente i
rastrellamenti effettuati dai reparti del 39° e 40° fanteria.
Il 26 luglio, dopo un lungo silenzio, i patrioti del sergente Romano
invasero Alberobello, dove, eliminate le guardie nazionali, si rifornirono
di tutte le loro armi e munizioni.
Agli inizi di agosto 1862 i gruppi patrioti del Pizzolungo e dello Scenna,
in numero di 200, invasero nel Vastese le cittadine di Villalfonsina,
Carpineto, Guilmi, Roio, Monteferrante, Colle di Mezzo, Pennadomo e
Roccascalegna, dove saccheggiarono le case dei collaborazionisti con i
piemontesi e li trucidarono.
In Pantelleria la banda Ribera non riuscì in un tentativo di giustiziare il
sindaco, connivente dei piemontesi, ma inflisse numerose perdite ai reparti
piemontesi che li inseguivano. L’imprendibilità e le quasi sempre vittoriose
azioni dei patrioti di Ribera indussero i piemontesi ad inviare nell'isola
altra 500 soldati sotto il comando del feroce colonnello Eberhard, già
sperimentato in azioni di controguerriglia nel continente.
La continua opera di reclutamento e di propaganda di Garibaldi, finalizzata
a conquistare anche Roma, indusse Vittorio Emanuele ad emanare il 3 agosto
un proclama con cui, senza mai nominare il nizzardo, condannava la sua
iniziativa.
Il 4 agosto il gruppo patriota di Abriola invase e saccheggiò le case di
alcuni traditori di Campomaggiore. Fra il 3 ed il 5 agosto, disgustati per
l’ingrata opera di repressione, gli usseri e la fanteria ungherese stanziati
a Lavello, Melfi e Venosa si misero in movimento per concentrarsi a Nocera,
ma, bloccati e disarmati dai piemontesi, furono imbarcati a Salerno il 13
agosto per ordine di La Marmora, che li fece trasportare in piemonte. 150
ungheresi tuttavia riuscirono a fuggire con lo scopo di raggiungere
Garibaldi.
Sulle montagne tra Castro e Falvaterra, i patrioti, approfittando del
marasma causato da Garibaldi, si lanciarono in una cruenta offensiva e
invasero i comuni di Campomaggiore, nel potentino, e Flumeri,
nell’avellinese. La cittadina di Sturno fu occupata e tenuta fino al 7.
Intensi combattimenti vi furono per tutto il mese nell’Alta Irpinia: a
Bisaccia, Guardia Lombardi, Monteleone, Pescopagano, Avigliano, S. Sossio,
Ariano, Genzano, Frigenti. Ogni piemontese scovato era immediatamente
fucilato.
Il 6 agosto Garibaldi si scontrò a S. Stefano di Bivona con le truppe
piemontesi e si ebbero alcuni morti da ambo le parti. A Fantina, in Sicilia,
sette volontari per Garibaldi della colonna Tasselli, dei quali cinque
disertori piemontesi, vennero catturati da un reparto del 47° fanteria,
comandato dal maggiore De Villata, e fucilati sul posto. Trentadue ufficiali
della brigata “piemonte”, che avevano dato le dimissioni nei pressi di
Catania, furono arrestati e privati del grado dal Consiglio di disciplina di
Torino, per “mancanza contro l’onore”. A Torino, fu varata una legge che
disponeva una “spesa straordinaria” di lire 23.494.500 per l’acquisto e la
fabbricazione di 676.000 fucili da destinarsi alle guardie nazionali.
Verso la metà del mese vi fu un’evasione in massa dal carcere di Granatello
di Portici di detenuti politici, che andarono ad ingrossare le bande
partigiane.
Nel frattempo, mentre il 13 agosto in Capitanata i patrioti avevano occupato
Zapponeta ed otto comuni del Vastese, Garibaldi scorrazzava per la Sicilia,
entrando in Catania il 18 agosto. La Marmora proclamò il 20 lo stato
d’assedio in tutta la Sicilia e dichiarò ribelle Garibaldi, che si accingeva
a risalire la penisola con il suo Corpo di Volontari.
Il 22 agosto al massone Bastogi fu concesso l’appalto per la costruzione
delle ferrovie nel sud dell’Italia, per cui fu costituita la società delle
Strade Ferrate Meridionali. Nel consiglio d'amministrazione della
società facevano parte ben 14 deputati piemontesi, che erano stati anche
ricompensati con 675.000 lire per il loro “interessamento”. Vice presidente
della società fu nominato Bettino Ricasoli. Lo Stato accordò un sussidio a
Bastogi di 20 milioni di lire e lo sfruttamento per 90 anni dei 1.365
chilometri di ferrovia. Tra i finanziatori vi erano la Cassa del Commercio
di Torino, i fratelli ebrei massoni Isaac e Emile Pereire di Parigi, e la
società di Credito mobiliare spagnolo (di cui Nino Bixio era consigliere di
amministrazione). Tra i vari possessori delle azioni della società
figuravano molti massoni, tra cui il fratello di Cavour, il marchese
Gustavo, il Nigra, il Tecchio, il Bomprini, il Denina, il Beltrami.
Dopo lo sbarco di Garibaldi, il 24 a Pietra Falcone, sulla spiaggia tra
Melito e Capo d’Armi, lo stato d’assedio fu esteso il 25 agosto a tutto il
Mezzogiorno. Approfittando dello stato d’assedio i piemontesi saccheggiarono
moltissime chiese, rubando ogni oggetto prezioso. Fu soppressa la libertà di
stampa e di riunione. Anche la posta fu censurata. Fu instaurata una feroce
dittatura militare. I principali comandanti patrioti di Terra d’Otranto,
allora, si riunirono nel bosco di Pianella, a nord di Taranto, per
concordare l’unitarietà del comando e la condotta delle operazioni, con lo
stabilire le zone di competenza. Il sergente Romano ebbe a disposizione
oltre 300 uomini a cavallo, suddivisi agli ordini dei luogotenenti Cosimo
Mazzeo (Pizzichicchio), Giuseppe Nicola La Veneziana, F.S. L’Abbate, Antonio
Lo Caso (il capraro), Riccardo Colasuonno (Ciucciariello), Francesco Monaco
(ex sottufficiale borbonico) e Giuseppe Valente (Nenna-Nenna, ex ufficiale
garibaldino).
In quei giorni, tutta la Terra d’Otranto rimase sotto il totale controllo
dei patrioti.
Sull’Aspromonte il 29 agosto, a seguito di un brusco voltafaccia del governo
savoiardo (che fino allora l’aveva nascostamente appoggiato), vi fu uno
scontro tra le truppe piemontesi e gli avventurieri di Garibaldi, che fu
intenzionalmente ferito e fatto prigioniero. I piemontesi subito dopo gli
scontri fucilarono a Fantina, senza alcun processo, sette disertori
piemontesi che erano con Garibaldi, che a seguito della cattura fu rinchiuso
per qualche tempo nel forte di Verignano. Pochissimi popolani l’avevano
seguito nell’avventura, la maggior parte erano piemontesi disertori. Il
Tribunale Militare degli invasori piemontesi emise in seguito 109 condanne a
morte, 19 ergastoli e 93 condanne ai lavori forzati. Il Savoia, per questi
fatti, concesse 76 medaglie al valore.
Il 31 agosto un reparto del 18° bersaglieri uccise tredici patrioti ad
Apice, in provincia di Benevento. I patrioti di Tristany ebbero uno scontro
a fuoco con gli zuavi pontifici nei pressi di Falvaterra e a Castronuovo.
Numerosi patrioti a cavallo attaccarono agli inizi di settembre reparti
piemontesi di stanza nell’Irpinia a Flumeri, a S. Sossio ed a Monteleone,
alla masseria Franza (Ariano) e nei boschi di S. Angelo dei Lombardi. Il 6
settembre i patrioti riuscirono a disarmare la guardia nazionale di Colliano,
in provincia di Campagna. Notevole, il 7 settembre 1862, lo scontro alla
masseria Canestrelle, nel Nolano, di bersaglieri e cavalleggeri che
attaccarono un gruppo di duecento patrioti, che furono costretti a
disperdersi, perdendo tuttavia 15 uomini. Dopo qualche giorno, il giorno 11
settembre, i patrioti di Crocco e di Sacchetiello si vendicarono alla
masseria Monterosso di Rocchetta S. Antonio (Foggia) attaccando un drappello
di venti bersaglieri del 30° battaglione che furono tutti uccisi. A
Carbonara i patrioti di Sacchetiello massacrarono 25 bersaglieri del 20°
battaglione, comandati dal sottotenente Pizzi. Aliano e Serravalle furono
liberate dai patrioti che minacciarono di invadere anche Matera.
In Pantelleria, nel frattempo, i piemontesi, che avevano instaurato in tutta
l’isola una feroce legge marziale, riuscirono a convincere quasi
quattrocento isolani a collaborare con le truppe savoiarde. Formate tre
colonne, il colonnello Eberhard, governatore militare dell’isola, fece
avanzare il 18 settembre le truppe a raggiera per setacciare tutta l’isola.
I patrioti erano nascosti in una profonda caverna posta quasi sulla sommità
della Montagna Grande a 848 metri si altezza, in una posizione imprendibile,
ma traditi da un pecoraio furono circondati e dopo una sparatoria, in cui
morirono alcuni piemontesi, furono costretti ad arrendersi a causa del fumo
di zolfo acceso davanti alla caverna che aveva reso l’aria irrespirabile. I
patrioti ammanettati, laceri e smunti, furono fatti sfilare nelle strade di
Pantelleria al suono di un tamburo e col tricolore spiegato, tra ali di
gente commossa fino alle lagrime. Tutte le spese dell’operazione, lire 637,
furono a carico del comune. Furono incarcerati a Trapani, ma alcuni, tra cui
due fratelli Ribera, riuscirono a evadere dalle carceri della Colombaia. Dei
rimanenti 14, processati il 14 giugno 1867, 10 furono condannati a morte per
impiccagione e gli altri ai lavori forzati.
A Roma, in quei giorni, Francesco II si trasferì con tutta la sua corte nel
Palazzo Farnese, che era di proprietà dei Borbone, dopo averlo fatto
ristrutturare, poiché erano secoli che non era stato abitato.
Il 1° ottobre a Palermo furono accoltellati simultaneamente, in luoghi
diversi, tredici persone. Uno degli accoltellatori, inseguito e arrestato,
confessò che gli era stato ordinato da un “guardapiazza” (quello che oggi
viene chiamato mafioso) di colpire alla cieca e che erano stati pagati con
danaro proveniente dal principe Raimondo Trigona di Sant’Elia, senatore del
regno, delegato da Vittorio Emanuele II. Da successivi controlli fatti dal
piemontese sostituto procuratore del re Guido Giacosa, evidentemente
all’oscuro delle criminali intenzioni del governo piemontese, venne
accertato che i moltissimi omicidi, avvenuti anche prima e molti altri dopo,
avevano il solo scopo di “sconvolgere l’ordine” per poter permettere e
giustificare la feroce repressione così da eliminare impunemente la
resistenza siciliana antipiemontese. L’indagine, che portò a riconoscere la
responsabilità di quei sanguinosi crimini al reggente della questura
palermitana, il bergamasco (ma messinese di nascita) Giovanni Bolis, antico
affiliato carbonaro con La Farina, fu, comunque, subito chiusa.
In quel mese di ottobre 1862 vi furono moltissime, alcune violente,
manifestazioni di quasi tutte le popolazioni delle Puglie e della
Basilicata. I contadini si rifiutarono di eseguire i lavori nei campi per
protestare contro gli abusi e le violenze dei soldati piemontesi. Alcuni
contadini furono fucilati "per dare l'esempio" dalle truppe
piemontesi.
