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CULTURA

 

 
L'UNITA' D'ITALIA
LE STRAGI DEI SAVOIA.
la verità che non troverete nei libri di storia.

Il 17 marzo la Storia ricorderà l’unità d’Italia. 150 anni dopo ci ritroviamo più divisi che mai, addirittura è in discussione il festeggiamento del fatidico anniversario e tutto ciò mi fa pensare che qualcosa non quadra. Provo a chiarirmi le idee cercando notizie storiche ed informazioni oltre i “libri di testo” scolastici, testimonianze frettolosamente archiviate di coloro che l’unità non l’hanno mai chiesta ma piuttosto subita. Fino al 1860 nel glorioso e vasto regno borbonico di Napoli e delle due Sicilie si costruivano fabbriche, ponti, strade, palazzi, navi, ospedali, scuole, accademie, ospizi, treni e linee ferroviarie (storicamente provato l’arrivo di Garibaldi a Napoli in treno!). La vita nel regno era operosa e frenetica, le condizioni generali discrete e l’Arte considerata un bene primario mai sottovalutato. Ovviamente come dappertutto all’epoca (e ancora oggi), il popolo era costretto al sacrificio ed al lavoro durissimo, i contadini sgobbavano nelle terre dei Baroni in condizioni di povertà ed il divario fra le classi sociali era notevole, l’analfabetismo inoltre aveva fra i meno abbienti un tasso altissimo. Nonostante ciò era un regno ricco e dinamico, la monarchia borbonica non era di tipo parlamentare eppure vanta fra i suoi rappresentanti nessun tiranno bensì amanti della Bellezza e della Concordia. Questo stato antico e florido rappresentava con la sua potente flotta militare e mercantile il colosso del Mediterraneo, ed in quanto tale manco si accorgeva dei minuscoli staterelli (compreso quello dei Savoia) che si arrangiavano a nord dello stato del Vaticano. Nessun suddito del regno di Napoli si sarebbe sognato di chiedere l’unità semplicemente perché una Patria l’avevano sempre avuta, in realtà l’Italia è un’invenzione di monarchie straniere in difficoltà (soprattutto quella dei Savoia) desiderose di mettere le grinfie sulle immense ricchezze del Sud. Lo stivale era stato per millenni solo un luogo geografico (come la padania) mai una nazione, e per questo re Ferdinando prima e re Francesco dopo continuarono ad ignorare i pur evidenti segnali di una congiura internazionale, che finirono per minare la solidità del regno nelle fondamenta. Propaganda massiccia, congiure e promesse convinsero sia le classi più disagiate che quelle ricche ad abbracciare il movimento pro-Italia unita. Una chimera dunque; l’unità nasce dall’inganno, dal tradimento, dall’avidità. Quali pessime premesse! Il regno di Napoli e delle due Sicilie fu in poco tempo sventrato, usurpato, depredato ed il territorio annesso lasciato poi nell’abbandono totale. All’alba dell’unità, per le genti del sud, il nuovo re era ancora uno straniero e nessuno ottenne da lui quel che era stato loro promesso. Ingannato ed impoverito il popolo cominciò una sorta di organizzazione di un proprio Stato (la Mafia) laddove mancava quello legittimo. La storia la scrivono i vincitori, ma credo sia giunto il momento che studiosi e ricercatori di buona volontà ed onestà intellettuale si decidano ad una rilettura del passato, dimostrando una volta e per tutte la dignità, la capacità e la laboriosità di un sud oltraggiato. Non eravamo così come ci hanno ridotti e non era questo che intendevamo per “unica bandiera in unico stato”. Nonostante tutto io pretendo che sia onorato l’anniversario della nostra nazione perché mi sento italiana, ed in quanto tale, mi inchino dinanzi al sangue versato in nome dell’Italia. Tuttavia non voglio più essere schiacciata da un’infamia che non mi appartiene, esigo rispetto e garanzie ed opportunità; chiedo di poter lavorare perché non voglio più vivere di elemosina! Pretendo tutto ciò che meritano i cittadini di uno Stato laico e democratico non ultimo la possibilità di fare il mio dovere sempre. Sempre!

 

 

 

 

Il ricordo della storia e del contributo offerto anche da illustri figli del SUD, legati anche agli ideali massonici, all’idea di nazione unita è un conto, ma la realizzazione concreta dell’unità d’italia e di quegli ideali è tutt’altra cosa. Per quanto riguarda la storia va precisato che la guerra garibaldina proseguita subito dopo l’Unità d’italia con un pesante intervento dello stato, per i crimini bestiali contro uomini, donne della Calabria e del Sud ricorda i peggiori crimini della storia. Fucilazioni di massa, paesi bruciati, stupri di massa delle donne, addirittura tentativo di apartheid in un’isola americana dei prigionieri della guerra. La spedizione garibaldina fu finanziata coi soldi della massoneria francese ed inglese, almeno in parte, ma perché lo stato Italiano costrinse le ricche banche del sud a privarsi dell’oro che avevano per rimpinguare i debiti di guerra e le casse dello stato piene solo di moneta di carta? Perché lo stato italiano decise di abbandonare al suo destino tutte le piccole industrie del Sud, particolarmente quelle di Napoli, e di finanziare coi soldi del regno dei Borboni una nuova industria del nord( che nel 1860 non esisteva?). L’economia del Sud, pur concentrata sull’agricoltura precapitalistica, al 1860 aveva valori di mercato superiori a quelli del Nord Italia. Ebbene, dopo l’ Unità d’Italia il processo s’inverte inesorabilmente. E’ colpa dei meridionali? No, nient’affatto. E’ colpa della politica colonialista dello stato Italiano. Ci sono numerosi lavori storici , spesso ignorati dai libri di scuola, che affrontano in maniera seria l’argomento. La presupposta arretratezza culturale del Sud è un’idiozia. La disorganizzazione amministrativa del Sud è il risultato di una classe politica meridionale che si è venduta, non troviamo altro aggettivo pertinente, all’elemosina ed al servilismo presso i governi romani. Ma il modello amministrativo che funzionava ottimamente nello stato dei Borboni è stato sostituito da un modello francese molto più incline agli interessi localistici. Le colpe, quindi, forse sono da attribuire alle classi dirigenti meridionali che hanno accettato questa politica totalmente sbilanciata contro le loro terre, con l’obiettivo di sopravvivere. Ma il Sud, e la Calabria ne è parte integrante, ha cultura e storia assai più lunghe del Nord, quindi parlare di arretratezza culturale non ha senso storico. Piuttosto bisogna dire che i modelli culturali sono stati imposti al Sud senza valorizzare la sua cultura e le sue risorse. Ma il punto centrale è che il Sud è stato usato dallo stato italiano prima per finanziare l’industria del nord, poi per creare un mercato di consumatori sempre per l’industria del Nord, poi come braccia sempre per l’industria del nord. Si deve aspettare il fascismo per vedere qualche infrastruttura e l’abbozzo di qualche sostegno ad una politica sociale un po’ più equilibrata. E il dopoguerra? Tutto ciò che è stato creato al Sud, in termini di infrastrutture è largamente deficitario rispetto agli standard del Nord e di una società moderna e le nostre terre ne pagano ancora oggi, amaramente le conseguenze. Ma quale stato nazionale può consentire una strada statale, unica via stradale di collegamento, nelle condizioni della SS 106? E la ferrovia a binario unico che assomiglia più ad una diligenza? Qui ci sono due Italie una ben servita, e l’altra dei pezzenti. C’è motivo di festeggiare?

Prof. FABIO MENIN

 
L'INSABBIAMENTO CULTURALE
DELLA  "QUESTIONE MERIDIONALE"

di CARLO COPPOLA

Molti storici in epoca moderna hanno fatto luce sugli eventi che hanno caratterizzato l'unità d'Italia dimostrando, con certezza, che la cultura di "regime" stese, dai primi anni dell'unità, un velo pietoso sulle vicende "risorgimentali" e sul loro reale evolversi.

Tutte le forme d'influenza sulla pubblica opinione furono messe in opera, per impedire che la sconfitta dei Borboni o la rivolta del popolo meridionale si colorasse di toni positivi.

Si cercò di rendere patetica e ridicola la figura di Francesco II - il "Franceschiello" della vulgata – arrivando alla volgarità di far fare dei fotomontaggi della Regina Maria Sofia in pose pornografiche, che furono spediti a tutti i governi d'Europa e a Francesco II stesso, il quale, figlio di una "santa" e allevato dai preti, con ogni probabilità non aveva mai visto sua moglie nuda nemmeno dal vivo. Risultò, in seguito, che i fotomontaggi erano stati eseguiti da una coppia di fotografi di dubbia fama, tali Diotallevi, che confessarono di aver agito su commissione del Comitato Nazionale; la vicenda suscitò scalpore e, benché falsa, servì allo scopo di incrinare la reputazione dei due sovrani in esilio.

La memoria di Re Ferdinando II, padre di Francesco, fu infangata da accuse di brutalità e ferocia: gli fu scritto dal Gladstone – interessatamente - d'essere stato - lui cattolicissimo - "la negazione di Dio".

Soprattutto si minimizzò l'entità della ribellione che infiammava tutto il l'ex Regno di Napoli, riducendolo a "volgare brigantaggio", come si legge nei giornali dell'epoca (giornali, peraltro, pubblicati solo al nord in quanto la libertà di stampa fu abolita al sud fino al 31 dicembre 1865); nasce così la leggenda risorgimentale della "cattiveria" dei Borboni contrapposta alla "bontà" dei piemontesi e dei Savoia che riempirà le pagine dei libri scolastici.

Restano a chiarire le motivazioni che hanno indotto gli ambienti accademici del Regno d'Italia prima, del periodo fascista e della Repubblica poi, a mantenere fin quasi ai giorni nostri, una versione dei fatti così lontana dalla verità.