Un gruppo di patrioti di Romano, comandato da Valente, riunitisi nella
masseria S. Teresa, decisero di attaccare la guardia nazionale e i
carabinieri di Cellino e S. Pietro Vernotico, che li braccavano. Tre
militari furono uccisi “perché portavano il pizzo all’italiana” e
nove, furono sfregiati con l’asportazione di un lembo dell’orecchio, per
essere così “pecore segnate”. I gruppi di Tardio invasero i paesi di
S. Marco La Bruna, Sacco e S. Rufo, dove sgominarono le guardie nazionali e
ne saccheggiarono le case.
Il 24 ottobre Tristany si scontrò sul confine pontificio con le truppe
francesi e subì la perdita di due ufficiali.
Nel mese di ottobre, essendosi fatta insostenibile la sistemazione dei
prigionieri di guerra e dei detenuti politici, con la deportazione degli
abitanti d'interi paesi, con le "galere" piene fino all'inverosimile, il
governo piemontese diede incarico al suo ambasciatore a Lisbona di sondare
la disponibilità del governo portoghese a cedere un'isola disabitata
dell'Oceano Atlantico, al fine di relegarvi l'ingombrante massa di decine di
migliaia di persone da eliminare definitivamente. Il tentativo diplomatico,
tuttavia, non ebbe successo, ma la notizia riportata il 31 ottobre dalla
stampa francese suscitò una gran ripugnanza nell'opinione pubblica.
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L'ISOLA PER DEPORTATI
Il maggiore piemontese Aichelburg con fanti e bersaglieri attaccò il 2
novembre a Tremoleto i patrioti di Petrazzi, uccidendo 9 guerriglieri. Tutto
il Sud fu diviso in zone e sottozone con posti fissi di polizia e fu
raddoppiato il numero dei carabinieri. I guerriglieri di Romano subirono una
pesante sconfitta il 4 novembre presso la masseria Monaci. Per
quest'avvenimento Romano divise le sue bande in piccoli gruppi più
manovrabili, seguendo la tattica di Crocco. A S. Croce di Magliano duecento
patrioti di Michele Caruso attaccarono il 5 novembre la 13ª compagnia del
36° fanteria, massacrando il comandante ex garibaldino dei “mille”, capitano
Rota, e ventitré piemontesi. Il giorno dopo, inseguiti da un battaglione del
55° fanteria, gli stessi patrioti tesero loro un agguato e uccisero un
sergente e tre soldati, senza subire perdite. A Torre di Montebello una
compagnia di bersaglieri del 26° e cavalleggeri del “Lucca” in un furibondo
combattimento distrusse l’8 novembre l’intera banda di Pizzolungo. Quelli
che furono fatti prigionieri furono immediatamente fucilati.
Il 16 novembre, nonostante l’opposizione di La Marmora, fu revocato da
Rattazzi lo stato d’assedio nelle provincie meridionali, ma in realtà
rimasero ancora in vigore la soppressione ed il divieto di introdurre nel
Mezzogiorno di tutta la stampa non governativa e la sospensione delle
libertà d'associazione e di riunione. Addirittura furono intensificati gli
arresti di semplici cittadini solo per il fatto di essere “sospetti”
patrioti borbonici. In Capitanata, per ordine del generale Mazé de la Roche
e del prefetto De Ferrari, furono compilate liste d'assenti dal proprio
domicilio e dei sospetti, furono istituiti fogli di via senza dei quali
nessuno poteva uscire dagli abitati, imposero l’abbandono delle masserie e
il divieto di portare generi alimentari nelle campagne. Così nell’avellinese
furono perquisite e saccheggiate le case degli assenti, ai contadini fu
ordinato di trasferirsi nei paesi con le masserizie, il bestiame ed il
raccolto. Divenne sistematico l’arresto dei parenti fino al terzo grado dei
patrioti. Le popolazioni, che già vivevano nel terrore e nei soprusi dei
piemontesi, vissero in quei lunghi mesi in modo veramente tragico, anche
perché ogni attività lavorativa fu in pratica soppressa e la vita economica
e sociale ne fu paralizzata.
Il 17 novembre, per reazione, vi furono in vari paesi molti attentati a
esponenti liberali da parte dei patrioti. A Grottaglie i patrioti di
“Pizzichicchio” s'impadronirono addirittura della cittadina, dove liberarono
i detenuti dalle carceri e eliminarono tutti i possidenti liberali, che
erano stati particolarmente oppressivi con i loro braccianti, devastandone e
saccheggiandone le abitazioni. Furono abbattuti gli stemmi sabaudi e
ripristinati le insegne borboniche tra le grida di esultanza di tutta la
popolazione e financo del sindaco, che giorni dopo fu arrestato dai
piemontesi.
Il generale Franzini fece uccidere il 20 novembre alla masseria Lamia nove
patrioti delle bande di Petrozzi e Schiavone, catturati di sorpresa.
L’indomani a Rapolla, nei pressi di Ponte Aguzzo, uno squadrone cavalleggeri
“Saluzzo” attaccò un centinaio di patrioti di Crocco che perdette nove
uomini. Altri venti, tra feriti e catturati, furono subito fucilati. I
patrioti di Romano, in quel giorno, invasero le cittadine di Carovigno ed
Erchie, disperdendone la guardia nazionale e saccheggiando le abitazioni dei
liberali conniventi dei piemontesi.
Il giorno 27 furono sorpresi a Casacalenda in una chiesa due patrioti che,
dopo essere stati incarcerati a Larino, furono fucilati “per tentata fuga”
due giorni dopo.
Alla fine di novembre, morto il generale borbonico Statella, che da Roma ne
coordinava le azioni, nonostante gli appoggi forniti dal generale Bosco, il
gruppo di combattimento del colonnello Tristany si dissolse. Gli ufficiali
stranieri se ne tornarono ai loro paesi e i gregari si riversarono in altri
gruppi patrioti.
Il primo dicembre un reparto del 10° fanteria, per effetto di una delazione,
riuscì a sorprendere alla masseria Monaci, nei pressi d'Alberobello, alcuni
gruppi patrioti di Romano, di cui fucilarono 14 uomini, compreso il capo
partigiano La Veneziana.
Il giorno 11 dicembre i patrioti a cavallo di Michele Caruso assaltarono
vittoriosamente a Torremaggiore la 13ª compagnia del 55° fanteria, che
tornava da Castelnuovo Daunia, dove aveva compiuto operazioni di leva.
A Ururi i piemontesi con uno stratagemma arrestarono il sindaco, tutti i
consiglieri ed il prete come “sospetti” e li fecero incarcerare a Larino. A
S. Croce di Magliano, su segnalazione del sindaco massone De Matteis, furono
inviate truppe piemontesi a circondare le masserie Verticchio, De Matteis e
Mirano, dove sono sorpresi e fucilati quattro patrioti. Nella stessa zona il
comandante della guardia nazionale di S. Martino, il massone conte
Bevilacqua, con cento uomini e una compagnia di fanti piemontesi riuscirono
a catturare in un bosco circa 47 patrioti, che furono tutti fucilati a
Larino.
Il 14 dicembre, a Napoli, nel carcere di S. Maria Apparente vi furono
violenti tumulti per le condizioni inumane in cui erano tenuti i
prigionieri. Vivevano in fetore insopportabile. Erano stretti insieme
assassini, sacerdoti, giovanetti, vecchi, miseri popolani e uomini di
cultura. Senza pagliericci, senza coperte, senza luce. Un carcerato venne
ucciso da una sentinella solo perché aveva profferito ingiurie contro i
Savoia. Spesso le persone imprigionate non sapevano nemmeno di cosa fossero
accusati ed erano loro sequestrati tutti i beni. Spesso la ragione per cui
erano imprigionati era solo per rubare loro il danaro che possedevano. Molti
non erano nemmeno registrati, sicché solo dopo molti anni venivano
processati e condannati senza alcuna spiegazione logica.
Questo era il governo dei Savoia, “vera negazione di Dio”.
A Torino, per acquietare l’opinione pubblica, fu nominata il 15 dicembre una
Commissione d’inchiesta sul “brigantaggio”, dopo che vi erano state numerose
denunce contro le barbarie commesse dalle truppe piemontesi contro patrioti
che difendevano la libertà delle loro terre. Un deputato, Giuseppe Ferrari,
federalista convinto, aveva detto “...potete chiamarli briganti, ma i
padri di questi briganti hanno per due volte rimesso i Borbone sul trono di
Napoli... Ma in che consiste il brigantaggio ? nel fatto che 1.500 uomini
tengono testa a un regno e ad un esercito. Ma sono semidei, dunque, sono
eroi ! ...Io mi ricordo che vi dissi che avendo visitato le province
meridionali avevo veduto una città di cinquemila abitanti distrutta, e da
chi ? dai briganti ? NO!” La città era Pontelandolfo.
Il 17 dicembre i bersaglieri del 29° battaglione riuscirono a sgominare i
patrioti dell’avvocato Giacomo Giorgi presso Palata, nel Molise, dove
uccisero 5 patrioti, catturando anche una partigiana.
La banda di Carbone fu accerchiata il 20 dicembre da fanteria, cavalleria e
guardie nazionali nella masseria Boreano, nei pressi di Melfi. Furono tutti
uccisi appena catturati.
Il 21 dicembre cavalleggeri piemontesi sorpresero nella cascina Barcana, nei
pressi di Venosa, una ventina di patrioti che fecero morire atrocemente tra
le fiamme.
Il 23 dicembre, migliaia di cittadini di Napoli, inviarono una petizione al
Re Francesco II con la quale, nell’indicare le barbarie degli invasori
piemontesi, riaffermavano la fedeltà alla monarchia dei Borbone e la
speranza di un prossimo ritorno sul trono delle Due Sicilie.
Il giorno 29 lo squadrone cavalleggeri “Saluzzo”, stanziati a Gioia del
Colle, salvarono un drappello di guardie nazionali di Acquaviva che erano
stati circondati dai patrioti. In Capitanata, reparti dell’8°, del 36° e del
49° fanteria, comandati dal colonnello Favero, attaccati il 31 dicembre 1862
da un consistente numero di patrioti vennero sterminati con perdite
superiori ai 150 morti.
L’anno 1862 si chiuse ....
...con una relazione alla Camera di Torino sulla situazione nell’ex Regno
delle Due Sicilie con i dati ufficiali di 15.665 fucilati, 1.740
imprigionati, 960 uccisi in combattimento. Gli scontri a fuoco di una certa
consistenza nell’anno furono 574. I meridionali emigrati all’estero furono
circa 6.800 persone. Le forze piemontesi di occupazione risultarono
costituite da 18 reggimenti di fanteria, 51 “quarti” battaglioni di altri
reggimenti, 22 battaglioni bersaglieri, 8 reggimenti di cavalleria, 4
reggimenti di artiglieria. Nei territori delle Due Sicilie si contavano
circa 400 bande di patrioti legittimisti, comandate per la maggior parte da
ex militari borbonici.
Il Piemonte, che era lo Stato più indebitato d’Europa, si salvò dalla
bancarotta disponendo alla fine dell'anno l’unificazione del “suo” debito
pubblico con gli abitanti dei territori conquistati. Furono venduti, con
prezzi irrisori, ai traditori liberali tutti i beni privati dei Borbone e
gli stabilimenti pubblici civili e militari delle Due Sicilie. Tutte le
spese per la “liberazione” e dei lavori pubblici (affidati alle speculazioni
delle imprese lombardo-piemontesi) furono addebitate proprio alle regioni
“liberate” (!!).
Anche l’arretrato sistema tributario piemontese fu applicato nel Napoletano
ed in Sicilia, che fino allora avevano avuto un sistema fiscale mite,
razionale, semplice e soprattutto efficace nell’imposizione e nella
riscossione, indubbiamente tra i migliori in Europa. Al Sud fu applicato un
aumento di oltre il 32 per cento delle imposte, mentre gli fu attribuito
meno del 24 per cento della ricchezza “italiana”.
Del
resto era l’avverarsi di ciò che pochi secoli prima aveva detto
Emanuele Filiberto di Savoia
(“L’Italia? E' un carciofo di cui i Savoia mangeranno una foglia alla
volta” );
Lo stato sabaudo si era dotato di un sistema monetario che prevedeva
l'emissione di carta moneta mentre il sistema borbonico emetteva solo monete
d'oro e d'argento insieme alle cosiddette "fedi di credito" e alle "polizze
notate" alle quali però corrispondeva l'esatto controvalore in oro versato
nelle casse del Banco delle Due Sicilie.
Il problema piemontese consisteva nel mancato rispetto della
"convertibilità" della propria moneta, vale a dire che per ogni lira di
carta piemontese non corrispondeva un equivalente valore in oro versato
presso l'istituto bancario emittente, ciò dovuto alla folle politica di
spesa per gli armamenti dello stato.
In parole povere la valuta piemontese era carta straccia, mentre quella
napolitana era solidissima e convertibile per sua propria natura (una moneta
borbonica doveva il suo valore a se stessa in quanto la quantità d'oro o
d'argento in essa contenuta aveva valore pressoché uguale a quello
nominale).
A seguito dell'occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco
delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di
rastrellare dal mercato le proprie monete per trasformarle in carta moneta
così come previsto dall'ordinamento piemontese, poiché in tal modo i banchi
avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e
avrebbero potuto controllare tutto il mercato finanziario italiano (benché
ai due banchi fu consentito di emettere carta moneta ancora per qualche
anno). Quell'oro, invece, attraverso apposite manovre passò nelle casse
piemontesi.
Massimo d'Azeglio, in una lettera al senatore Matteucci scriveva tra
l'altro: "A Napoli noi abbiamo cacciato il sovrano per ristabilire un
governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono, e sembra ciò non
basti, sessanta battaglioni...Abbiamo il suffragio universale? Io nulla so
di suffragio; ma so che al di qua del Tronto non sono necessari battaglioni,
e che al di là sono necessari. Ci dev'essere per forza qualche errore....
Bisogna cangiare atti o principi..." (ed era filo-piemontese!)
Antonio Pagano
_______________________________
RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO
Buongiorno
Ho letto gli articoli del sig. Antonio Pagano sull'occupazione piemontese
del meridione negli anni 1860.
Non avendo motivo di dubitare sulla veridicità dei dati riportati (e
tantomeno sulla buona fede del sig. Franco del cui sito sono e resterò
frequentatore), vorrei porgere delle domande, rivolte all'autore di tali
articoli:
1) è
vero che la legge sabauda (Casati, '59) non risolse l'analfabetismo, che in
piemonte viaggiava intorno al 50%, ma perchè nel brillante stato borbonico
si toccò il 90%?
2) può dirsi efficiente un sistema economico basato sul protezionismo?
Chiedere ai governi della Sinistra Storica e al fascismo
3) perchè il buon siciliano Orlando, uno dei 30000 rifugiati politici che il
piemonte ospitava, i suoi cantieri non potè aprirli a casa sua?? E perchè la
tremenda dittatura piemontese permise a ben 2300 di entrare tra le file
dell'amministrazione entro il '57?
3) è vero che il buon Ferdinando fu il primo a emanare una Costituzione nel
'48 a cui si ispirò sicuramente Carlo Alberto, ma perchè lo fece solo quando
una rivoluzione rischiava di portargli via la cadrega, mentre Calro Alberto
fece esperienza dei moti del '21 e una volta libero dal conservatore Carlo
Felice, potè crescere in senso liberare? e soprattutto perchè nel '49 la
costituzione borbonica era già carta straccia?
4) come complici dei piemontesi cita spesso i lombardi (usciti da poco da
una tremenda dittatura) come rapaci imprenditori. Vorrei sapere dov'era la
brillante e competitiva classe borghese-industriale nata da un secolo di
buon governo borbonico.
5) è vero che il piemonte era lo stato più indebitato d'europa (avendo
affrontato in 50 anni la crisi della restaurazione e i moti rivoluzionari,
due guerre d'indipendenza e la guerra di Crimea) e che la leva obbligatoria
e l'alta pressione fiscale erano impopolari, ma perchè i lombardi e i
toscani, seppur con mille smorfie, pararono il colpo mentre la solida
economia meridionale ci lasciò quasi le penne (vorrei ricordare che, moti
esclusi, era dal 1745 che i borboni non combattevano una guerra: il tempo
per fare due conti l'hanno avuto)?
6) La legge elettorale censitaria non la si può certo chiamare
rappresentativa nè in Piemonte nè altrove, ma mi dica un po' che percentuale
di popolazione portava alle urne al Nord e che percentuale portava nel ricco
Sud...
La lista potrebbe continuare ma sarebbe inutile.
Credo sia ovvio che lo stato piemontese fu cieco, superficiale ed egoista,
ma è altrettanto ovvio che lo stato Borbonico più che un solido edificio
travolto da un uragano, non era altro che una capanna di frasche secche su
cui si appoggiò uno scatolone di piastrelle!
Concludendo, da piemontese anti-risorgimentale, invito chiunque a diffondere
questo sano "revisionismo", senza tuttavia scadere in ridicole e infondate
nostalgie borboniche.
Confido in una risposta ed eventuali dati che smentiscano le mie tesi sono
molto ben accetti
(la storia è una delle poche cose che devono essere certe e assolute, aldilà
di ogni battibecco personale!)
Luca da Torino
(Piemonte)
____________________________________________
Può
rispondere alle domande del sig. Luca il sig. Antonio Pagano
oppure chi la pensa come lui.
Franco
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riceviamo da ANTONIO PAGANO
Carissimo Franco,
Un lettore mi ha segnalato che un tale Luca, piemontese, voleva delle
risposte ad alcune sue domande. Poiché non non ne ero a conoscenza prima
rispondo ora.
Già altre volte ho avuto modo di dialogare sulle stesse cose con altri
piemontesi e ho visto che è del tutto defatigante spiegare alcune cose
perché alla fine non si arriva ad alcun charimento. Loro restano sulle loro
opinioni e chiedono sempre le stesse cose. Allora questa volta voglio
rispondere con un raccontino.
Un tale, mentre se ne sta buono nella sua casa, viene aggredito da alcuni,
rubato di quanto possiede e bastonato perché si è permesso di difendersi.
Gli aggressori poi, installatosi nella sua casa, lo rimproverano per giunta
perché se ne sta buttato a terra tutto sporco.
E' la stessa cosa che hanno fatto i piemontesi.
Le domande che loro fanno su chi era più bravo e buono non significano nulla
e, in fondo, a loro non interessano granché. Servono solo a deviare il
discorso dall'aggressione che il Sud ha dovuto subire.
Se quel Luca vuol sapere chi era il più bello e il più bravo se lo vada a
cercare negli Archivi di Stato, negli Archivi portuali (Genova e Napoli),
negli Archivi delle Banche, delle Camere di Commercio, nelle relazioni fatte
dagli Ambasciatori di Francia, di Svizzera, dell'Inghilterra, ecc. dove
troverà la verità, se è questa che vuole sapere e che è quanto ho fatto io
personalmente.
Con ogni considerazione e cordiali saluti,
Antonio Pagano
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TI
AGGIUNGO
ANCHE QUEST'ALTRO MIO INTERVENTO
Uno dei
progetti criminali del risorgimento piemontese contro i Duosiciliani
LA
DEPORTAZIONE
(dal
numero 1, anno 2003, della rivista Due Sicilie. Direttore Antonio Pagano)
"Se ci
ponessimo in Italia ad applicare la pena di morte con un'implacabile
frequenza, se ad ogni istante si alzasse il patibolo, l'opinione e i costumi
in Italia vi ripugnerebbero, i giurati stessi finirebbero o per assolvere, o
per ammettere in ogni caso le circostanze attenuanti.
Bisogna dunque pensare ad aggiungere alla pena di morte un'altra pena,
quella della deportazione, tantopiù che presso le impressionabili
popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le
fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte. I briganti, per
esempio, che sono atterriti dall'idea di andar a finire i loro giorni in
paesi lontani, ed ignoti, vanno col più grande stoicismo incontro al
patibolo".
Le parole
di cui sopra sono del Ministro degli Esteri del Regno d’Italia, il milanese
Emilio Visconti Venosta, indirizzate al Ministro a Londra, il piemontese
Carlo Cadorna, in data 19 dicembre 1872 da Roma neonata capitale
(Documenti
Diplomatici Italiani [d’ora in poi, con la sigla D.D.I.], 2a Serie, Vol. IV,
n. 235).
Esse danno
un’idea abbastanza luminosa del clima di terrore ancora imperante nelle Due
Sicilie: nonostante fossero trascorsi ben dodici anni dal cataclisma del
1860, le prigioni erano zeppe di prigionieri politici, 11.635 nella sola
città di Napoli, mentre gli ultimi fuochi di resistenza andavano
spegnendosi.
UN
MANUTENGOLO MORALE
Il
Visconti Venosta, come gli altri personaggi che incontreremo nel corso del
presente studio, la cui ossatura sarà costituita principalmente da estesi
documenti diplomatici monotematici, era un esponente di spicco della Destra
storica "italiana", di quella Destra della quale il Croce ebbe a tessere,
forse in un momento di depressione intellettuale, nel 1927, il seguente
elogio:
«…di rado un
popolo ebbe a capo della cosa pubblica un'eletta di uomini come quelli della
vecchia Destra italiana, da considerare a buon diritto esemplare per la
purezza del loro amore di patria che era amore della virtù, per la serietà e
dignità del loro abito di vita, per l'interezza del loro disinteresse, per
il vigore dell'animo e della mente, per la disciplina religiosa che s’erano
data sin da giovani e serbarono costante: il Ricasoli, il Lamarmora, il
Lanza, il Sella, il Minghetti, lo Spaventa e gli altri di loro minori ma da
loro non discordi, componenti un'aristocrazia spirituale, galantuomini e
gentiluomini di piena lealtà. Gli atti loro, le parole che ci hanno lasciate
scritte, sono fonti perenni di educazione morale e civile, e ci ammoniscono
e ci confortano e ci fanno a volte arrossire; sicché deve dirsi che, se
cadde dalle loro mani il fuggevole potere del governo, hanno pur conservato
il duraturo potere di governarci interiormente, che è di ogni vita bene
spesa ed entrata nel pantheon delle grandezze nazionali»
(Benedetto
Croce, Storia d'Italia dal 1871 al 1915, Adelphi, 1991, pag. 16),
cioè il panegirico di spietati fucilatori come, nel Reame, non se ne erano
visti prima se non in epoca giacobina francese.
AFFANNOSA
RICERCA DI UN ANGOLO DI TERRA
La lettera
del Venosta aggiunge particolari a particolari:
«…Ora,
in quest’ordine di idee, e intorno ai nostri progetti di colonia
penitenziaria, io La prego di avere sollecitamente una nuova conversazione
con Lord Granville [Ministro degli Esteri di Sua Maestà Britannica, ndr].