A mio parere le ragioni sono composite, ma riconducibili ad un concetto che il D'Azeglio enunciò nel secolo scorso "Abbiamo fatto l'Italia, adesso bisogna fare gli Italiani", e possono essere esemplificate nel seguente modo:

a. Il mondo della cultura post-unitaria si adoperò per sradicare dalla coscienza e dalla memoria di quelle popolazioni che dovevano diventare italiane, il modo piratesco e cruentisissimo con il quale l'unità si ottenne, ammantando di leggende "l'eroico" operato dei Garibaldini (che sarebbero stati, nonostante tutto, schiacciati prima o poi dall'esercito borbonico), sminuendo il fatto che la reale conquista del meridione fu ottenuta, in realtà, dall'esercito piemontese, attraverso le vicende della guerra civile - nonostante la formale annessione al Regno di Piemonte - e tacendo, soprattutto, la circostanza che le popolazioni del sud, salvo una minoranza di latifondisti ed intellettuali, non avevano nessuna voglia di essere "liberate" e anzi reagirono violentemente contro coloro i quali, a ragione, erano considerati invasori.
Per contro si diede della deposta monarchia borbone un'immagine traviata e distorta, e del '700 e '800 napoletano la visione, bugiarda, di un periodo sinistro d'oppressione e miseria dal quale le genti del sud si emanciperanno, finalmente, con l'unità, liberate dai garibaldini e dai piemontesi dalla schiavitù dello "straniero".

b. Il Ministero della Pubblica Istruzione e della cultura popolare del periodo fascista, proteso com'era al perseguimento di valori nazionalistici e legato a filo doppio alla dinastia Savoia, non ebbe, per ovvi motivi, nessuna voglia di tipo "revisionista", riconducendo anzi l'origine della nazione al periodo romano e saltando a piè pari un millennio di storia meridionale. Il governo fascista ebbe l'indiscutibile merito di cercare di innescare un meccanismo di recupero economico della realtà meridionale, ma da un punto di vista storico insabbiò ancor di più la questione meridionale, ritenendola inutile e dannosa nell'impianto culturale del regime.

c. La Repubblica Italiana, nel dopoguerra, mantenne intatto, in sostanza, l'impianto di pubblica istruzione del periodo fascista.

La nazione emergeva, non bisogna dimenticarlo, da una guerra civile, nella quale le fazioni in lotta avevano, con la Repubblica di Salò, diviso in due l'Italia, il movimento indipendentista siciliano era in piena agitazione (erano gli anni delle imprese di Salvatore Giuliano), non era certamente il momento di sollevare dubbi sulla veridicità della storia risorgimentale e alimentare così tesi separatiste.

Si è arrivati in questo modo ai giorni nostri, dove ancora adesso, in molti libri scolastici, la storia d'Italia e del meridione in particolare è vergognosamente mistificata.

In campo economico la visione che si dette del Regno delle due Sicilie fu, se possibile, ancora più lontana dalla realtà effettuale.

Il Sud borbonico, come ci riporta Nicola Zitara era: "Un paese strutturato economicamente sulle sue dimensioni. Essendo, a quel tempo, gli scambi con l'estero facilitati dal fatto che nel settore delle produzioni mediterranee il paese meridionale era il piú avanzato al mondo, saggiamente i Borbone avevano scelto di trarre tutto il profitto possibile dai doni elargiti dalla natura e di proteggere la manifattura dalla concorrenza straniera. Il consistente surplus della bilancia commerciale permetteva il finanziamento d'industrie, le quali, erano sufficientemente grandi e diffuse, sebbene ancora non perfette e con una capacità di proiettarsi sul mercato internazionale limitata, come, d'altra parte, tutta l'industria italiana del tempo (e dei successivi cento anni). (...) Il Paese era pago di sé, alieno da ogni forma di espansionismo territoriale e coloniale. La sua evoluzione economica era lenta, ma sicura. Chi reggeva lo Stato era contrario alle scommesse politiche e preferiva misurare la crescita in relazione all'occupazione delle classi popolari. Nel sistema napoletano, la borghesia degli affari non era la classe egemone, a cui gli interessi generali erano ottusamente sacrificati, come nel Regno sardo, ma era una classe al servizio dell'economia nazionale".

In realtà il problema centrale dell'intera vicenda è che nel 1860 l'Italia si fece, ma si fece malissimo. Al di là delle orribili stragi che l'unità apportò, le genti del Sud patiscono ancora ed in maniera evidentissima i guasti di un processo di unificazione politica dell'Italia che fu attuato senza tenere in minimo conto le diversità, le esigenze economiche e le aspirazioni delle popolazioni che venivano aggregate.

La formula del "piemontismo", vale a dire della mera e pedissequa estensione degli ordinamenti giuridici ed economici del Regno di Piemonte all'intero territorio italiano, che fu adottata dal governo, e i provvedimenti "rapina" che si fecero ai danni dell'erario del Regno di Napoli, determinarono un'immediata e disastrosa crisi del sistema sociale ed economico nei territori dell'ex Regno di Napoli e il suo irreversibile collasso.

D'altronde le motivazioni politiche che avevano portato all'unità erano – come sempre accade – in subordine rispetto a quelle economiche.

Se si parte dall'assunto, ampiamente dimostrato, che lo stato finanziario del meridione era ben solido nel 1860, si comprendono meglio i meccanismi che hanno innescato la sua rovina.

Nel quadro della politica liberista impostata da Cavour, il paese meridionale, con i suoi quasi nove milioni di abitanti, con il suo notevole risparmio, con le sue entrate in valuta estera, appariva un boccone prelibato.

L'abnorme debito pubblico dello stato piemontese procurato dalla politica bellicosa ed espansionista del Cavour (tre guerre in dieci anni!) doveva essere risanato e la bramosia della classe borghese piemontese per la quale le guerre si erano fatte (e alla quale il Cavour stesso apparteneva a pieno titolo) doveva essere, in qualche modo, soddisfatta.

Descrivere vicende economiche e legate al mondo delle banche e della finanza, può risultare al lettore, me ne rendo conto, noioso, ma non è possibile comprendere alcune vicende se ne conoscono le intime implicazioni.

Lo stato sabaudo si era dotato di un sistema monetario che prevedeva l'emissione di carta moneta mentre il sistema borbonico emetteva solo monete d'oro e d'argento insieme alle cosiddette "fedi di credito" e alle "polizze notate" alle quali però corrispondeva l'esatto controvalore in oro versato nelle casse del Banco delle Due Sicilie.

Il problema piemontese consisteva nel mancato rispetto della "convertibilità" della propria moneta, vale a dire che per ogni lira di carta piemontese non corrispondeva un equivalente valore in oro versato presso l'istituto bancario emittente, ciò dovuto alla folle politica di spesa per gli armamenti dello stato.

In parole povere la valuta piemontese era carta straccia, mentre quella napolitana era solidissima e convertibile per sua propria natura (una moneta borbonica doveva il suo valore a se stessa in quanto la quantità d'oro o d'argento in essa contenuta aveva valore pressoché uguale a quello nominale).

Quindi cita ancora lo Zitara: "Senza il saccheggio del risparmio storico del paese borbonico, l'Italia sabauda non avrebbe avuto un avvenire. Sulla stessa risorsa faceva assegnamento la Banca Nazionale degli Stati Sardi. La montagna di denaro circolante al Sud avrebbe fornito cinquecento milioni di monete d'oro e d'argento, una massa imponente da destinare a riserva, su cui la banca d'emissione sarda - che in quel momento ne aveva soltanto per cento milioni - avrebbe potuto costruire un castello di cartamoneta bancaria alto tre miliardi. Come il Diavolo, Bombrini, Bastogi e Balduino (titolari e fondatori della banca, che sarebbe poi divenuta Banca d'Italia) non tessevano e non filavano, eppure avevano messo su bottega per vendere lana. Insomma, per i piemontesi, il saccheggio del Sud era l'unica risposta a portata di mano, per tentare di superare i guai in cui s'erano messi".

A seguito dell'occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato le proprie monete per trasformarle in carta moneta così come previsto dall'ordinamento piemontese, poiché in tal modo i banchi avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e avrebbero potuto controllare tutto il mercato finanziario italiano (benché ai due banchi fu consentito di emettere carta moneta ancora per qualche anno). Quell'oro, invece, attraverso apposite manovre passò nelle casse piemontesi.

Tuttavia nella riserva della nuova Banca d'Italia, non risultò esserci tutto l'oro incamerato (si vedano a proposito gli Atti Parlamentari dell'epoca).

Evidentemente parte di questo aveva preso altre vie, che per la maggior parte furono quelle della costituzione e finanziamento di imprese al nord operato da nuove banche del nord che avrebbero investito al nord, ma con gli enormi capitali rastrellati al sud.

Ancora adesso, a ben vedere, il sistema creditizio del meridione risente dell'impostazione che allora si diede. Gli istituti di credito adottano ancora oggi politiche ben diverse fra il nord ed il sud, effettuando la raccolta del risparmio nel meridione e gli investimenti nel settentrione.

Il colpo di grazia all'economia del sud fu dato sommando il debito pubblico piemontese, enorme nel 1859 (lo stato più indebitato d'Europa), all'irrilevante debito pubblico del Regno delle due Sicilie, dotato di un sistema di finanza pubblica che forse rigidamente poco investiva, ma che pochissimo prelevava dalle tasche dei propri sudditi. Il risultato fu che le popolazioni e le imprese del Sud, dovettero sopportare una pressione fiscale enorme, sia per pagare i debiti contratti dal governo Savoia nel periodo preunitario (anche quelli per comprare quei cannoni a canna rigata che permisero la vittoria sull'esercito borbonico), sia i debiti che il governo italiano contrarrà a seguire: esso in una folle corsa all''armamento, caratterizzato da scandali e corruzione, diventò, con i suoi titoli di stato, lo zimbello delle piazze economiche d'Europa.

Scrive ancora lo storico Zitara: "La retorica unitaria, che coprì interessi particolari, non deve trarre in inganno. Le scelte innovative adottate da Cavour, quando furono imposte all'intera Italia, si erano già rivelate fallimentari in Piemonte. A voler insistere su quella strada fu il cinismo politico di Cavour e dei suoi successori, l'uno e gli altri più uomini di banca che veri patrioti. Una modificazione di rotta sarebbe equivalsa a un'autosconfessione. Quando, alle fine, quelle "innovazioni", vennero imposte anche al Sud, ebbero la funzione di un cappio al collo.

Bastò qualche mese perché le articolazioni manifatturiere del paese, che non avevano bisogno di ulteriori allargamenti di mercato per ben funzionare, venissero soffocate.

L'agricoltura, che alimentava il commercio estero, una volta liberata dei vincoli che i Borbone imponevano all'esportazione delle derrate di largo consumo popolare, registrò una crescita smodata e incontrollabile e ci vollero ben venti anni perché i governi sabaudi arrivassero a prostrarla. Da subito, lo Stato unitario fu il peggior nemico che il Sud avesse mai avuto; peggio degli angioini, degli aragonesi, degli spagnoli, degli austriaci, dei francesi, sia i rivoluzionari che gli imperiali".

Per contro una politica di sviluppo, fra mille errori e disastri economici epocali (basti pensare al fallimento della Banca Romana, principale finanziatrice dello stato unitario o allo scandalo Bastogi per l'assegnazione delle commesse ferroviarie), fu attuata solo al Nord mentre il Sud finì per pagare sia le spese della guerra d'annessione, sia i costi divenuti astronomici dell'ammodernamento del settentrione.

Il governo di Torino adottò nei confronti dell'ex Regno di Napoli una politica di mero sfruttamento di tipo "colonialista" tanto da far esclamare al deputato Francesco Noto nella seduta parlamentare del 20 novembre 1861: "Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra come conquista. Il governo di Piemonte vuol trattare le province meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Perú e nel Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala".

La politica dissennatamente liberistica del governo unitario portò, peraltro, la neonata e debolissima economia dell'Italia unita a un crack finanziario.

Le grandi società d'affari francesi ed inglesi fecero invece, attraverso i loro mediatori piemontesi, affari d'oro.

Nel 1866, nonostante il considerevole apporto aureo delle banche del sud, la moneta italiana fu costretta al "corso forzoso" cioè fu considerata dalle piazze finanziarie inconvertibile in oro. Segno inequivocabile di uno stato delle finanze disastroso e di un'inflazione stellare. I titoli di stato italiani arrivarono a valere due terzi del valore nominale, quando quelli emessi dal governo borbonico avevano un rendimento medio del 18%.

Ci vorranno molti decenni perché l'Italia postunitaria, dal punto di vista economico, possa riconquistare una qualche credibilità.

L'odierna arretratezza economica del Meridione è figlia di quelle scelte scellerate e di almeno un cinquantennio di politica economica dissennata e assolutamente dimentica dell'ex Regno di Napoli da parte dello stato unitario.

Si dovrà aspettare il periodo fascista per vedere intrapresa una qualche politica di sviluppo del Meridione con un intervento strutturale sul suo territorio attraverso la costruzione di strade, scuole, acquedotti (quello pugliese su tutti), distillerie ed opifici, la ripresa di una politica di bonifica dei fondi agricoli, il completamento di alcune linee ferroviarie come la Foggia-Capo di Leuca, - iniziata da Ferdinando II di Borbone, dimenticata dai governi sabaudi e finalmente terminata da quello fascista.

Ma il danni e i disastri erano già fatti: una vera economia nel sud non esisteva più e le sue forze più giovani e migliori erano emigrate all'estero.

Nonostante gli interventi negli anni '50 del XX secolo con il piano Marshall (peraltro con nuove sperequazioni tra nord e sud), '60 e '70 con la Cassa per il Mezzogiorno e l'aiuto economico dell'Unione Europea ai giorni nostri, il divario che separa il Sud dal resto d'Italia è ancora notevole.

La popolazione dell'ex Regno di Napoli, falcidiata dagli eccidi del periodo del "brigantaggio", stremata da anni di guerra, di devastazioni e nefandezze d'ogni genere, per sopravvivere, darà vita alla grandiosa emigrazione transoceanica degli ultimi decenni dell''800, che continuerà, con una breve inversione di tendenza nel periodo fascista e una diversificazione delle mete che diventeranno il Belgio, la Germania, la Svizzera, fin quasi ai giorni nostri.

Il Sud pagherà, ancora una volta, con il flusso finanziario generato dal lavoro e dal sacrificio degli emigranti meridionali, lo sviluppo dell'Italia industriale.

Ritengo, in conclusione, che sia un diritto delle gente meridionale riappropriarsi di quel pezzo di storia patria che dopo il 1860 le fu strappato e un dovere del corpo insegnanti dello stato favorire un'analisi storica più oggettiva di quei fatti che tanto peso hanno avuto ed hanno ancora nello sviluppo sociale del Paese, anche attraverso una scelta dei testi scolastici più oculata ed imparziale.

La guerra fra il nord ed il sud d'Italia non si combatte più sui campi di battaglia del Volturno, del Garigliano, sugli spalti di Gaeta o nelle campagne infestate dai "briganti", ma non per questo è meno viva; continua ancora oggi sul terreno di una cultura storica retriva e bugiarda che, alimentando una visione del sud "geneticamente" arretrato, produce un'ulteriore frattura tra due "etnie" che non si sono amate mai.

Il dibattito ancora aperto e vivace sull'ipotesi di una Italia federalista, i toni accesi del Partito della Lega Nord, una certa avversione, subdola ma reale, tra la gente del nord e quella del sud, nonostante il "rimescolamento" dovuto all'emigrazione interna, testimoniano quanto queste problematiche, nate nel 1860, siano ancora attualissime.

Oggi l'unità dello stato, in un periodo dove il progresso passa attraverso enti politico-economici sopranazionali come la Comunità Europea, è certamente un valore da salvaguardare, ma al meridione è dovuta una politica ed una attenzione particolari, una politica legata ai suoi effettivi interessi, che valorizzi le sue enormi risorse e assecondi le sue vocazioni, a parziale indennizzo dei disastri e delle ingiustizie che l'unità vi ha apportato.

L'enorme numero di morti che costò l'annessione, i 23 milioni di emigrati dal meridione dell'ultimo secolo, che hanno sommamente contribuito, a costo di immani sforzi, alla realizzazione di un'Italia moderna e vivibile, meritano quel concreto riconoscimento e quel rispetto che per 140 anni lo Stato, attraverso una cultura storica mendace, gli ha negato e che oggi gli eredi della Nazione Napoletana reclamano
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La politica economico-sociale nel meridione del nuovo stato italiano dopo
la conquista dei territori borbonici. Fu colonialista il regno venuto dal nord?

IL SUD DOPO L'UNITA' D'ITALIA.
UNA STORIA CHE NON FU

di STEFANIA MAFFEO

Una storia che non fu. Un'espressione adatta a definire la storia negata del Sud Italia. Si può affermare che i governi "nordisti" hanno praticato il "colonialismo in casa?" Noi vogliamo andare oltre, scoprire quanto questa politica ha ritardato lo sviluppo del Meridione, il senso più nascosto di questo tema che gli studiosi ed i politici italiani scoprono e denunciano, e poi, subito dopo, dimenticano, rilanciano, per poi tornare a dimenticare.

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Vittorio Emanuele II 1861:
è re dell'Italia unita


L'economia del Sud è stata sempre una forma di pura sopravvivenza, è stata tagliata fuori dai ritmi e dai livelli del mercato comune nazionale ed europeo. È sempre stata convinzione comune che il problema del Sud fosse un problema locale e settoriale, una questione straordinaria e territorialmente circoscritta, come se il Mezzogiorno fosse una riserva indiana. In realtà è un problema centrale di indirizzo, di orientamento politico ed economico fondamentale dello Stato.
Al fine di chiarire i punti citati è necessario un excursus storico della situazione socio - economico - industriale negli ultimi anni del Regno delle Due Sicilie per poi affrontare il tema delle varie politiche economico - sociali dello Stato italiano nel Meridione dopo l'unificazione. I problemi del Mezzogiorno erano quelli della ristrettezza economica, della staticità delle strutture burocratiche e ministeriali, del protezionismo e del fiscalismo, che non agevolarono certo la formazione di vasti ceti imprenditoriali moderni, come anche non permisero di assimilare e tradurre in atto i progetti dei riformatori: caratteristiche che assunsero forme ancora più gravi ed acute quando il confronto si fece con le aree del Nord e con le leggi dello Stato post - unitario. A questo punto il problema dei problemi divenne politico, perché investiva la responsabilità dell'intera classe politica nazionale, i suoi governi ed il Parlamento. Il Sud borbonico era un paese strutturato economicamente sulle sue dimensioni. Essendo, a quel tempo, gli scambi con l'estero facilitati dal fatto che nel settore delle produzioni mediterranee il paese meridionale era il più avanzato al mondo, saggiamente i Borbone avevano scelto di trarre tutto il profitto possibile dai doni elargiti dalla natura e di proteggere la manifattura dalla concorrenza straniera.
Il consistente surplus della bilancia commerciale permetteva il finanziamento di industrie, le quali erano sufficientemente grandi e diffuse. Il sistema economico del Regno delle Due Sicilie era basato, analogamente a quello degli altri Stati italiani, sul settore primario. Il settore agricolo era infatti la fonte più importante e in talune zone l'unica fonte di lavoro e di ricchezza. Il sistema produttivo del Regno delle Due Sicilie era costituito precedentemente da imprese di medie e piccole dimensioni; tra queste svettava per il numero di occupati quella delle costruzioni, seguita da quella tessile e da quella alimentare. L'industria siderurgica e metallurgica era il settore più prestigioso e tali imprese erano specializzate nella fornitura di materiali ferroviari all'esercito ed alla marina militare e mercantile. L'industria tessile si suddivideva tra il comparto della seta, del cotone e della lana. Il sistema tributario, elaborato e supervisionato da Luigi de' Medici, era poggiato principalmente sul connubio tra Imposte Dirette e Imposte Indirette sui consumi; queste ultime fondate quasi esclusivamente sui Dazi. Minore importanza avevano le imposte indirette sui trasferimenti di ricchezza, quali l'imposta di registro e di bollo.
Negli ultimi anni pre-unitari si andò accentuando la tendenza del governo borbonico a favorire la capitale e le zone vicino a scapito del resto del Regno, quasi i due terzi delle spese statali, provinciali e comunali per le opere pubbliche venivano assorbite da Napoli e dalla provincia di Terra di Lavoro. Vi era una sola banca, il Banco delle Due Sicilie per i domini al di qua del Faro, con una sola succursale a Bari. In Campania si concentrarono le linee ferroviarie costruite prima del 1848 (Napoli-Torre Annunziata-Castellamare e Napoli-Caserta-Capua), mentre altre erano in costruzione: la Torre Annunziata-Salerno e la Capua-Ceprano; da non dimenticare che la prima linea ferroviaria è datata 1839 ed è la Napoli-Portici.