Ella fu incaricata, or sono molti mesi, di chiedere al Governo inglese se
per parte sua non vi fossero state obbiezioni alla cessione all'Italia, per
parte di un capo indipendente, d'un territorio posto sulla costa Nord Est di
Borneo. Questo capo indipendente aveva degli impegni col governo dell’India;
noi non volevamo quindi procedere nelle pratiche senza prima prevenire il
Governo inglese ed avere la sua morale adesione. Finora non abbiamo ottenuto
una risposta. Lord Granville avrà dovuto certamente consultare i
dipartimenti competenti ed anche il Governo dell’India. Lo spazio di tempo
trascorso però è tale che abbiamo dovuto supporre che questo scambio di
comunicazioni abbia già avuto luogo, e che il loro risultato essendo
sfavorevole, si abbia preferito il silenzio ad una risposta negativa…In
questo stato di cose, io La prego di avere, colla maggiore sollecitudine
possibile, una aperta e leale spiegazione con Lord Granville e anche parmi
opportuno che Ella interessi in questo argomento il Signor Gladstone, il
quale ha tante volte portato con predilezione il suo pensiero sulle
condizioni politiche e sociali dell'Italia e ci ha, da tanti anni, abituati
a contare sulla sua simpatia. Lo scopo che perseguiamo non può che essere
approvato, il sentimento che ci muove è quello di un Governo che vuole
adempiere ai suoi doveri.
I nostri rapporti coll'Inghilterra e la convinzione della solidarietà di
interessi che esiste fra i due Paesi ci consigliano di non agire se non
d'accordo con essa e colla sua morale adesione in quelle contrade dove la
politica inglese ha tanti e tanto potenti interessi. D'altronde non si può
supporre che noi abbiamo l’interesse di fare amministrativamente una razzia
di malviventi e di gettarli a caso su una spiaggia remota. Ella sa che si
tratta per noi di introdurre la deportazione nella scala penale dei nostri
codici e di regolare, col concorso del Parlamento, il piano di uno
stabilimento penitenziario di deportazione, ma regolare e dietro tutti i
suggerimenti della esperienza e della scienza.
Ma prima di tutto questo, bisogna che il Governo possa offrire la
possibilità di trovare un luogo non troppo lontano dalle grandi linee della
navigazione, in condizioni di clima compatibili coll’umanità e colle altre
condizioni richieste.
L'Inghilterra ci potrebbe rendere senza alcun suo sacrificio, un vero
servizio, dandoci prova di buona volontà e prestandoci un certo concorso
morale nel raggiungere il nostro scopo.
La
prego dunque innanzi tutto di chiedere una risposta relativamente al
territorio nord-est di Borneo, risposta che, a quest'ora, non può a meno
d'essere pronta.
In
seguito La prego di accertarsi se noi possiamo contare su qualche buona
disposizione da parte del Governo inglese. è abbastanza nella natura degli
ufficj e delle autorità coloniali d'essere diffidenti alquanto ed esclusive.
Se quest'affare, dunque in ogni circostanza, sèguita le vie burocratiche, si
potrà attendersi sempre a difficoltà e ad ostacoli. Le ragioni, per esempio,
che consigliarono il rifiuto per l'isola di Socotra la quale non pare che
appartenga ora all'Inghilterra, non furono indicate nella lettera
particolare di Lord Granville, e forse se fossero state esaminate non
sarebbero parse sufficienti per motivare un definitivo rifiuto.
La prego, anche a nome del Presidente del Consiglio, di occuparsi colla
maggiore sollecitudine, e col maggiore interesse, di questo affare. è da
molti anni ormai che cerchiamo un angolo di terra, ma col desiderio e
coll'intento di non metterci attraverso delle vedute e degli interessi
inglesi, anzi col desiderio che lo scopo ci fosse agevolato dai consigli e
dall'accordo morale del Governo britannico. Oramai ci preme di uscire dai
dubbii a questo riguardo e di accertarci delle disposizioni reali che
possiamo trovare».
ROMAGNOLI
TRA I BRIGANTI
La stessa
lettera ci informa che il Visconti Venosta, alcuni giorni prima, aveva avuto
un incontro col Ministro d'Inghilterra Sir Bartle Frere, "una delle
persone più competenti nelle questioni della politica inglese nelle colonie
indiane", che si recava a Brindisi all’imbarco per Zanzibar in missione
antischiavitù. Con lui toccò l’argomento dei progetti del governo "italiano"
per la costituzione di una colonia penitenziaria, cioè un campo di
concentramento lontano dagli occhi di tutti in un territorio remoto della
Terra, in particolare nel Borneo.
Apprendiamo, con una certa meraviglia, che anche la Romagna dava grattacapi
politici di non poco conto, se questi venivano equiparati a quelli che
procurava l'ex Regno delle Due Sicilie:
«Spiegai a Sir B. Frere qual’era la nostra situazione. Noi non abbiamo
alcuna volontà né alcuna ragione di metterci ora a fare della politica
coloniale. Anche uno stabilimento di deportazione non sarà forse per
l’Italia un'istituzione permanente. Ma abbiamo in alcune parti d’Italia
alcune piaghe sociali triste retaggio del passato. Queste piaghe vogliamo
guarirle a qualunque costo - è per noi una questione di dovere e di onore
nazionale. Noi non vogliamo transigere con questi disordini e rassegnarci a
fare menage con essi. Abbiamo passato questi anni a fare grandi sforzi per
metterci in misura di far fronte ai nostri impegni finanziari; un sentimento
analogo di dovere ci impone di porre un termine alle condizioni anormali
della Romagna, del Napoletano, della Sicilia, di ristabilire colà una
sicurezza pari a quella delle altre parti di Italia e degli altri paesi
civili d'Europa. Questo dovere, i giornali inglesi ce lo fanno spesso
sentire in un modo certo più sincero che obbligante».
ATTERRITE
QUESTE POPOLAZIONI
Le
sottigliezze diplomatiche del Venosta, le sue false argomentazioni, la sua
finta innocenza, che servono a coprire il suo ruolo odioso di invasore, che
con tutto il suo governo aveva inviluppato il Sud in un immenso grumo di
sofferenza e di sangue, non devono trarre in inganno.
Appena due
anni prima un alto ufficiale operante in Calabria in funzione
antibrigantaggio dava ordini lapidari:
"Atterrite
queste popolazioni",
terrore in nulla diverso da quello imposto, già negli anni 1808/1810 sempre
in Calabria dall’accoppiata di criminali di guerra Charles Antoine Manhès e
Pietro Colletta, quest’ultimo lo storico esaltato nei libri di scuola, colà
inviati dall'ambizioso e folle "re" Gioacchino Murat per reprimere le
insorgenze antinapoleoniche. Importante in proposito il carteggio tra il
colonnello Milon, ex ufficiale dell'esercito duosiciliano passato nelle file
del governo di occupazione, e il generale Sacchi di Pavia, carteggio
raccolto con gran diligenza dal professor Eugenio De Simone (Atterrite
queste popolazioni, Editoriale Progetto 2000, Cosenza, 1994).
Il piano
di deportazione del Venosta coincideva quasi alla lettera con quello che il
generale Sacchi di Pavia esplicitava al colonnello Milon in data Agosto 1868
da Catanzaro (pag. 93 del carteggio), segno di perfetta intesa tra militari
e governo :
«Esposi
al Ministero con dettagliata relazione l’opportunità e l'urgenza di adottare
provvedimenti pei numerosi arrestati per ragione di brigantaggio; prevedendo
difficile l'ottenere misure eccezionali che vogliono essere autorizzate dal
Parlamento insistetti nel reclamare un provvedimento di traslocazione ad
altre carceri di un buon numero di detenuti; si verrà così a conseguire il
risultato per noi importante di allontanarli dai loro luoghi natii e così
impressionare le popolazioni».
1862: QUI
COMINCIA L'AVVENTURA…
Circa
"l'angolo di terra" in cui relegare la parte del popolo duosiciliano
riottosa al nuovo ordine e sopravvissuta alle fucilazioni, i documenti da
noi raccolti spaziano dal 1862 al 1873. Il più antico è un telegramma, il n.
640, in francese!, del 17 novembre 1862, inviato dal Ministro piemontese a
Lisbona, Della Minerva, al Ministro degli Esteri, Durando:
«La
pubblicazione d’un dispaccio telegrafico da Parigi in data 6 dove a seguito
lettera da Torino si parla di negoziazioni tra l’Italia e il Portogallo per
cessione isola nell'Oceano, col fine di relegarvi briganti, ha talmente
commosso opinione pubblica e la stampa che il ministero ha già fatto
smentire tale notizia. Penso che per il momento sarebbe meglio sospendere
ogni tentativo se si vuol farne più tardi con successo» (La publication
d'une dépêche télégraphique de Paris du 6 où d'après lettre de Turin on
parle de négociations entre l'Italie et le Portugal pour cession île dans
l'Océan, afin d'y réléguer coquins, a tellement ému opinion publique et la
presse que le ministère a déja fait démentir cette nouvelle. Je pense que
pour le moment il serait mieux suspendre toute démarche si l'on veut en
faire plus tard avec succès)».
(D.D.I., 1a
Serie, Vol. III, 1862).
Guido Po,
uno storico di cose marinare, aggiunge, senza citarne la fonte, che il
Ministero degli Esteri aveva fatto richiesta al Portogallo anche per una
località nel Mozambico o nell’Angola (Il giovane Regno d'Italia alla ricerca
di una colonia oceanica, in Nuova Antologia, fasc. n. 1339, anno 1928, pp.
516/528, affermazione riconfermata dallo stesso nella Rivista di Cultura
Marinara, gennaio-febbraio 1942, pp. 3/13), ma di tale affermazione non s’è
da noi trovato riscontro nei documenti diplomatici.
Quali
considerazioni avevano spinto il governo italiano a rivolgersi, nella
ricerca di un angolo di terra straniera a fini di deportazione, in primo
luogo al Portogallo? La risposta va individuata nel legame parentale
instauratosi nel mese di luglio di quell’anno 1862 in seguito all'avvenuto
matrimonio tra la figlia del Savoia II, Maria Pia, e Luigi I di Braganza, Re
di quel Regno da appena un anno. Il sire savoiardo e il suo entourage
governativo volevano evidentemente trarre profitto da quella alleanza
dinastica per trasformarla in un’alleanza di malaffare dai contorni abietti,
malaffare che suscitò però ripugnanza e indignazione nel popolo portoghese.
L’accorto sovrano non volle rendere il suo popolo e se stesso complici di un
crimine che la storia avrebbe giudicato severamente.
UNO
SCIENZIATO PAZZO AL GOVERNO
Il
progetto di una colonia di deportazione di Duosiciliani fu ripreso nel 1867
dall'allora Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri, Luigi Federico
Menabrea, savoiardo di Chambery. Questi in data 30 novembre rivolgeva al
Ministro a Londra, Emanuele D'Azeglio, la seguente nota il cui contenuto
doveva rimanere segreto:
«Vengo
a farvi carico di una comunicazione particolarmente delicata e segreta. Da
molto tempo il Governo cerca un luogo di deportazione per i condannati.