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Giuseppe Garibaldi

L'ultimo decennio borbonico si svolge in una capitale assonnata, priva dei suoi figli migliori, dominata dalla polizia regia, non più amata dal sovrano i cui fratelli, compreso il liberaleggiante Leopoldo, non danno esempi di buona vita, imperanti i rancori, i sospetti, le denunzie. Ma le province sono meno inerti e si preparano in gran segreto, i grandi esuli collaborano al piano unitario che Cavour va pazientemente intessendo; altri diffondono il verbo mazziniano.
Nel 1859 muore Ferdinando II e gli succede Francesco II; la favolosa impresa dei Mille conclude il suo iter il 7 settembre 1860, quando Garibaldi entra trionfalmente a Napoli senza colpo ferire, proclamando l'annessione della città al regno sabaudo ed il prossimo plebiscito d'approvazione 1. Dopo un'accanita resistenza di mesi, l'ultimo Borbone si arrende e, nel 1861, lascia per sempre il suo regno. Il 1860 rappresenta per il Mezzogiorno d'Italia uno spartiacque storico. Il vecchio mondo borbonico, con le sue tradizioni e consuetudini, lascia il passo a nuovi uomini e nuove culture. Al di là dell'inevitabile retorica, il passaggio è traumatico. Sulle rovine dell'antico regime si impone uno Stato unitario e centralista, relativamente moderno, ma culturalmente distante dalla realtà del Sud Italia. Nel 1860 la società meridionale viene incorporata in un sistema più ampio, nel quale erano presenti i germi di uno sviluppo capitalistico e di una trasformazione della monarchia amministrativa in un regime liberale - cioè i germi di un "altro" modello di sviluppo - e ciò determina la subordinazione economica e politica del Sud nei confronti delle altre parti d'Italia, anche a causa della <<sistematica e non graduata demolizione di un'immensità di istituzioni, interessi ed amministrazioni>> denunciata dal giurista Pasquale Stanislao Mancini (1817/1888), che aveva prodotto <<una lesione troppo estesa e profonda>>.
Duro il trapasso, duro l'inizio del nuovo regime. Già è difficile assuefarsi di colpo alla libertà, già è difficile osservare i doveri che essa comporta, ma per il Meridione la cosa era più grave, in quanto le libere istituzioni venivano ad applicarsi in un'area e ad un popolo da secoli abituati ad un'amministrazione paternalistica ed autoritaria insieme, al timore ed all'inosservanza delle leggi e dei regolamenti. Intanto le prime elezioni del 1861 videro il trionfo della linea cavouriana ed il progressivo allontanamento dai luoghi decisionali della sinistra costituzionale: si aprì così per il Meridione un periodo di profondi travagli. Sicuramente la rivoluzione industriale nacque in Italia con forti ritardi e condizionamenti. L'economia italiana, infatti, al compimento dell'unità nazionale, era basata su attività agricole di tipo tradizionale. La mancanza di unità politica, la carenza di materie prime, di grandi capitali disponibili per gli investimenti necessari e di adeguate infrastrutture ( rete stradale e ferroviaria, sistema dei trasporti, ecc…) avevano ostacolato il formarsi di un apparato industriale moderno.
L'inizio dello sviluppo industriale italiano toccò solo alcune zone e non conobbe una diffusione uniforme; avvenne soprattutto nei settori tessile ed alimentare, che richiedevano tecnologie non molto avanzate, una forte utilizzazione della forza - lavoro e la possibilità di sfruttare forme di energia naturale come quella idrica. Solo in seguito si svilupperanno altri settori, come quello metallurgico, meccanico e chimico, in seguito alla svolta impressa dall'utilizzo dell'elettricità nel progresso dell'industria. La sua introduzione fu un fattore che rese competitive le nostre fabbriche con quelle degli altri paesi europei. Non possiamo, però, dimenticare che il processo industriale al Nord fu favorito dal sistema delle comunicazioni, che avvicinò ulteriormente il Piemonte, la Lombardia ed il Veneto ai mercati di sbocco. Già negli anni Ottanta del XIX secolo l'intera valle del Po costituiva il polmone dell'industria manifatturiera nazionale e, attorno agli anni Novanta, in Italia del Nord la grande industria meccanica aveva fatto salti da gigante.
Questo balzo in avanti non si spiega ancora senza tenere conto di un altro importante fattore, quello politico, che è rappresentato, nel periodo crispino, dalle finalità dello Stato nazionale, impegnato a conseguire un livello di grande potenza, finalità che non sarebbe stata possibile conseguire senza l'introduzione di una siderurgia pubblica, senza l'incremento delle spese militari e la costruzione di fabbriche d'armi, senza il potenziamento delle infrastrutture, senza il rafforzamento della finanza attraverso la fondazione della Banca Commerciale e del Credito Italiano, per iniziativa delle grandi banche tedesche. Necessariamente anche la composizione del capitale cambiò: quello fisso (le macchine) assunse un peso più decisivo nei nuovi settori della produzione industriale. In breve, all'origine del grande balzo economico del Nord è un complesso di fattori che non sono solo riferibili alle condizioni economiche locali, più o meno favorevoli, ma anche a certe scelte politiche fondamentali, che indubbiamente avvantaggiarono le aree potenzialmente più promettenti e socialmente avanzate, che erano quelle settentrionali del famoso triangolo industriale (Milano - Torino - Genova).

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Giuseppe Garibaldi sbarca a Marsala


Potremmo sintetizzare in questi termini l'arretratezza del Mezzogiorno rispetto all'economia lombarda e piemontese: agricoltura latifondista e piccola proprietà contadina frammentata, commercio agricolo molto scarso e, peraltro, nelle mani di grossi mercanti, che speculavano soprattutto sul grano. Solo alcune zone producevano per il mercato, perlopiù quelle che avevano sbocco al mare. Le zone più interne, sprovviste di un efficiente sistema viario, erano appena in grado di produrre per i propri consumi. Se si confronta il Mezzogiorno con la situazione del Nord, ci si può rendere conto di come, nel caso di quest'ultima, la vicinanza dei mercati centroeuropei abbia facilitato il più rapido progresso dei commerci e l'accumulazione della ricchezza. Sicuramente va anche considerata la politica dei governi borbonici (costantemente in apprensione per lo spettro delle carestie e delle ribellioni del popolo), che si era sempre preoccupata di mantenere basso il prezzo del grano e dei generi alimentari, non favorendo l'esportazione.
Il settore rispetto al quale i governi "unitari" succedutisi dopo l'eliminazione del Regno delle Due Sicilie hanno fatto sentire maggiormente i loro effetti negativi è proprio quello industriale, abbastanza discreto a livello produttivo prima dell'Unificazione. Nella politica economica successiva alla conquista del 1860 manca una strategia capace di rendere più moderni i modi di produzione e di allargare i mercati dei settori artigianali e domestici. Mancano anche interventi finalizzati al mantenimento di quelle condizioni che avevano favorito la localizzazione dei settori dell'industria moderna nel Meridione. I motivi veri dell'enorme divario tra Nord e Sud sono da ricercare in diversi fattori che vanno oltre le affermazioni di Benedetto Croce che ne attribuisce le cause alle strutture istituzionali ed organizzative; oppure di Antonio Gramsci che, comunque, concorda col Croce sulla diversità organizzativa delle città e dei centri urbani nel Nord ed il sistema feudale del Sud. Effettivamente l'Italia unita segnò, in altri termini, il trionfo di una proprietà di "parvenus" emersi in seguito alla lenta erosione giuridica ed al ridimensionamento economico dell'eredità feudale del Medio Evo perseguiti ininterrottamente nelle Due Sicilie dal 1734 in poi.
Si trattava di piccoli borghesi avidi e senza tradizioni cui i governi francesi di occupazione spalancarono le porte nel 1806, con il pretesto delle leggi eversive della feudalità, e che costituirono la quinta colonna su cui poterono fare affidamento i registi che, da Torino, telecomandarono prima la spedizione dei Mille e poi l'invasione piemontese. L'unico scopo di questa classe fu quello di sottrarre la maggiore quantità di prodotti a contadini sempre più declassati ed impoveriti. È stato affermato, non a torto, che questa borghesia rapace ed opportunista, spina nel fianco dei governi borbonici e trionfatrice dopo l'annessione, non gestì la terra, ma organizzò il saccheggio sistematico delle risorse naturali del Sud, impadronendosi delle terre di uso comune. Lo fece attraverso l'oppressione sistematica dei contadini ormai disarticolati e costretti a lavorare di zappa frammenti di terra diversi ogni anno, senza alcuna possibilità di organizzare la propria attività produttiva.
Altre cause di differenziazione vanno ricercate nella morfologia del suolo e del clima, secco, arido e privo di minerali per il Sud; la distanza dai mercati europei, nonché dai luoghi che avevano iniziato la rivoluzione industriale. Queste differenze non fecero altro che accelerare l'evoluzione del Settentrione, a fronte di un forte ritardo del Meridione; si verificò quello che alcuni chiamarono effetto cumulativo del processo di crescita e che portò ad uno sviluppo del tipo "Gesellschaft" ( evoluzione rapporti sociali e propensione al mutamento) al Nord e "Gemeinschaft" ( organizzazione familiare dominata da costumi e tradizioni) al Sud2. Se poi a questo si aggiunge la politica di governo, nel decennio 1878/1887, con l'aumento tariffario che, aumentando i dazi su grano e beni industriali, significò per il Sud la chiusura dei mercati esteri (Francia in particolare), allora ecco che si spiega il fallimento del Meridione. Al Sud non si era verificato alcun processo di sviluppo agrario, anche grazie agli accordi intercorsi tra Cavour e la borghesia terriera meridionale.
Sta di fatto che, dopo il 1861, dopo l'unione forzata in un "grande Stato", di fronte alla spoliazione economica cinicamente progettata dai gruppi di potere che sponsorizzavano il nuovo governo "unitario" di Torino, alle masse popolari del Sud non restò altro che la strada della resistenza armata che gli storici del nuovo regime chiamarono "brigantaggio". Si trattò, in realtà, di una feroce guerra civile durata quasi un quindicennio, che provocò migliaia di morti e decine di migliaia di carcerazioni.

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Una caricatura di Crispi

Nel 1861 Diomede Pantaleone scrisse a Minghetti: << I proprietari sentono che senza di noi ed il nostro esercito sarebbero sgozzati dai briganti>>. Quando questa eroica resistenza fu piegata in un mare di sangue e di inaudite sofferenze, alla sconfitta militare e politica i diseredati meridionali, privati violentemente delle non infondate speranze di sviluppo costruite pazientemente per decenni dai governi delle Due Sicilie, risposero con l'emigrazione di massa, che dette il colpo fondamentale anche per la conseguente crescita di una massa inattiva che viveva sulle rimesse e sui pochissimi lavoratori rimasti.
Tutto questo portò all'enunciazione dell'economista classico-liberal americano G. Hildebrand: << …in mancanza di un drastico intervento dello Stato, il Mezzogiorno era condannato fin dall'inizio; incapace com'era di difendersi, poteva solo tentare di diminuire in qualche modo l'enorme divario che lo separava dal Nord più fortunato>>. Riassumendo, dopo l'Unità d'Italia, la divaricazione fra Nord e Sud era data essenzialmente dalla diversità dei quadri sociali ed economici che, mentre nel Settentrione avevano assunto già una configurazione di tipo capitalistico, nel Meridione si erano fermati ad uno stadio precapitalistico di tipo feudale caratterizzato da una tendenza conservatrice e di gretto immobilismo negli alti gradi della borghesia. Il ceto medio meridionale, inoltre, a differenza di quello settentrionale, era subordinato all'aristocrazia nobiliare e, quindi, incapace di poter assurgere al rango di nucleo propulsore dello sviluppo e dell'indispensabile processo di rinnovamento.
La politica adottata dalla classe dirigente post-unitaria non solo ignorò, di fatto, il problema del divario sorto con l'unificazione, ma lo accentuò mettendo in crisi l'iniziativa industriale del Sud già esistente, come nel caso dell'unificazione dei sistemi finanziari e del nuovo sistema tributario. Nel prelievo fiscale, infatti, nella seconda metà dello '800 si realizza una forte sperequazione Nord e Sud, soprattutto per quel che riguarda la spesa pubblica. Nello stesso periodo, inoltre, si realizzava il trasferimento verso il Nord di notevoli mezzi finanziari dal Meridione per sanare il deficit pubblico del Piemonte, rilevante a causa delle guerre sostenute e dal continuo potenziamento dell'esercito. Per il Sud, così, si veniva a creare una situazione di sudditanza finanziaria che, oltre a mortificare gli slanci imprenditoriali, ne impediva lo sviluppo. Le industrie esistenti nel Regno delle Due Sicilie, in modo particolare quelle napoletane e salernitane, operanti nel campo meccanico, siderurgico e della lavorazione di lino e canapa, denotavano una certa vitalità e prosperità, anche se la loro attività era protetta dalle tariffe doganali borboniche e da una forte domanda dello Stato stesso.
Il più moderno nucleo industriale del settore tessile era ubicato in Campania, avente come base la direttrice geografica Napoli - Salerno. In quest'area, quasi tutta nelle mani di imprenditori svizzeri, la filatura meccanica era tecnologicamente avanzatissima. Il ramo metalmeccanico costituiva l'altro punto di forza dell'industria meridionale post-unitaria, anche se era totalmente affidata alla gestione pubblica o esercitata da abili imprenditori e tecnici inglesi, come Thomas Richard Guppy e John Pattison. Va detto, tuttavia, che la lavorazione dei metalli era più o meno praticata in tutto il Mezzogiorno, dove esistevano nuclei di piccole officine e ferriere, addette, per lo più, alla produzione di meccanica varia e di utensili correnti. Non trascurabile la lavorazione del vetro e del cristallo, nonché la produzione di carta. Con il passare degli anni, in particolare, nel penultimo decennio del secolo, la situazione divenne disastrosa.
Crollarono diversi istituti di credito e l'industria si trovò in grandi difficoltà. La grande industria metalmeccanica soffriva di crisi produttive crescenti con l'affievolirsi della politica espansionistica di Crispi; i nuclei di industria tessile e della carta non avevano esteso i propri traffici, occupando un numero di addetti non superiore a quello del periodo borbonico. Anche per quel che riguarda le società per azioni, il divario fra Nord e Sud si allargava sempre di più. Nel 1865 l'87,1% del capitale delle società per azioni era concentrato nel Nord - Ovest, il 2,2% nel Nord - Est, il 6,5% nel Centro ed il 4,2% nel Sud.
Credo non ci sia conclusione migliore che riportare il pensiero di uno storico del "nostro Mezzogiorno", come amava definirsi, di uno storico della crisi del Meridione, questa crisi di oggi e di ieri, che viene comunemente definita "questione meridionale", Gabriele De Rosa: << Le malattie endemiche sono solo la manifestazione più visibile di una malattia ancor più profonda, che rende affannoso il respiro del Sud: la debolezza organica di una classe dirigente che ha accettato la staticità sociale del Mezzogiorno come premessa ineluttabile e necessaria per garantire una gestione protetta e paternalistica del potere locale>>.
De Rosa immaginava il corso di un'altra storia per il Sud, una storia che non fu: <<il corso di una storia di terre produttive senza latifondo ed assenteismo padronale, con una borghesia non avvocatesca e formalistica, ma intelligente e coraggiosa, colta e responsabile, con una città non parassitaria e non disordinata ma a servizio di uno sviluppo razionale ed omogeneo del contado, con un'industria in armonia con il paesaggio agrario>>>. Ma questa storia ideale e sognata non fu e, in luogo di essa, invece, fu << una storia irreale e violenta, dettata ed imposta dalle leggi del mercato più forte, dalle leggi del protezionismo di ferro, usuraio e sfruttatore, applicato con la prassi del più sconcio trasformismo clientelare, a servizio di uno sviluppo capitalistico pressoché uniforme al Nord, a singhiozzo alle isole ed al Sud>>3.

NOTE
1 - Il plebiscito sarà effettuato il 21 ottobre 1861, cui seguì l'entrata di Vittorio Emanuele il 7 novembre.
2 - La notizia è stata attinta da un sito: www.lastoriadinapoli.it.
3 - I brani di De Rosa sono tratti da un saggio di Bruno Gatta pubblicato sulla rivista bimestrale promossa dall'Assessorato per il Turismo della Regione Campania, a cura degli Enti Provinciali per il Turismo di Avellino, Benevento, Caserta, Napoli e Salerno, "Civiltà della Campania", N°.1, dicembre 1974, in occasione del conferimento del "Premio Padula", assegnato all'antologia storica dei meridionalisti di due secoli, pubblicata dall'editore napoletano Guida e curata da Gabriele De Rosa ed Antonio Cestaro, dal titolo "Territorio e società nella storia del Mezzogiorno".

il SUD visto da un'altra parte (per cercare di capire)

IL SUD D'ITALIA
negli "ANNI INFAMI" (mai più dimenticati)
la pulizia etnica piemontese 
nelle Due Sicilie
il "brigantaggio" - le deportazioni
di Antonio Pagano

La statistica di fine anno 1861, fatta dagli occupanti piemontesi, indicò che nel solo secondo semestre vi erano stati 733 fucilati, 1.093 uccisi in combattimento e 4.096 fra arrestati e costituiti. Le cifre, tuttavia, furono molto al disotto del vero, in quanto non erano indicati quelli della zona della Capitanata, di Caserta, Molise e Benevento, dove comandava il notissimo assassino Pinelli. Al Senato di Torino, il ministro della guerra Della Rovere, dichiarò che 80.000 uomini dell'ex armata napoletana, imprigionati in varie località della penisola, avevano rifiutato di servire sotto le bandiere piemontesi.
Vi erano stati migliaia di profughi, centinaia i paesi saccheggiati, decine quelli distrutti. Dovunque erano diffuse la paura, l’odio e la sete di vendetta. L’economia agricola impoverita, quasi tutte le fabbriche erano state chiuse e il commercio si era inaridito in intere province. La fame e la miseria erano diventate un fatto comune tra la maggior parte della popolazione.

Il 1° gennaio 1862 in Sicilia insorse Castellammare del Golfo al grido di “fuori i Savoia. Abbasso i pagnottisti. Viva la Repubblica”. Furono uccisi il comandante collaborazionista della guardia nazionale, Francesco Borruso, con la figlia e due ufficiali. Case di traditori unitari vennero arse. Strappati i vessilli sabaudi, spogliati ed espulsi i carabinieri. Le guardie e i soldati accorsi da Calatafimi e da Alcamo furono battuti e messi in fuga dai rivoltosi. Il 3 gennaio arrivarono nel porto la corvetta “Ardita” e due piroscafi che furono accolti a cannonate, ma con lo sbarco dei bersaglieri del generale Quintini i rivoltosi furono costretti alla fuga. I piemontesi fucilarono centinaia di insorti tra cui alcuni preti. A Palermo comparirono sui muri manifesti borbonici e sulla reggia fu messa una bandiera gigliata.

Agli inizi dell’anno il generale borbonico Tristany, accompagnato da una decina di ufficiali Spagnoli e Napolitani, ebbe un nuovo abboccamento con il comandante partigiano Chiavone, al quale ripeté la richiesta di subordinare le sue forze partigiane alla sua azione di comando affidatogli dal Re Francesco II.

A Marsala, durante la caccia ai patrioti siciliani, le truppe piemontesi circondarono la città e arrestarono oltre tremila persone, per lo più parenti dei ricercati, comprese donne e bambini, che furono ammassate per settimane nelle catacombe sotterranee vicine alla città, in condizioni disumane, dove erano prive di luce e di aria.

Al ponte di Sessa un plotone di lancieri cadde in un agguato dei partigiani napolitani e sedici soldati furono uccisi. A Napoli si ebbero tumulti per l’applicazione della legge che aveva imposta la nuova tassa detta il decimo di guerra.

Proprio in gennaio furono abolite le tariffe protezionistiche per effetto delle pressioni della borghesia agraria del Piemonte e della Lombardia. Queste disposizioni dettero il colpo di grazia alle industrie dell’ex Reame provocando il definitivo fallimento degli opifici tessili di Sora, di Napoli, di Otranto, di Taranto, di Gallipoli e del famosissimo complesso di S. Leucio, i cui telai furono portati qualche anno dopo a Valdagno, dove fu creata la prima fabbrica tessile nel Veneto, di Piero Marzabotto (poi Marzotto) che con i Rossi, protetti entrambi dagli Austriaci fin dal 1836, da semplici pannaioli si erano trasformati in industriali monopolisti privilegiati dell'austro Lombardo-Veneto, facendo fallire e chiudere molte grandi industrie tessili milanesi, ormai senza più ordini.

Vennero smantellate, tra le altre attività minori, le cartiere di Sulmona e le ferriere di Mongiana, i cui macchinari furono trasferiti in Lombardia. Furono costrette a chiudere anche le fabbriche per la produzione del lino e della canapa di Catania. La disoccupazione diventò un fenomeno di massa e incominciarono le prime emigrazioni verso l’estero, l’inizio di una vera e propria diaspora. Con gli emigranti incominciarono a scomparire dalle già devastate Terre Napoletane e Siciliane le forze umane più intraprendenti.

A questo grave disastro si aggiunse l’affidamento degli appalti (e le ruberie) per i lavori pubblici da effettuare nel Napoletano ed in Sicilia ad imprese lombardo-piemontesi che furono pagate con il drenaggio fiscale locale operato dai piemontesi. La solida moneta aurea ed argentea borbonica venne sostituita dalla carta moneta piemontese, provocando la più grande devastazione economica mai subìta da un popolo.

Il 22 gennaio sul Fortore, nel Foggiano una banda di 140 patrioti a cavallo attaccò una compagnia di fanti piemontesi che furono decimati. A Napoli militari piemontesi isolati caddero vittime di attentati. A Mugnano, caduta in un agguato, la banda partigiana di Angelo Bianco fu completamente assassinata dai bersaglieri e dalle guardie nazionali.

Il 1° febbraio, nei boschi di Lagopesole, due compagnie di bersaglieri e fanti assaltarono i patrioti di Ninco-Nanco e Coppa, uccidendone 11 e catturando una donna. Proprio in quel giorno il turpe Liborio Romano, quale deputato, propose nel parlamento piemontese di vendere tutti i beni demaniali e degli istituti di beneficenza delle Due Sicilie a prezzo minore del valore reale, a rate fino a 26 anni, pagabile con titoli di Stato al 5%.

Il giorno dopo la banda di Giuseppe Caruso sgominò un reparto del 46° fanteria nel bosco di Montemilone.

A Reggio Calabria, il 5 febbraio, vennero imprigionati tutti quelli "sospettati" di essere filoborbonici. Sul confine pontificio, lo stesso giorno, alcuni gruppi patrioti comandati dal Tristany furono sconfitti dalle truppe piemontesi nei pressi di Pastena. Pilone, invece, a Scafati sfuggì ad un agguato tesogli dalle guardie nazionali di Castellammare.