Informazioni recenti ci indicano come molto adatta a tale scopo una regione
situata sulla costa del Mar Rosso presso il paese dei Galla [Eritrea, ndr]
in contiguità dell’Abissinia e che attualmente, per la verità, non
appartiene ad alcun sovrano. Noi vorremmo occuparla; ma prima di
intraprendere alcunché, sarebbe essenziale essere certi che da parte
dell'Inghilterra non ci sarebbe opposizione. Vi prego dunque di sondare
l’opinione di Lord Stanley [Ministro degli Esteri britannico, ndr] su questo
argomento. Fate valere questa ragione: che il paese in questione da noi non
viene occupato, lo sarà probabilmente da parte della Francia che certamente
si affretterebbe a piantarvi la sua bandiera dopo l'apertura dell’istmo di
Suez e potrebbe così creare difficoltà all’Inghilterra. Del resto questo
desiderio, da parte nostra, non è affatto il risultato di una politica di
conquista che non è nelle nostre mire, ma un bisogno di sicurezza interna di
cui l’Italia non potrà gioire finché non ci sarà un luogo remoto per
trasportarvi i numerosi criminali che affollano le sue prigioni. Noi
contiamo sulla buona volontà che, a tutt’oggi, l'Inghilterra ha dimostrato
verso l'Italia perché essa, l'Inghilterra, non sia un ostacolo ai nostri
progetti»
(D.D.I., 1a
Serie, Vol.
IX, n. 631) (Je vais vous charger d'une communication particulièrement
délicate et secrète. Depuis longtemps le Gouvernement cherche un lieu de
déportation pour les condamnés. Des renseignements récents indiquent comme
très adaptée à ce but une région située sur le bord de la Mer Rouge près du
pays des Gallas en contiguité de l'Abyssinie et qui, actuellement
n'appartient réellement à aucun souverain.
Nous
voudrions l'occuper: mais avant de rien entreprendre, il serait essentiel
d'être assuré que de la part de l'Angleterre il n'y aurait pas d'opposition.
Je vous prie donc de sonder l'opinion de lord Stanley à ce sujet. Faites
valoir cette raison que le pays en question n'est pas occupé par nous, et il
le sera probablement par la France, qui certainement s'empresserait d'y
planter son drapeau après l'ouverture de l'isthme de Suez et pourrait ainsi
créer des embarras à l'Angleterre. Du reste ce désir de notre part n'est
point le rèsultat d'une politique de conquête qui n'est nullement dans nos
vues, mais un besoin de sécurité intérieure dont l'Italie ne pourra jouir
tant qu'elle n'aura pas un lieu éloigné pour y transporter les nombreux
criminels qui encombrent ses prisons. Nous comptons sur le bon vouloir que
l'Angleterre a toujours démonstré envers l'Italie pour qu'elle ne soit pas
un obstacle à nos projets).
LA
PRUDENZA INGLESE
Il
Ministro a Londra D’Azeglio, contrariamente alla storica burocratica
lentezza tutta italica, rispose con inusitata rapidità, due giorni dopo, 2
dicembre 1867 ore 16,50, con telegramma n. 875 (D.D.I., 1a Serie, Vol. IX,
n. 643):
«Circa
la deportazione, Stanley non ha detto né sì né no, e non è sembrato affatto
troppo contrario. S’è riservato di dare una risposta; ma egli desidera che
il progetto sia differito, in ogni caso, a dopo la guerra dell'Abissinia,
altrimenti questo farebbe nascere delle complicazioni sollevando i nativi
contro gli europei. Gli ho detto di ricordarsi della Francia» (Stanley n’a
dit ni oui ni non quant à la déportation et il n'a point paru trop
contraire. Il s'est réservé de donner réponse; mais il désire que le projet
en tout cas soit differé après la guerre de l'Abyssinie, sinon cela ferait
naître des complications en soulevant les naturels contre les européens. Je
lui ai dit de se souvenir de la France).
LA
PATAGONIA ARGENTINA
Il
Menabrea, uno dei carnefici di Gaeta, prototipo degli scienziati criminali -
esperto di balistica, aveva diretto, nel 1860, i cannoni contro la fortezza
e soprattutto contro l'ospedale - non demorde dal progetto, decide di
battere strade al di fuori dell'influenza o presenza inglese. Dall’Africa
orientale all'America meridionale, obiettivo la Patagonia, estremo limite
meridionale dell'aspro cono argentino, un territorio all'apparenza terra di
nessuno.
Circa un
anno dopo infatti, in data 16 settembre 1868, sempre da Firenze, affida un
dispaccio riservato (D.D.I., 1a Serie, Vol. X, n. 523) al Ministro Della
Croce in partenza per Buenos Aires, documento stilato stavolta in italiano,
ché dopo 4 anni di soggiorno in Toscana aveva cominciato a masticare un po'
di dantesco idioma:
«Fra
gli interessi gravissimi ai quali il Governo del Re deve porgere ogni sua
cura, tiene un luogo distinto quello che si riferisce all'efficacia dei
sistemi punitivi onde migliorare la condizione morale del nostro paese. La
S.V. non ignora certamente in quali tristi condizioni queste versano in
alcune parti d'Italia, ed Ella ben conosce come più volte già il Governo del
Re abbia dato opera a ricercare se, col mezzo di stabilimenti penali in
lontane contrade e colla deportazione dei rei, non raggiungerebbesi quel
miglioramento che, nelle condizioni presenti, è pressoché impossibile
ottenere col sistema in vigore della reclusione e dei bagni.
In
tempi addietro furono fatti studi per fondare uno stabilimento di simil
natura nelle regioni dell'America del Sud e più particolarmente in quelle
bagnate dal Rio Negro che i geografi indicano come limite fra i territori
dell'Argentina e le regioni deserte della Patagonia. Quel progetto benché
sia rimasto allo stadio di semplice studio preparatorio, potrebbe forse
utilmente essere coltivato quando difficoltà d'indole politica non venissero
ad attraversarlo. Epperò il Governo del Re vorrebbe che la S.V., assunte
quelle informazioni che Le sarà agevole procurarsi al suo giungere in Buenos
Aires, subito si adoperasse a scandagliare le disposizioni del Governo della
Repubblica Argentina per ciò che potrebbe riguardare l'effettuazione da
parte nostra del progetto sovra indicato. Le terre che da noi si potrebbero
occupare a quest’effetto sarebbero scelte tra quelle interamente disabitate
e sulle quali non si estende la sovranità effettiva di alcun Stato. Limitata
allo scopo poc’anzi accennato, l'occupazione territoriale non avrebbe in
vista lo stabilimento di una vasta colonia destinata ad acquistare una
importanza politica: quindi è che come assolutamente prive di fondamento si
dovrebbero ritenere le apprensioni che da quel nostro progetto potrebbero
sorgere nelle repubbliche meridionali dell'America. Noi facciamo
assegnamento particolare sulla sagacità della S.V. per tutto ciò che può
agevolare il compimento di un disegno che, ove potesse attuarsi, riuscirebbe
di molto vantaggioso al nostro paese.
Ella
vorrà pertanto, appena avrà raccolto le necessarie indicazioni, riferire al
R..Governo il risultamento delle di Lei investigazioni».
RIFIUTO
DELL’ARGENTINA
Giunto in
Argentina, il Ministro Della Croce, espletate le indagini di rito, in data
10 dicembre 1868 risponde con un lettera riservata, il cui contenuto non
lascia dubbi in proposito: il progetto era destinato a naufragare perché il
Ministro degli Esteri di quel paese aveva lasciato "chiaramente
intendere" che il suo Governo vantava "diritti chiari e
incontestabili" sul territorio patagonico e pertanto non avrebbe mai
acconsentito allo stabilimento di una colonia straniera di deportazione su
una terra che esso considerava sua a tutti gli effetti anche se sussisteva
contesa col governo del Cile che a sua volta accampava diritti di sovranità
territoriale:
«Appena
giunto a Buenos Aires mi sono immediatamente occupato della quistione che
formava l'oggetto del dispaccio riservato dell'E.V. … Non ebbi difficoltà a
conoscere che la Repubblica Argentina ha preteso in ogni tempo e pretende
tuttora ad un assoluto diritto di neutralità sulle terre tutte di Patagonia
al di là e al di qua dello stretto di Magellano. Ho pure saputo che alla
foce del Rio Negro indicata da V.E. la sovranità di fatto della Repubblica è
incontestabile esistendo colà al luogo appunto ove sorgeva l'antica missione
del Carmen, un forte occupato da soldati argentini. Dopo questi ragguagli
poca speranza mi rimaneva che ai disegni del governo Italiano potessero
essere favorevoli gli animi di questi Governanti tanto suscettivi per ciò
che si riferisce ai veri o pretesi loro diritti di sovranità. Non di meno ne
parlai jeri al Ministro degli Affari Esteri. Questi mi confermò quanto ebbi
l'onore di esporre più sopra aggiungendomi che i diritti della
Confederazione sulla Patagonia e sullo stretto di Magellano erano chiari e
incontestabili, che il Governo Argentino aveva è vero una quistione pendente
a questo riguardo colla Repubblica del Chili la quale aveva da varii anni
fondato una colonia nello stretto summentovato, ma che egli non dubitava
menomamente che sottoposto il litigio a qualsiasi arbitro la Repubblica
Argentina ne uscirebbe vincitrice; che quanto al possesso o dominio di fatto
la Repubblica intendeva di estenderlo ogni giorno maggiormente per
respingere sempre più le tribù indiane e mettere un termine alle loro
incursioni, che a tale oggetto in questi giorni stessi si dovevano occupare
nuovi punti verso il Sud. Sulla proposta poi del Governo Italiano che io gli
feci in via di semplice e privata conversazione egli riservossi di
conferirne col Presidente ma mi lasciò chiaramente intendere che il Governo
Argentino non vi avrebbe aderito».
TERRORE
NELLE CALABRIE
Intanto
negli stessi mesi il colonnello di Stato Maggiore Bernardino Milon ex alto
ufficiale delle Due Sicilie divenuto camerata del generale Presidente
Menabrea, in perfetta consonanza di intenti col governo "italiano" composto,
come visto, da uomini "virtuosi" secondo le oblique vedute del Croce,
spargeva terrore nelle Calabrie e ne riferiva al suo superiore generale
Sacchi nei termini seguenti:
"il mio
arrivo qui ha prodotto terrore, e difatti ieri a notte in Sorbo quasi tutti
gli abitanti dormirono in campagna per tema di essere da me arrestati"
(Eugenio De
Simone, ibidem, pag. 111),
arresti a cui seguiva inesorabilmente, per tentata fuga, la fucilazione.
Merita di essere qui riprodotto un manifesto terroristico di codesto
colonnello, traditore del suo popolo:
COMANDO
DELLA ZONA MILITARE DELLE CALABRIE CITRA ED ULTRA 2a
"L'attuale stagione permettendo di attuare altre misure per la totale
distruzione del brigantaggio, questo Comando determina quanto appresso:
1° -
Tutte le mandrie, di qualunque specie esse siano, dovranno essere al più
presto concentrate;
2° -
Tale concentramento dovrà essere per contrade;
3° - I
posti armati delle varie mandrie, della medesima contrada, saranno tutti
riuniti in punto centrale, intorno al quale sarà solo permesso di tenere i
pagliai;
4° -
Nelle ore del giorno le mandrie potranno liberamente pascolare entro il
terreno della rispettiva contrada, ed è severamente proibito ai Mandriani,
foresi o qualsiasi persona, che le custodiscono, di asportare seco, nelle
ore del pascolo, pane od altri generi di vittitazione, dovendo tali generi
essere custoditi presso il posto armato centrale, ove è solo permesso di
consumarli. I posti armati saranno direttamente responsabili di ogni
contravvenzione a tali disposizioni.