A Vallo di Bovino furono catturati e fucilati dai patrioti due ufficiali piemontesi. Il generale La Marmora, in visita a Pompei sfuggì ad un attentato da parte della banda di Pilone. A Napoli venne minacciata da Pilone la stessa duchessa di Genova, cognata di Vittorio Emanuele, a cui intimò con una lettera di non uscire da Napoli, pena la cattura.

I terrorizzati piemontesi, in quei giorni, persero completamente il controllo della situazione, emanando dei bandi e ordinanze feroci, soprattutto nel Gargano e in Lucera, dove furono comminate pene di morte per la violazione dei più piccoli divieti. Il col. Fantoni in terra di Lucera, dopo aver vietato l’accesso alla foresta del Gargano, fece affiggere un editto che disponeva che: «Ogni proprietario, affittuario o ogni agente sarà obbligato immediatamente dopo la pubblicazione di questo editto a ritirare le loro greggi, le dette persone saranno altresì obbligate ad abbattere tutte le stalle erette in quei luoghi ... Quelli che disobbediranno a questi ordini, i quali andranno in vigore due giorni dopo la pubblicazione, saranno, senza avere riguardo per tempo, luogo o persona, considerati come briganti e come tali fucilati».
SI COMINCIA A CHIAMARLI TUTTI "BRIGANTI" E IL FENOMENO DELLA PARTIGIANERIA LOCALE "BRIGANTAGGIO".

L’8 febbraio evasero dalle carceri di Teramo 55 patrioti, che si rifugiarono sui monti sotto il comando di Persichini. Inseguiti da un reparto del 41° fanteria, cinque furono uccisi e tredici catturati, ma anche questi furono fucilati dopo qualche giorno. Durante una riunione in una masseria di S. Chirico in Episcopio, la banda di Cioffi, tradita da un tal Lupariello, fu circondata ed assalita da ingenti forze piemontesi, ma l’inattesa e violentissima reazione dei patrioti causò uno sbandamento degli assedianti. Pur subendo due morti e molti feriti, Cioffi riuscì a sganciarsi con tutti i suoi uomini. I cadaveri dei due patrioti morti in combattimento furono esposti dai piemontesi nella piazza della Maddalena a Sarno. Qualche giorno dopo il Lupariello fu catturato e, sottoposto ad un giudizio, giustiziato, poi la sua testa fu apposta dai militari piemontesi su una pertica vicino a una sorgente frequentata dalla popolazione.

Il 12 febbraio il colonnello della guardia nazionale di Cosenza, Pietro Fumel, emanò un bando da Cirò veramente raccapricciante : «Io sottoscritto, avendo avuto la missione di distruggere il brigantaggio, prometto una ricompensa di cento lire per ogni brigante, vivo o morto, che mi sarà portato. Questa ricompensa sarà data ad ogni brigante che ucciderà un suo camerata ; gli sarà inoltre risparmiata la vita. Coloro che in onta degli ordini, dessero rifugio o qualunque altro mezzo di sussistenza o di aiuto ai briganti, o vedendoli o conoscendo il luogo ove si trovano nascosti, non ne informassero le truppe e la civile e militare autorità, verranno immediatamente fucilati ... Tutte le capanne di campagna che non sono abitate dovranno essere, nello spazio di tre giorni, scoperchiate e i loro ingressi murati ... È proibito di trasportare pane o altra specie di provvigione oltre le abitazioni dei Comuni, e chiunque disubbidirà a questo ordine sarà considerato come complice dei briganti.» Costui, un sanguinario assassino, praticò metodicamente il terrore e la tortura contro inermi cittadini e le loro proprietà per distruggere ogni possibile aiuto ai patrioti.

Questi orrendi misfatti ebbero un’eco perfino alla camera dei Lords di Londra, dove nel maggio del 1863, il parlamentare Bail Cochrane, a proposito del proclama del Fumel, affermò : «Un proclama più infame non aveva mai disonorato i peggiori dì del regno del terrore in Francia», per cui gli ufficiali che avevano emanato quegli ordini furono allontanati dai propri reparti.

Il famoso comandante Crocco, che aveva diviso la sua banda di circa 600 uomini in sei gruppi, l’aveva disseminata nei boschi di Monticchio, Boceto, San Cataldo e Lagopesole. I suoi gruppi patrioti con rapide scorrerie misero a sacco le masserie dei traditori nella zona di Altamura. Poi, il 24 febbraio, Crocco assaltò la guardia nazionale di Corato e batté i cavalleggeri del generale Franzini in uno scontro presso Accadia, dove però perse dodici uomini.

Il 1° marzo Crocco riunì nel bosco di Policoro, presso la foce del Basento, i suoi patrioti a quelli di Summa, Coppa, Giuseppe Caruso e Cavalcante, in previsione del piano elaborato dal Comitato Borbonico in Roma (Clary e Statella) di attaccare Avezzano con duemila uomini comandati da Tristany, che, richiamando così le truppe piemontesi, avrebbe dovuto lasciare sguarnito il confine pontificio per lunghi tratti, permettendo ad altre forze borboniche di invadere gli Abruzzi con la contemporanea sollevazione di tutti i patrioti del Reame. Era previsto anche uno sbarco sul litorale ionico di elementi legittimisti spagnoli e austriaci. Una spia infiltrata, Raffaele Santarelli, fece conoscere in tempo il piano ai piemontesi, che presero contromisure sia navali, con la flotta di Taranto, sia per via terrestre con un concentramento di bersaglieri e cavalleggeri.

Il 3 e il 4 marzo 1862 Crocco si scontrò al ponte S. Giuliano, sul Bradano, con il 36° fanteria e lo mise in fuga, ma subendo alcune perdite. Nei giorni successivi, l’8 marzo, a S. Pietro di Monte Corvino, si ebbe un altro scontro di patrioti contro piemontesi, che subirono numerose perdite. Il giorno dopo Crocco sconfisse alcuni reparti di guardie nazionali alla masseria Perillo, nei pressi di Spinazzola, uccidendone dieci, compreso il comandante, maggiore Pasquale Chicoli, un traditore che aveva formato il governo provvisorio di Altamura ancora prima dell’arrivo dei garibaldini.

Il 10 marzo Pilone occupò Terzigno, dove dopo aver requisito armi e munizioni, fucilò i ritratti di Garibaldi e Vittorio Emanuele. Il governatore piemontese dispose che tutto il 7° reggimento di fanteria venisse destinato a catturare Pilone.

A Baiano, il 12 marzo, venne fucilato un contadino di 16 anni, Antonio Colucci, che, stando su un albero in una masseria di Nola, aveva segnalato ai patrioti l’arrivo di piemontesi. Il ragazzo era stato catturato e processato da un tribunale di guerra che lo condannò alla pena capitale.

Nel frattempo continuarono numerosi gli attacchi dei partigiani napoletani, vere e proprie azioni di guerra, contro le truppe piemontesi. Tra gli episodi più importanti sono da ricordare quello del 17 marzo, quando la banda di Michele Caruso sterminò alla masseria Petrella (Lucera) un intero distaccamento di 21 fanti dell’8° fanteria, comandato dal capitano Richard. Il 31 marzo ad Ascoli di Capitanata i patrioti sconfissero, procurando centinaia di morti, i bersaglieri e i cavalleggeri del colonnello Del Monte. Lo stesso giorno, a Poggio Orsini, presso Gravina, i piemontesi misero in fuga un centinaio di patrioti, ma a Stornarella furono massacrati 17 lancieri del “Lucca”, che ebbe anche 4 dispersi. La provincia di Bari, la terra d’Otranto ed il Tarantino erano tuttavia controllate dalle forze partigiane. In questi avvenimenti vi furono molti garibaldini ed anche regolari piemontesi che disertarono e si unirono ai briganti. Tra i disertori è da ricordare come esempio quello dell’operaio biellese Carlo Antonio Gastaldi, decorato con medaglia d’argento al valor militare nella battaglia di Palestro del 1859. Inviato nelle Puglie a combattere i “briganti”, fu talmente schifato delle nefandezze piemontesi, che divenne addirittura luogotenente del Sergente Romano, insieme ad un altro piemontese, Antonio Pascone.

Alla fine di marzo, nel parlamento di Torino fu istituita un Commissione con il compito di studiare le condizioni delle provincie meridionali. Tale Commissione, presieduta dai massoni Giuseppe Montanelli e Luigi Miceli, suggeriva, tra l’altro, di iniziare numerosi e svariati lavori pubblici, istituire nuove scuole comunali per “illuminare” la gioventù, l’incameramento totale dei beni religiosi, la divisione e vendita dei beni demaniali e comunali. Per la risoluzione del “brigantaggio” la commissione proponeva anche l’invio di Garibaldi a Napoli e l’aumento delle guardie nazionali.

Il mese successivo, il 4 aprile, la legione ungherese, già "usata" da Garibaldi nella sua spedizione, riuscì ad infliggere alcune perdite a Crocco tra Ascoli e Cerignola. Il 6 aprile 200 patrioti assalirono Luco de’ Marsi dove si era asserragliato un reparto del 44° fanteria che si difesero efficacemente. Poi il 7 aprile Crocco sconfisse due drappelli del 6° fanteria a Muro, Aquilonia e Calitri, uccidendo una ventina di piemontesi e catturando numerosi prigionieri. A Torre Fiorentina, presso Lucera, l’8 aprile, i lancieri di Montebello uccisero trenta patrioti. Il giorno dopo circondarono i rimanenti patrioti di Coppa e Minelli, che furono quasi completamente distrutti: 40 morti, 21 fucilati dopo la cattura ed altri 42 uccisi mentre “tentavano la fuga”. In Sicilia, ad Apaforte, Stincone, S. Cataldo e Boccadifalco, la popolazione insorse dando alle fiamme le cataste di zolfo. Furono distrutte tutte le piantagioni e gli animali per protesta contro le vessazioni dei piemontesi.

Le truppe francesi di stanza nello Stato Pontificio sequestrarono il 10 aprile le armi e munizioni borboniche a Paliano, a Ceprano, a Falvaterra. Le armi avrebbero dovuto servire per il piano d’invasione capeggiato dal Tristany.

Con una delibera del 13 aprile la piazza nota come “Largo di Castello”, dov’è situato il Maschio Angioino, fu fatta chiamare Piazza Municipio dal sindaco massone Giuseppe Colonna.

In quei giorni la banda di Pagliaccello, di Cerignola, fu dispersa dai cavalleggeri “Lucca”, che fucilarono 21 patrioti. Duro colpo anche alla banda di Crocco che il 25 aprile 1862, alla masseria Stragliacozza, subì un improvviso attacco dai piemontesi che riuscirono a metterla in fuga, uccidendone 25 uomini.

Alla fine del mese, il 28 aprile, Vittorio Emanuele si recò a Napoli a bordo della nave “Maria Adelaide” e fece un donativo alla statua di S. Gennaro per ingraziarsi i Napoletani. Ma S. Gennaro non abboccò e non fece il “miracolo”.