I
Signori comandanti degli scompartimenti, Distaccamenti, RR. Carabinieri e
Guardie Nazionali sorveglieranno per lo esatto adempimento delle suaccennate
determinazioni, e questo comando punirà con inflessibile rigore tutti coloro
che non vi si conformeranno strettamente.
Rossano, 30 Dicembre 1868.
Il
Luogotenente Colonnello Comandante B. MILON.
Erano gli
stessi metodi terroristici che, esattamente sessanta anni prima, aveva
inaugurato il Gauleiter di Napoleone, "re" Gioacchino Murat, nelle varie
regioni del Reame, in particolare in Calabria, per mezzo del Manhès, per
domare i tenaci insorgenti antifrancesi, già allora bollati come briganti
(P. Colletta, Storia del Reame di Napoli, 7, XXVII) sì da far esclamare al
Colletta, che gli teneva degnamente la mano:
"Non vorrei
essere stato il generale Manhès, e non vorrei che il generale Manhès non
fosse stato nel regno negli anni 9 e 10".
Sicché fu,
allora, sacrosanta vendetta della Calabria la fucilazione del tiranno
giacobino a Pizzo, non volgare tradimento, come, con scarsa anima storica,
vuole il magistrato Pietro D'Amico nel suo recente libro apologetico "Il
re Gioacchino Murat" edito dalla casa editrice Monteleone di Vibo
Valentia. Il D'Amico, nel poscritto al libro, ha perfino l'audacia di
invitare la cittadinanza di Pizzo ad un atto di pubblica "resipiscenza",
elevare cioè un monumento al Murat, nella stessa piazza che lo vide, secondo
codesto autore, "martire ed eroe"! (La Gazzetta del Sud, 3.5. 2002, pag. 10)
TUNISIA:
DEPORTIAMONE DIECIMILA
Lo stesso
mese di dicembre 1868, da Firenze, il generale Presidente e Ministro degli
Esteri Menabrea, sempre per il fine della costituzione di una colonia di
deportazione in una terra remota, invia un dispaccio circostanziato
all'Agente e Console Generale a Tunisi, Pinna. Viene concretizzato per la
prima volta il numero di prigionieri duosiciliani, altissimo, da deportare:
almeno diecimila. Nessun "tirannico" governo preunitario si era mai
infangato in tal maniera:
«Il
governo del Re desidererebbe che la S.V. studiasse se vi sia modo di
stabilire sul territorio della Tunisia una colonia penitenziaria italiana.
Le
condizioni che sarebbero richieste per fondare uno stabilimento di tal fatta
sarebbero le seguenti:
1°
trovare un territorio nelle condizioni volute di salubrità, fertilità ecc.,
il quale sia separato dalla costa abitata almeno di tanta estensione di
deserto, quanta è necessaria perché uno o più viandanti non possano
traversarla, se non organizzati in carovana.
Il
territorio dovrebbe essere capace di almeno diecimila coloni.
2°
ottenere dal Governo tunisino la Concessione per poter colonizzare quel
territorio. La proprietà del medesimo dovrebbe essere ceduta al Governo
Italiano mentre invece la sovranità rimarrebbe al Bey sufficiente alla
tutela delle autorità che il Governo del Re invierebbe per esercitarvi la
giurisdizione penale e civile sovra i suoi sudditi, ed ottenere inoltre che
il Bardo consenta al governo del Re la facoltà di applicare le leggi penali
del regno nella località sovrindicata.
3°
entrare col Governo Tunisino in accordi per tutto quanto riguarda le
particolari questioni riflettenti il transito dei coloni, la loro forzata
dimora, i rapporti dei coloni stessi cogl’abitanti della reggenza, lo
stabilimento di un’autorità tunisina nel territorio che si vorrebbe
colonizzare ecc. Sembra che la presenza di un’autorità tunisina, almeno da
principio, allontanerebbe il sospetto che in questo negoziato, che
d’altronde vuol essere tenuto segretissimo, si asconda una cessione formale
di territorio all’Italia.
4°
ottenere dal Governo di Tunisi la facoltà di creare nella località prescelta
un corpo di guardie
Fatte
che Ella avrà le indagini necessarie, e prese le preliminari informazioni
sulle disposizioni che si incontrerebbero, la prego Signor Commendatore, di
volermi riferire l'esito delle pratiche ch'Ella avrà fatte» (D.D.I., 1a
Serie, Vol. X).
IL BEY NON
CI STA
Evidentemente la risposta del Bey era stata negativa, dato che il tema della
deportazione "con ineluttabile necessità" veniva ereditato da un
altro Ministero, quello del Lanza, in cui figurava come Ministro degli
Esteri il Visconti Venosta, le cui parole hanno formato l’inizio della
presente esposizione.
Ma, ancora
nel 1868, 10 agosto, in piena estate, prima che le mire del generale
Presidente Menabrea si volgessero verso la Tunisia, altra idea - inviare una
nave in esplorazione per il mondo - aveva preso corpo nella mente del
diabolico savoiardo, ossessionato da furore antibrigantesco. Si era ormai
convinto che i governi stranieri non avrebbero mai ceduto una fetta di
territorio per quel fine abietto.
LO ZAMPINO
DELLA MARINA
A tal fine
si rivolge al Ministro della Marina, August Antoine Riboty, originario di
Puget-Théniers, nel dipartimento di Nizza (Ufficio
Storico Marina Militare, lettera riservata, n. 457):
«Oggetto: colonia penitenziaria. è gran tempo che il Governo del Re riflette
ai vantaggi che molti fra i rami della Pubblica Amministrazione, e
segnatamente quello della punitiva giustizia, risentirebbero dalla
possessione di un territorio oltremare, situato a ragguardevole distanza
dalla madre patria, ove possa aver sede sicura e salubre una colonia
penitenziaria. Né andrà molto che siffatto possesso diverrà pur anche un
bisogno assoluto, quando cioè fosse introdotto il nuovo codice penale
italiano, di cui già conoscesi il progetto, essendo in esso stabilita qual
pena principale la deportazione.
Gli
sforzi fatti insino ad ora per scegliere una località conveniente
all'oggetto indicato non riuscirono ad utile effetto. Il Ministero degli
Affari Esteri che si occupò principalmente di questa bisogna, pose, in più
d’una circostanza, lo sguardo sopra diversi punti dell'uno o dell'altro
emisfero, ma senza alcun frutto fin qui perché considerazioni politiche od
altre di varia natura posero ostacolo all’attuazione dei concetti ideati
prima d’ora a questo riguardo.
E’ però
necessario che si ponga mano, quanto più presto sarà possibile, al
compimento di un tale disegno. A questo scopo il provvedimento più
vantaggioso ad essere prescelto, sarebbe quello di un viaggio di speciale
esplorazione, intrapreso da una nave della R. Marina, al cui comandante
fossero impartite particolari istruzioni riflettenti l'oggetto, compilate di
comune accordo fra i vari dicasteri più particolarmente interessati in
quell'argomento.
Il
sottoscritto crede suo debito di chiamare su questo punto tutta l’attenzione
del Ministero della Marina. Egli è persuaso di non aver d'uopo di ricorre a
più estese argomentazioni in proposito, per trasfondere in esso il
convincimento della necessità dell’indicata spedizione, e quindi dei
concerti per ottenere che in tempo prossimo possa tradursi efficacemente in
realtà. Starà quindi aspettando le comunicazioni che il Ministero della
Marina vorrà essere compiacente di fargli a tale riguardo, assicurandogli
dal canto suo tutto il concorso che possa essere in grado di prestargli».
LA REGIA
MARINA NON HA LA FLOTTA
Sennonché
la Regia "Italiana" Marina, dopo la sonora batosta portata a casa da Lissa
nel 1866, 20 di luglio, per merito del Persano, esisteva quasi solamente
sulla carta. Là infatti il fior fiore del naviglio da guerra era stato
affondato dall'Ammiraglio dell'Impero danubiano Wilhelm Tegetthoff che già
due anni prima aveva dimostrato la sua grande perizia strategica
distruggendo la flotta danese nel Kattegat.
Sfortuna
per il Menabrea volle che egli inviasse la sua nota al Riboty in ritardo
rispetto alla partenza di una nave, la pirocorvetta Principessa Clotilde, di
2182 tonnellate, a vela e a vapore, lunga 66 m, dotata di 20 cannoni calibro
16, impostata da appena due anni (1866) in un cantiere di Genova dopo un
lavoro di ben 5 anni, essendo stata impostata nel 1861, con quali soldi
pagata non sappiamo o forse li sospettiamo. Due giorni dopo l’invio della
richiesta, al Menabrea perviene fulminea, deludente, la risposta del Riboty
(U.S.M.M.,
lett. n. 32300/2792).
Egli è:
«oltremodo dispiacente che le condizioni del bilancio della Marina gli
vietino in modo assoluto di destinare una nave appositamente per la
spedizione di cui è caso.
Come è
noto a codesto Ministero se gli avvenimenti ultimi del Giappone non avessero
influito a dar ordine alla Principessa Clotilde di recarsi direttamente in
quella contrada, al Comandante di tale R. Legno dovean darsi istruzioni nel
senso che ponesse ogni cura alla ricerca di un sito per stabilirvi una
colonia penitenziaria.
Se
pertanto codesto Ministero crede che fra qualche tempo la presenza della
Principessa Clotilde nelle acque del Giappone non sarà più necessaria alla
protezione degli interessi nazionali, lo scrivente nel far proseguire al
detto R. Legno il viaggio ch’era in progetto, sarà ben lieto di dargli
istruzioni nel senso che in seguito ad accordo fra i vari dicasteri sarà
stabilito per lo scopo che fanno oggetto della nota a cui si risponde».
Il dialogo
tra i due Ministeri continua. Il generale Presidente del Consiglio e
Ministro degli Esteri Menabrea, tenace fucilatore di Meridionali, con
successiva lettera avente sempre per oggetto una colonia penitenziaria
(U.S.M.M., 21
settembre 1868, prot. 490),
preso atto delle condizioni del risicato bilancio della Marina, non è in
grado di fornire una previsione circa il termine del viaggio di quella
pirocorvetta nelle acque del Giappone perché:
«... la
presenza di una forza navale italiana nell'Estremo Oriente, desiderata
vivamente anche in addietro, ed oggidì resasi indispensabile ed urgente, può
considerarsi siccome stabilmente necessaria anche per l’avvenire, affinché
il prestigio del vessillo nazionale ed il sicuro sviluppo del nostro
commercio con quelle regioni, possano rimanere inviolati.
In
vista di ciò ed in presenza dell’altro bisogno, pur rispettabile ed urgente,
di cui è parola, la R. Amministrazione non potrebbe certamente esimersi dal
fare in modo che si provegga ad entrambi quei fini senza reciproco danno, e
possibilmente senza troppo ritardo per quanto riflette il nuovo proposto
viaggio di esplorazione.
Al
sottoscritto parrebbe che la soluzione più semplice di questo oggetto, possa
trovarsi nel disporre in anticipazione una nave che vada a surrogare a suo
tempo al Giappone la Principessa Clotilde, alla quale sarà pur necessario
dare presto o tardi lo scambio, e nell’affidare in parte alla nave medesima
nel recarsi a quella volta, ed in parte alla Principessa Clotilde nel
ritornarsene, l’incarico di eseguire le ricerche che ora interessa di
condurre ad effetto.
Lo
scrivente saprà grado [sic] al Ministero della Marina di fargli conoscere il
proprio avviso a questo riguardo, indicandogli l'epoca in cui possa, nel
caso, effettuarsi il divisato progetto, affinché vengano presi in tempo i
necessari accordi circa l’importante missione di cui si tratta».
IL
PARLAMENTO NON DEVE SAPERE
Tre
giorni, dopo 24 settembre, perviene sollecita la risposta del Riboty
(prot.
37410/3260):
la pirocorvetta dovrà rimanere nelle acque dell'estremo Oriente fin verso la
fine del 1870 e per il 1869
"non fu
portata sul bilancio la spesa d’una nave che vada a surrogare la medesima…
dovendo per regola le navi stazionarie all’estero rimanere assenti almeno 3
anni, come usasi da tutte le nazioni marittime…e qualora si voglia eseguire
[il viaggio di esplorazione] bisognerà chiedere un fondo suppletivo per
questa missione al Parlamento, ma adottando questa proposta [il Ministero
della Marina] prevede le difficoltà cui si avrebbero ad affrontare se mai la
delicata quistione venisse ventilata nella Camera, che stima superfluo di
enunciare a codesto Ministero".
La pulce
messa nell'orecchio dal Riboty circa la "delicata quistione" induce
il Menabrea a rifarsi vivo
(U.S.M.M., 7
ottobre 1868, lettera riservata prot. 529).
Egli è:
«dolente…di scorgere come le condizioni del proprio bilancio e le norme
adottate riguardo alle stazioni navali all'estero, gli impongano di
rimandare sin verso la fine dell'anno 1870 il provvedimento proposto per la
ricerca di una località adatta alla creazione tanto necessaria di una
colonia penitenziaria italiana. Lo scrivente ammette senza difficoltà che la
richiesta di fondi speciali al Parlamento per l'oggetto in discorso,
presenterebbe gravi inconvenienti e pertanto, nell’impossibilità, a quanto
sembra, di trovare pel momento un mezzo di esecuzione di quel progetto, deve
suo malgrado limitarsi a raccomandare vivamente al Ministero della Marina di
tenersi presente il progetto medesimo pel caso in cui si verifichi qualche
straordinaria spedizione di navi in epoca per avventura più vicina a quella
della normale surrogazione dell'uno o dell'altro dei regi legni stazionarii
all'estero affinché si possa, in termine fattibilmente poco lontano,
provvedere all'urgente bisogno di cui è parola».
SI RIPROVA
NEL BORNEO
Dopo aver
tentato a più riprese, collezionando smacchi diplomatici, di ottenere
un’isola portoghese del Pacifico, o un lembo di Mozambico o di Angola,
l’isola di Socotra nell'Oceano Indiano, un angolo di costa dell’Eritrea sul
Mar Rosso, un fazzoletto di terra nella sperduta Patagonia, un po’ di sabbia
del deserto tunisino, l’occhio del Ministro degli Esteri si volge ancora al
Pacifico, per la precisione a un’isola dei Sette Mari: Borneo.
Gliene dà
il destro la notizia che la pirocorvetta "Principessa Clotilde" si
trova da quelle parti. Il 6 di gennaio 1869 quindi nuova iniziativa: il
Menabrea, sempre ossessionato da patologia antimeridionale, decide di
scrivere direttamente al comandante di quella nave, il capitano di fregata
Carlo Alberto Racchia, torinese, futuro Senatore del Regno d'Italia
(1/11/1892) e Ministro Segretario di Stato della Regia Marina (1892/1893),
ma ne dà previa comunicazione al Riboty (U.S.M.M.,
prot. 14, Reg. Giappone)
nei termini seguenti:
«…L’importanza dell'argomento segnatamente per ciò che concerne la
possibilità di formare uno stabilimento sulle coste di Borneo ha deciso il
sottoscritto di scrivere direttamente al Comandante della Piro-corvetta
"Principessa Clotilde" per avere dal medesimo una relazione ragguagliata
delle condizioni del paese dove si potrebbe impiantare quello stabilimento.
Sin d’ora, ed anche soltanto dietro le informazioni avute sembra che il R.
governo dovrebbe frapporre il minor indugio possibile ad inviare a Borneo un
legno della R. Marina per esaminare minutamente ogni cosa ed anche per
entrare in trattative positive e concrete per l’acquisto del territorio che
ci è necessario per lo stabilimento che è in animo del R. Governo di
fondare.
Se
l’invio di altra nave dello Stato dovesse essere molto ritardato,
converrebbe forse che la "Principessa Clotilde" ricevesse istruzione di
recarsi di nuovo a Borneo allo scopo sopra indicato».
AUMENTA IL
NUMERO DEI PRIGIONIERI
E, senza
frapporre indugio, lo stesso giorno il Menabrea scrive al Comandante Racchia
rivelando, in quelle che sono per noi, pronipoti di eroici Briganti, le
sante reliquie dei documenti, il numero dei prigionieri da deportare, numero
che stavolta sale incredibilmente a quindicimila:
«Dal
Ministero della Marina mi vennero comunicate le osservazioni
interessantissime che Ella ha fatto al suo passaggio a Borneo.
Bramerei che quelle osservazioni fossero da Lei completate ed esposte in una
relazione a questo Ministero circa la facilità che presenterebbe lo
stabilimento di una colonia penitenziaria sulle coste di quell'isola.
Il
rapporto che io Le domando dovrebbe contenere una descrizione della località
che si vorrebbe scegliere e ciò avuto riguardo tanto alle condizioni
geografiche ed idrografiche, alla situazione politica attuale del
territorio, alle sue condizioni economiche ed alle difficoltà che si
dovrebbero vincere per istabilirsi e mantenersi.
Lo
stabilimento che l’Italia vorrebbe fondare dovrebbe essere capace di almeno
dieci o quindicimila deportati e dovrebbe per la fertilità o per altre
produzioni naturali del paese fornire alla numerosa colonia i necessari
mezzi di sussistenza.
Anche
la quistione della salubrità del paese da scegliersi vuol essere tenuta in
conto acciocché la deportazione non divenga pena più grande ed inumana pel
condannato a causa di mortalità deplorevole nei funzionari e nelle truppe
destinate alla custodia dello stabilimento.
Gradisca, Signor Comandante, i sensi della mia distinta considerazione».
E’ IL
TURNO DELLE ISOLE DELLA DANIMARCA
Un mese
dopo, esattamente il 23 febbraio 1869, con lettera "urgente e riservata"
(U.S.M.M., n.
2 del Reg. Danimarca),
il Presidente Menabrea ricontatta il Ministro Riboty comunicandogli che fin
dal 1848 la Danimarca aveva abbandonato le isole Nicobare situate
nell’Oceano Indiano a nord dell'Indonesia di fronte alla penisola di
Malacca. Come al solito anche qui si fece sentire la longa manus della
superpotenza mondiale, la Gran Bretagna, che, come il Menabrea comunica al
collega della Marina,
«malgrado la dichiarazione di abbandono esitò di prendere possesso di quelle
isole e stimò prudente di farsene cedere regolarmente il possesso dal
Gabinetto di Copenaghen… [il quale] aderì a siffatto desiderio, mediante una
dichiarazione del 2 dicembre 1868, non senza osservare, però, che codesta
dichiarazione, fatta dopo una precedente dichiarazione d’abbandono, non
avrebbe potuto pregiudicare il diritto di terzi che nel frattempo si fossero
impossessati delle isole Nicobare come di res derelicta.
Nel
caso, dunque, che le esitazioni della Gran Bretagna si protraggano ancora, e
nel caso soprattutto, che quelle isole fossero giudicate di conveniente e
vantaggioso possesso, nulla osterebbe a che dal R. Governo di procedere
[sic!] alla occupazione.
Epperò
il sottoscritto prega l’Onorevole Collega della Marina di voler considerare
se alla Principessa Clotilde attualmente di Stazione al Giappone, si possa
commettere l’incarico di visitare, nel più breve termine possibile, le isole
Nicobare, e di riferire al R. Governo intorno alla convenienza o meno di
acquistarne col possesso il dominio».
LA
CONFERMA CHE I PRIGIONIERI SONO MIGLIAIA
Trascorso
un altro mese, con scambi epistolari di poco o nessun valore ai fini del
presente scritto, il Menabrea riscrive altra lettera al Ministro della
Marina Riboty
(U.S.M.M., 19
marzo 1869, lett. n. 7 del Reg. Danimarca),
lettera da cui apprendiamo essere molte migliaia i detenuti politici
rinchiusi nelle carceri della penisola :
«…
L’epoca fissata per il viaggio della Piro-corvetta Principessa Clotilde nei
mari della Cina sembra a chi scrive molto lontana per un’esplorazione come
sarebbe quella delle isole Nicobar e delle coste di Borneo ad uno scopo
utile ed urgente quale sarebbe quello di trovare una località dove stabilire
una colonia penitenziaria per le molte migliaia di condannati che popolano
gli stabilimenti carcerari del regno. L'invio di una altra nave forse
sarebbe stato il partito migliore da adottarsi se i fondi stanziati in
bilancio per l’anno corrente lo avessero permesso…
Se però
il Ministero della Marina possedesse qualche suo uffiziale il quale avesse
già visitato i paraggi dove sono situate le isole Nicobar, converrebbe forse
lo interpellasse segretamente sulle vere condizioni di quelle terre e sulla
maggiore o minore probabilità di riuscita che potrebbe avere uno
stabilimento italiano che si volesse fondare in quella regione…»
INTERVENTO
DELL’INGHILTERRA
Ma, quasi
beffa a quel lungo lavorio sotterraneo, di cui il sedicente parlamento
costituzionale italiano era tenuto pervicacemente all'oscuro, le
informazioni, che quel Presidente bramava, erano a portata di mano in un
libro pubblicato dalla Imperiale Marina Austriaca. Risponde infatti il
Ministro della Marina con lettera riservata
(U.S.M.M.,
prot. n. 684 del 23 marzo 1869):
«Non
v'ha alcun uffiziale nel caso di poter fornire al R. Governo dati precisi
sulle isole Nicobar e meno ancora sull’opportunità di stabilirvi o non una
colonia penitenziaria. Cotesto Ministero potrà però rilevarne notizie
dettagliate dal 2° volume del viaggio intorno al Globo eseguito dalla
Fregata austriaca NOVARA negli anni 1857-58-59 a pag. 100 ove la descrizione
politica geografica in delle dette isole è degna di tutta fiducia, per
l’esattezza e l’imparzialità con cui è redatta».
L'obiettivo delle Nicobare di lì a poco venne però a sfumare, perché nello
stesso anno 1869 l'Inghilterra, per l'importanzastrategica di quelle isole
sullo stretto di Malacca, procedette alla loro occupazione, mettendosi così
in grado di controllare tutto il traffico marittimo per la Cina, il
Giappone, l'Indonesia e l'Australia.
ANCHE IN
AUSTRALIA
Intanto il
comandante della "Principessa Clotilde" si moveva con la sua fregata
lungo le coste asiatiche dal Giappone a Bangkok, per sottoscrivere trattati
diplomatici, tra cui uno con la Cina per "meglio regolare l'emigrazione
dei coolies", sulla quale emigrazione, in realtà tratta di schiavi,
tempo prima ci aveva fatto il suo bel gruzzoletto anche colui che la
retorica patriottarda ha trasformato in "eroe dei due mondi".
Ma con
lettera riservata
(U.S.M.M., 28
settembre 1869, prot. 44912/2476)
il Ministro Riboty fa sapere al collega degli Esteri che, adempiute il
comandante Racchia le missioni assegnategli, avrebbe potuto procedere
all'esplorazione a Borneo e fino ad Est dell'Australia:
«…Qualora l'esplorazione a Borneo e isole adiacenti al NE non dasse [sic] il
risultato che si ripromette, l’unica altra zona interessante da esplorarsi
con speranza di successo sarebbe quella all’Est dell'Australia…Urge avere
una risposta poiché si correrebbe il rischio, aspettando, di far trascorrere
nelle acque del Giappone alla "Principessa Clotilde" una parte del prossimo
inverno, stagione preziosissima per recarsi nelle regioni tropicali ed
eseguire la esplorazione di cui è stato incaricato il comandante di quel R.