Crocco, nonostante le dure sconfitte, continuò eroicamente le sue azioni di guerra e il 7 maggio sterminò a Zungoli un distaccamento del 37° fanteria. Tuttavia il giorno dopo, tra Canosa e Minervino, i patrioti di Summa persero 15 uomini per un fortunoso attacco dei cavalleggeri. Nell’occasione fu ferito Ninco-Nanco. Nel prosieguo dell’azione alcune guardie nazionali catturarono una donna, la quale portava in campagna un pezzo di pane al figlio che essi ritenevano un patriota. La legarono, la fecero inginocchiare e la fucilarono.

Il 7 maggio esplose anche lo scandalo riguardante la concessione degli appalti per la costruzione delle ferrovie meridionali al massone Adami. Il direttore del giornale “Espero” di Torino che aveva avuto il coraggio di denunciare alla pubblica opinione le speculazioni commesse dal Bertani e dall’Adami, fu condannato per diffamazione e per ingiurie a due mesi di carcere e a 300 lire di multa. Naturalmente lo scandalo, che cointeressava anche una trentina di deputati piemontesi, fu insabbiata alla maniera piemontese.

Chiavone invase e saccheggiò Fontechiari il 10 maggio.

Intanto, allo scopo di impossessarsi dell’industria napoletana del gas per ricompensare gli inglesi dell’aiuto ricevuto, i governanti piemontesi avevano subdolamente fatte fare numerose critiche per la qualità del servizio, indicendo una gara per una nuova concessione. Alla gara si presentarono numerosi concorrenti, ed il 12 maggio 1862 venne firmato il nuovo contratto di appalto dell'illuminazione a gas con la ditta Parent, Shaken and Co. La nuova Società venne costituita il 18 ottobre dello stesso anno con il nome di “Compagnia Napoletana d'Illuminazione e Scaldamento col Gaz”, che verso la fine dell'anno seguente inaugurò un nuovo opificio nella zona dell'Arenaccia lungo il fiume Sebeto.

Il 18 maggio le collaborazioniste guardie nazionali di Ariano, incontrati presso Sprinia i patrioti di Parisi, si rifiutarono di battersi e si diedero alla fuga, ma ne furono catturate 14. A Catania vi fu un’insurrezione lo stesso 18 maggio, ma fu rapidamente repressa dalle truppe piemontesi che massacrarono 49 civili. Il giorno dopo Chiavone conquistò Fontechiari e Pescosolido, riunendosi con i patrioti di Tamburini e Pastore. Con tutte queste forze tentano di assalire anche Castel di Sangro, ma vennero respinti e costretti a rifugiarsi nel territorio pontificio.

A Roma, intanto, erano avvenute le nozze tra Maria Annunziata, una delle prime figlie di Ferdinando II, e l’arciduca Carlo Lodovico, fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe. Da questo matrimonio nacque l’erede al trono dell’Austria-Ungheria, Francesco Ferdinando, che fu sempre uno strenuo nemico dell’Italia dei Savoia. L’uccisione di Francesco Ferdinando a Serajevo nel 1914 fu la causa che fece scoppiare la I guerra mondiale.

Il 29 maggio fu catturato e poi fucilato a Mola di Gaeta il conte rumeno Edwin Kalchrenth, il famoso capo patriota “conte Edwino”, ex ufficiale della cavalleria borbonica che operava unitamente a Chiavone nella Terra del Lavoro e negli Abruzzi.

In giugno i patrioti non diedero tregua ai piemontesi. Il giorno 2, il 44° fanteria fu attaccato al confine tra Abruzzi e Terra del Lavoro, perdendovi cinque uomini. Il 7 giugno Chiavone invase Pescosolido, dove fece rifornimenti per il suo raggruppamento. Ad Acqua Partuta, nel beneventano, il 14 giugno, i patrioti uccisero 11 guardie nazionali e 4 carabinieri che li avevano assaliti. Numerosi patrioti di Guardiagrele attaccarono Gamberale, ma furono respinti da reparti del 42° fanteria.

Il giorno 15, la legione ungherese in un drammatico ed imprevisto scontro distrusse nel bosco di Montemilone una banda partigiana di 27 uomini. Presso Ginestra la banda Tortora in uno scontro con gli stessi ungheresi perse 13 uomini. Poi, il giorno dopo, alla masseria La Croce la 4ª compagnia del 33° bersaglieri fu assalita da Crocco e da Coppa, subendo molte perdite, ma a S. Marco in Lamis fu catturato il capo patriota Angelo Maria del Sambro e quattro suoi compagni, tra cui il dottor Nicola Perifano, già chirurgo del 3° Dragoni napoletano, più volte decorato. Furono tutti immediatamente fucilati.

Numerosi furono gli scontri tra i piemontesi, particolarmente tra il 61° ed il 62°, contro i patrioti che presidiavano i boschi di Monticchio, di Lagopesole e di S. Cataldo. Il 17 giugno Chiavone, dopo essersi riunito con i patrioti abruzzesi di Luca Pastore e di Nunzio Tamburini sull’altopiano delle Cinque Miglia, invase Pietransieri e attaccò Castel di Sangro, dove però fu respinto. Rientrato nel territorio pontificio, tuttavia, il Tristany il 28 giugno lo fece arrestare e processare da un consiglio di guerra, che lo condannò a morte per rapina e omicidio. La fucilazione di Chiavone volle essere anche un esempio per far attenere i patrioti alle direttive impartite dal Comitato Borbonico.

Tutta la penisola sorrentina intanto veniva continuamente rastrellata da numerosi reparti piemontesi, ma senza alcun esito. A Torre del Greco il 7° fanteria, rinforzato da colonne mobili della guardia nazionale, riuscirono a circondare sulle alture della cittadina il gruppo di combattimento di Pilone. Dopo un furioso combattimento, il grosso dei patrioti di Pilone, riuscì a sganciarsi, ma con numerose perdite e molti prigionieri, che il giorno dopo furono fucilati dai piemontesi. Dopo qualche giorno Pilone attaccò temerariamente in località Passanti una colonna di truppe piemontesi, liberando anche alcuni prigionieri che stavano per essere fucilati.

Garibaldi, nel frattempo, che era comparso nuovamente in Sicilia il 20 maggio per fomentare una rivolta diretta alla conquista di Roma, si recò Il 29 giugno a Palermo, dov’erano in visita i principi Umberto e Amedeo. Il giorno dopo, al Teatro “Garibaldi”, pronunciò uno sconclusionato discorso, affermando che se fosse stato necessario avrebbe fatto un altro Vespro Siciliano. All’indomani si recò alla Ficuzza per arruolare volontari da impiegare per la conquista di Roma e di Venezia.

La Capitanata, il Gargano e la Terra di Bari erano in concreto nelle mani dei patrioti. Lo stillicidio delle continue perdite subìte in luglio dai piemontesi indusse il governo piemontese a sostituire il comandante della zona, generale Seismit-Doda, con il generale massone Gustavo Mazé de la Roche. Costui, per tagliare i rifornimenti ai gruppi patrioti, fece incendiare i pagliai, fece murare le porte e finestre delle masserie e fece arrestare tutte le persone che circolavano fuori degli abitati. La reazione dei patrioti fu immediata con la rapida invasione di grossi paesi, come Torremaggiore, con la razzia di molte mandrie, con l’incendio di masserie e con ripetuti attacchi, nei pressi di S. Severo, ai cantieri della ferrovia Pescara-Foggia allora in costruzione.

Il 30 giugno 1862 il generale Tristany, per dare un esempio, fece fucilare due capi patrioti, Antonio Teti e Giuseppe de Siati, che, quali armati per la lotta di liberazione delle Due Sicilie, avevano commesso illegittimamente alcuni furti durante azioni di guerriglia. Il Tristany aveva voluto, con quest'episodio, improntare esclusivamente con carattere militare le azioni guerrigliere dirette soprattutto contro le pattuglie piemontesi in perlustrazione nelle campagne. Lo stesso giorno la banda dei patrioti comandata dai fratelli Ribera partì da Malta e sbarcò a Pantelleria, allo scopo di liberare l’isola dai piemontesi e per ripristinare il governo borbonico. Con l’aiuto di tutta la popolazione, i patrioti compirono numerose azioni contro i traditori collaborazionisti e le guardie nazionali che prevaricavano sulla gente.

Il 1° luglio il Re Francesco II protestò da Roma contro il riconoscimento fatto dai vari Stati europei ai Savoia come re d’Italia.

Nei primi giorni di luglio, il famoso comandante patriota Giuseppe Tardio, uno studente di Piaggine Soprano, che aveva organizzato il suo gruppo di combattimento nell’ottobre del 1861 nella zona di Agropoli, dopo aver eliminate le guardie nazionali che incontrava, invase con i suoi uomini prima Futani e poi Abatemarco, Laurito, Foria, Licusati, Centola e Camerota. Nella sua avanzata gli si aggregarono molte centinaia di patrioti, che in seguito dovettero tuttavia disperdersi per i continui attacchi delle truppe piemontesi.

Il 6 luglio Garibaldi, in occasione di una rivista alla guardia nazionale a Palermo, pronunziò davanti alle autorità un violento discorso contro Napoleone III che riteneva responsabile del brigantaggio.

Altro scontro dei patrioti di Crocco avvenne il 14 luglio a Lacedonia con i bersaglieri, che persero cinque uomini. Si ebbero nel mese ancora numerosi scontri tra piemontesi e patrioti, che attaccavano all’improvviso ed improvvisamente sparivano. Il 16 luglio un reparto del 17° bersaglieri, in un durissimo e prolungato combattimento, uccise il comandante partigiano Malacarne (fratello del famoso Sacchettiello) ed altri sei patrioti. Il 19 luglio molti patrioti abruzzesi attaccarono presso Fossacesia il magazzino degli imprenditori ferroviari Martinez, uccidendo alcuni tecnici, e invasero l’abitato che fu saccheggiato. Ad Amalfi però la superiorità partigiana si manifestò in tutta la sua evidenza quando il 22 luglio i partigiani occuparono la città, tenendola addirittura per due giorni. Lo stesso giorno, tuttavia, la bestiale legione ungherese uccise 12 patrioti a Tortora. Alla fine di luglio, sui monti del Matese, nelle zone di Piedimonte d’Alife e di Cerreto Sannita, i gruppi di combattimento patrioti di Cosimo Giordano, Padre Santo e De Lellis contrastarono ferocemente e vittoriosamente i rastrellamenti effettuati dai reparti del 39° e 40° fanteria.

Il 26 luglio, dopo un lungo silenzio, i patrioti del sergente Romano invasero Alberobello, dove, eliminate le guardie nazionali, si rifornirono di tutte le loro armi e munizioni.