Legno».
L’affacciarsi sul Pacifico, dove già altri vantavano diritti di
primogenitura, causava però sospetti e scontri diplomatici. L’Oceano
sconfinato era appannaggio dell'Inghilterra, degli Stati Uniti, dell’Olanda,
della Spagna, della Francia: trovare qualche terra non ancora colonizzata
idonea alla deportazione risultava impresa alquanto difficile, se non
impossibile.
Quelle
potenze ravvisavano, nell’intrusione del nuovo venuto, un fastidioso
potenziale concorrente nella spartizione del bottino coloniale, anche se si
presentava, almeno in linea di principio, in veste di agnello alieno da mire
colonialiste. Conferma infatti Sergio Angelini (Il
tentativo italiano per una colonia nel Borneo, 1870-1873, Rivista di Studi
Politici Internazionali, n. 4, ott./dic. 1966, p. 527):
"In
realtà questo motivo della deportazione… non poteva essere considerato… fine
a se stesso ma invece, sull’esempio di altrui esperienze, avrebbe dovuto
significare il primo nucleo di una successiva più vasta espansione
coloniale".
Cosa che si verificherà puntualmente nel 1884 con l'acquisto della baia di
Assab in Eritrea da parte della società di navigazione Rubattino, la stessa
già in precedenza fornitrice della nave Cagliari al Pisacane e di due navi
al Garibaldi per lo sbarco a Marsala.
RIPUGNANZA
INGLESE
Il padrone
primario del Pacifico restava in ogni caso l’Inghilterra, verso cui il
governo italiano si mostrava molto ossequente se non addirittura servile.
Sull’affare di Borneo, il Ministro Cadorna da Londra riferiva, dopo un
incontro con Lord Granville, al Ministro degli Esteri Visconti Venosta in
data 3 gennaio 1872
(D.D.I., 2a
Serie, Vol. III, n. 282):
«…il
Governo Inglese, qualunque ne sia il motivo, non vede molto volontieri il
nostro progetto di occupare una terra nei grandi lontani mari per farvi uno
stabilimento di deportazione. Ma l’opposizione non fu finora per sua parte
aperta, sibbene indiretta, fatta caso per caso, senza ragionamenti e motivi;
soprattutto non fu mai ostensivamente basata sopra considerazioni
politiche…[da] questa lunga conversazione traspare una non celata riluttanza
al nostro progetto, appoggiata a ragioni insussistenti, e non applicabili al
caso, le quali (dette da Lord Granville uomo molto fino, e di molta
intelligenza) danno il diritto di credere, che i veri motivi di questa
riluttanza non si vogliono dire, e che non si vuole perché ragionevolmente
non si può. Ora tutto ciò mi conferma nella presunzione che le difficoltà
non sono nel caso particolare di Borneo, e che nol furono negli altri casi
consimili che l’hanno preceduto; ma che hanno base in una ragione politica
di carattere generale…».
Dal
rapporto emerge infine la parola (ripugnanza) che dà finalmente la misura
della sporca, abietta, operazione che quel Ministro "virtuoso" era
intenzionato a portare a compimento:
“Se questo
contegno di Lord Granville non fosse stato già preceduto da molti fatti che
indicano la ripugnanza dell’intero Governo ai nostri progetti si potrebbe
dubitare se il contegno di Lord Granville in questa circostanza possa
considerarsi proveniente da un partito preso…”.
SOCOTRA
NON SI TOCCA
Il 3
maggio 1872 giunge intanto da Londra al Ministro Visconti Venosta la
risposta negativa dell'Inghilterra circa l'isola di Socotra di cui si è già
detto
(D.D.I., 2a
Serie, Vol. III, n. 496).
Il governo inglese, in previsione dell’apertura del canale di Suez,
predisponeva i picchetti per il dominio del Mar Rosso, dominio che sarà poi
completo con l'acquisizione del pacchetto di azioni del Canale di Suez ad
opera del Ministro Disraeli.
Riferisce
infatti il Ministro Cadorna:
«…
intorno all’eventuale occupazione per parte nostra dell'Isola di Socotra…poiché
essa [la risposta] è sfavorevole è da sperarsi che non sia per essere dello
stesso tenore quella che sto ancora attendendo, e che ho già più volte
sollecitata relativa alla occupazione di una parte della costa dell'Isola di
Borneo. Veramente per quest’ultima non potrebbero esservi gli ostacoli che
hanno potuto ravvisarvi per Socotra la quale si trova sulla nuova linea di
navigazione tra l’Europa e i possedimenti inglesi nelle Indie pel canale di
Suez».
1872: LA
RESISTENZA CONTINUA
Intanto
dal dispaccio 1136/348 datato Londra 11 settembre 1872 inviato
dall'incaricato d'affari Maffei al Venosta apprendiamo
"della
recrudescenza del brigantaggio nelle nostre provincie meridionali"
(D.D.I., 2a
serie, Vol. IV, n. 117)
su cui il
Times aveva pubblicato
"un articolo
di fondo in cui, sebbene si esprima molta simpatia per il Governo Italiano,
tuttavia non gli si risparmiano biasimi per non agire con più energia per
estirpare una piaga così grave”.
Questa
notizia è da tenere nella dovuta considerazione, perché dilata ancora di
qualche anno il limite temporale di opposizione dei Duosiciliani al governo
unitario, normalmente fissato dai cattedratici all'anno 1870.
Sullo
stesso argomento tornava il 10 aprile 1873 il Segretario Generale
all'Interno, Cavallini, in una nota al Venosta
(D.D.I., 2a
Serie, Vol. IV, n. 453):
“Da
qualche mese si diffondono voci con qualche insistenza nella Sicilia e nelle
Calabrie di prossimi movimenti insurrezionali”.
Nel 1873
il Cadorna ha un ultimo incontro con Lord Granville. La lettera che ne
riferisce gli esiti
(D.D.I., 2a
Serie, vol. IV, n. 271)
è della massima importanza storica perché demolisce l'artificiosa,
interessata, suddivisione storiografica in voga che vuole un brigantaggio
politico fino al 1862/63 e un brigantaggio banditesco da quegli anni al
1870.
Dalle
parole di quel Ministro piemontese a Lord Granville emerge in tutta la sua
unicità l'aspetto politico della resistenza duosiciliana, purtroppo acefala,
all'invasore nordista e ai suoi collaborazionisti, iniziata nel 1860. Ne
riportiamo le parti più significative:
«… La
criminalità in Italia è diversissima nelle sue varie parti. Le parti in cui
essa è poco soddisfacente son la Sicilia, il Napoletano, ed alcune province
delle Romagne. Sebbene in questi luoghi siamo immensamente lontani dallo
stato in cui i precedenti Governi ci lasciarono quelle province, quando i
Tristany, ed i Borjés capitanavano bande di 300, e più briganti, pure è
deplorabilmente vero, che lo stato della sicurezza pubblica è lungi
dall'esservi soddisfacente. Noi siamo deliberati di metter fine a qualunque
costo a questo stato anormale, e di fare a tale scopo tutti i possibili
sforzi. Per noi è questa non solo una questione delmassimo interesse,
politica, e quasi sociale, ma è questione di dovere, e di onore…Quale può
essere il rimedio? La pena della morte? No. I gravi reati sono ancora
frequenti. Il numero dei manutengoli che sono la vera base, ed il quartiere
generale dei briganti, e senza la cui distruzione è impossibile la
distruzione del brigantaggio, è assai grande. Piantare il patibolo ad ogni
passo, ad ogni momento è cosa altrettanto impossibile!… Si dovrebbero fare
delle carneficine… solo la deportazione, come pena, può, in Italia, essere
applicata largamente, ed efficacemente; essa soltanto può reprimere la
numerosa classe di manutengoli. I briganti… avvezzi a mettere la vita in
pericolo, resi più feroci dalla stessa lor vita, salgono spesso il patibolo
stoicamente, cinicamente (esempio tristissimo per le popolazioni!). Invece
la fantasia fervida, immaginosa di quelle popolazioni rende ad essi ed alle
loro famiglie terribile la pena della deportazione. In Italia, e massime nel
Mezzodì, ove è grande l'attaccamento alla terra, ed al proprio sangue, il
pensiero di non vedere più mai il suolo natale, la moglie, i figli, di
passare, e di finire la vita in lontano ignoto paese, lontani da tutto, e da
tutti, è pensiero che atterrisce. Non v'ha più né speranza di grazia né di
fuga, né di ajuto esterno. La pena della deportazione è per noi una vera
necessità… Noi non abbiamo alcun pensiero di fare delle colonie; lo scopo
che ci proponiamo è abbastanza giustificato dalle circostanze, perché ci si
possa supporre una volontà che non abbiamo; vogliamo applicare un sistema
penale. Non vogliamo neppure fare delle colonie penali; ma sibbene degli
stabilimenti penali, un penitenziario lontano…l’effetto sui malfattori
italiani, e sulle loro famiglie, e massimo per la parte meridionale
d'Italia, sarebbe grandissimo».
Lord
Granville ascoltò il lungo monologo senza batter ciglio, poi esclamò:
“Non
sarebbe egli meglio portare i malfattori italiani del Sud a scontare la pena
nel Nord dell'Italia…?”.
E il
Cadorna:
“Risposi, che
ciò già si faceva da molto tempo…».
ANCHE
L’OLANDA SI OPPONE
Anche per
l’insediamento nell'isola di Borneo il governo italiano conseguì dunque uno
smacco diplomatico. Al diniego inglese si era sommata anche la tenace
opposizione olandese, dato che l’Olanda ne possedeva quasi tutto il
territorio, ma ne attendeva il riconoscimento britannico proprio in quegli
anni. Il governo italiano però fin dal 1869, in previsione di altri smacchi
diplomatici, aveva deciso di seguire strade non ortodosse per conseguire
l’obiettivo deportazione: affidare a un privato il compito di ricercare una
colonia nelle isole intorno alla Nuova Guinea per deportarvi almeno
ventimila prigionieri (v. Guido Po).
Fu
incaricato un certo Giovanni Emilio Cerruti. Costui aveva firmato una
convenzione col Sultano delle isole Batchiane, a nord della grande isola di
Ceram. Quel Sultano concedeva il diritto di sovranità su alcune di quelle
isole in cambio di un canone annuo in gilders olandesi. Lo stesso risultato
il Cerruti conseguiva col Rajah delle isole Key e coi due Rajah delle Arù.
Ma le ulteriori opposizioni britannica e olandese consigliarono al governo
italiano di desistere definitivamente dall'impiantarsi da quelle parti.
Agli
schizofrenici fucilatori di Duosiciliani non rimaneva dunque che rimandare a
tempi più favorevoli (colonia di Eritrea) il compimento dei loro piani
distruttivi della nazione duosiciliana che, per sopravvivere alle
fucilazioni sommarie, ai lutti, alla pesantissima pressione fiscale, alle
rapine, si era già incamminata sulla strada dell’emigrazione, cioè dell'autodeportazione,
risolvendo così, senza rumore politico, il problema dello scienziato pazzo e
dei suoi "fratelli."
Antonio Pagano
Direttore della rivista Due Sicilie
numero 1, anno 2003, .