Agli inizi di agosto 1862 i gruppi patrioti del Pizzolungo e dello Scenna, in numero di 200, invasero nel Vastese le cittadine di Villalfonsina, Carpineto, Guilmi, Roio, Monteferrante, Colle di Mezzo, Pennadomo e Roccascalegna, dove saccheggiarono le case dei collaborazionisti con i piemontesi e li trucidarono.

In Pantelleria la banda Ribera non riuscì in un tentativo di giustiziare il sindaco, connivente dei piemontesi, ma inflisse numerose perdite ai reparti piemontesi che li inseguivano. L’imprendibilità e le quasi sempre vittoriose azioni dei patrioti di Ribera indussero i piemontesi ad inviare nell'isola altra 500 soldati sotto il comando del feroce colonnello Eberhard, già sperimentato in azioni di controguerriglia nel continente.

La continua opera di reclutamento e di propaganda di Garibaldi, finalizzata a conquistare anche Roma, indusse Vittorio Emanuele ad emanare il 3 agosto un proclama con cui, senza mai nominare il nizzardo, condannava la sua iniziativa.

Il 4 agosto il gruppo patriota di Abriola invase e saccheggiò le case di alcuni traditori di Campomaggiore. Fra il 3 ed il 5 agosto, disgustati per l’ingrata opera di repressione, gli usseri e la fanteria ungherese stanziati a Lavello, Melfi e Venosa si misero in movimento per concentrarsi a Nocera, ma, bloccati e disarmati dai piemontesi, furono imbarcati a Salerno il 13 agosto per ordine di La Marmora, che li fece trasportare in piemonte. 150 ungheresi tuttavia riuscirono a fuggire con lo scopo di raggiungere Garibaldi.

Sulle montagne tra Castro e Falvaterra, i patrioti, approfittando del marasma causato da Garibaldi, si lanciarono in una cruenta offensiva e invasero i comuni di Campomaggiore, nel potentino, e Flumeri, nell’avellinese. La cittadina di Sturno fu occupata e tenuta fino al 7. Intensi combattimenti vi furono per tutto il mese nell’Alta Irpinia: a Bisaccia, Guardia Lombardi, Monteleone, Pescopagano, Avigliano, S. Sossio, Ariano, Genzano, Frigenti. Ogni piemontese scovato era immediatamente fucilato.

Il 6 agosto Garibaldi si scontrò a S. Stefano di Bivona con le truppe piemontesi e si ebbero alcuni morti da ambo le parti. A Fantina, in Sicilia, sette volontari per Garibaldi della colonna Tasselli, dei quali cinque disertori piemontesi, vennero catturati da un reparto del 47° fanteria, comandato dal maggiore De Villata, e fucilati sul posto. Trentadue ufficiali della brigata “piemonte”, che avevano dato le dimissioni nei pressi di Catania, furono arrestati e privati del grado dal Consiglio di disciplina di Torino, per “mancanza contro l’onore”. A Torino, fu varata una legge che disponeva una “spesa straordinaria” di lire 23.494.500 per l’acquisto e la fabbricazione di 676.000 fucili da destinarsi alle guardie nazionali.

Verso la metà del mese vi fu un’evasione in massa dal carcere di Granatello di Portici di detenuti politici, che andarono ad ingrossare le bande partigiane.

Nel frattempo, mentre il 13 agosto in Capitanata i patrioti avevano occupato Zapponeta ed otto comuni del Vastese, Garibaldi scorrazzava per la Sicilia, entrando in Catania il 18 agosto. La Marmora proclamò il 20 lo stato d’assedio in tutta la Sicilia e dichiarò ribelle Garibaldi, che si accingeva a risalire la penisola con il suo Corpo di Volontari.

Il 22 agosto al massone Bastogi fu concesso l’appalto per la costruzione delle ferrovie nel sud dell’Italia, per cui fu costituita la società delle Strade Ferrate Meridionali. Nel consiglio d'amministrazione della società facevano parte ben 14 deputati piemontesi, che erano stati anche ricompensati con 675.000 lire per il loro “interessamento”. Vice presidente della società fu nominato Bettino Ricasoli. Lo Stato accordò un sussidio a Bastogi di 20 milioni di lire e lo sfruttamento per 90 anni dei 1.365 chilometri di ferrovia. Tra i finanziatori vi erano la Cassa del Commercio di Torino, i fratelli ebrei massoni Isaac e Emile Pereire di Parigi, e la società di Credito mobiliare spagnolo (di cui Nino Bixio era consigliere di amministrazione). Tra i vari possessori delle azioni della società figuravano molti massoni, tra cui il fratello di Cavour, il marchese Gustavo, il Nigra, il Tecchio, il Bomprini, il Denina, il Beltrami.

Dopo lo sbarco di Garibaldi, il 24 a Pietra Falcone, sulla spiaggia tra Melito e Capo d’Armi, lo stato d’assedio fu esteso il 25 agosto a tutto il Mezzogiorno. Approfittando dello stato d’assedio i piemontesi saccheggiarono moltissime chiese, rubando ogni oggetto prezioso. Fu soppressa la libertà di stampa e di riunione. Anche la posta fu censurata. Fu instaurata una feroce dittatura militare. I principali comandanti patrioti di Terra d’Otranto, allora, si riunirono nel bosco di Pianella, a nord di Taranto, per concordare l’unitarietà del comando e la condotta delle operazioni, con lo stabilire le zone di competenza. Il sergente Romano ebbe a disposizione oltre 300 uomini a cavallo, suddivisi agli ordini dei luogotenenti Cosimo Mazzeo (Pizzichicchio), Giuseppe Nicola La Veneziana, F.S. L’Abbate, Antonio Lo Caso (il capraro), Riccardo Colasuonno (Ciucciariello), Francesco Monaco (ex sottufficiale borbonico) e Giuseppe Valente (Nenna-Nenna, ex ufficiale garibaldino).

In quei giorni, tutta la Terra d’Otranto rimase sotto il totale controllo dei patrioti.

Sull’Aspromonte il 29 agosto, a seguito di un brusco voltafaccia del governo savoiardo (che fino allora l’aveva nascostamente appoggiato), vi fu uno scontro tra le truppe piemontesi e gli avventurieri di Garibaldi, che fu intenzionalmente ferito e fatto prigioniero. I piemontesi subito dopo gli scontri fucilarono a Fantina, senza alcun processo, sette disertori piemontesi che erano con Garibaldi, che a seguito della cattura fu rinchiuso per qualche tempo nel forte di Verignano. Pochissimi popolani l’avevano seguito nell’avventura, la maggior parte erano piemontesi disertori. Il Tribunale Militare degli invasori piemontesi emise in seguito 109 condanne a morte, 19 ergastoli e 93 condanne ai lavori forzati. Il Savoia, per questi fatti, concesse 76 medaglie al valore.

Il 31 agosto un reparto del 18° bersaglieri uccise tredici patrioti ad Apice, in provincia di Benevento. I patrioti di Tristany ebbero uno scontro a fuoco con gli zuavi pontifici nei pressi di Falvaterra e a Castronuovo.

Numerosi patrioti a cavallo attaccarono agli inizi di settembre reparti piemontesi di stanza nell’Irpinia a Flumeri, a S. Sossio ed a Monteleone, alla masseria Franza (Ariano) e nei boschi di S. Angelo dei Lombardi. Il 6 settembre i patrioti riuscirono a disarmare la guardia nazionale di Colliano, in provincia di Campagna. Notevole, il 7 settembre 1862, lo scontro alla masseria Canestrelle, nel Nolano, di bersaglieri e cavalleggeri che attaccarono un gruppo di duecento patrioti, che furono costretti a disperdersi, perdendo tuttavia 15 uomini. Dopo qualche giorno, il giorno 11 settembre, i patrioti di Crocco e di Sacchetiello si vendicarono alla masseria Monterosso di Rocchetta S. Antonio (Foggia) attaccando un drappello di venti bersaglieri del 30° battaglione che furono tutti uccisi. A Carbonara i patrioti di Sacchetiello massacrarono 25 bersaglieri del 20° battaglione, comandati dal sottotenente Pizzi. Aliano e Serravalle furono liberate dai patrioti che minacciarono di invadere anche Matera.

In Pantelleria, nel frattempo, i piemontesi, che avevano instaurato in tutta l’isola una feroce legge marziale, riuscirono a convincere quasi quattrocento isolani a collaborare con le truppe savoiarde. Formate tre colonne, il colonnello Eberhard, governatore militare dell’isola, fece avanzare il 18 settembre le truppe a raggiera per setacciare tutta l’isola. I patrioti erano nascosti in una profonda caverna posta quasi sulla sommità della Montagna Grande a 848 metri si altezza, in una posizione imprendibile, ma traditi da un pecoraio furono circondati e dopo una sparatoria, in cui morirono alcuni piemontesi, furono costretti ad arrendersi a causa del fumo di zolfo acceso davanti alla caverna che aveva reso l’aria irrespirabile. I patrioti ammanettati, laceri e smunti, furono fatti sfilare nelle strade di Pantelleria al suono di un tamburo e col tricolore spiegato, tra ali di gente commossa fino alle lagrime. Tutte le spese dell’operazione, lire 637, furono a carico del comune. Furono incarcerati a Trapani, ma alcuni, tra cui due fratelli Ribera, riuscirono a evadere dalle carceri della Colombaia. Dei rimanenti 14, processati il 14 giugno 1867, 10 furono condannati a morte per impiccagione e gli altri ai lavori forzati.

A Roma, in quei giorni, Francesco II si trasferì con tutta la sua corte nel Palazzo Farnese, che era di proprietà dei Borbone, dopo averlo fatto ristrutturare, poiché erano secoli che non era stato abitato.

Il 1° ottobre a Palermo furono accoltellati simultaneamente, in luoghi diversi, tredici persone. Uno degli accoltellatori, inseguito e arrestato, confessò che gli era stato ordinato da un “guardapiazza” (quello che oggi viene chiamato mafioso) di colpire alla cieca e che erano stati pagati con danaro proveniente dal principe Raimondo Trigona di Sant’Elia, senatore del regno, delegato da Vittorio Emanuele II. Da successivi controlli fatti dal piemontese sostituto procuratore del re Guido Giacosa, evidentemente all’oscuro delle criminali intenzioni del governo piemontese, venne accertato che i moltissimi omicidi, avvenuti anche prima e molti altri dopo, avevano il solo scopo di “sconvolgere l’ordine” per poter permettere e giustificare la feroce repressione così da eliminare impunemente la resistenza siciliana antipiemontese. L’indagine, che portò a riconoscere la responsabilità di quei sanguinosi crimini al reggente della questura palermitana, il bergamasco (ma messinese di nascita) Giovanni Bolis, antico affiliato carbonaro con La Farina, fu, comunque, subito chiusa.

In quel mese di ottobre 1862 vi furono moltissime, alcune violente, manifestazioni di quasi tutte le popolazioni delle Puglie e della Basilicata. I contadini si rifiutarono di eseguire i lavori nei campi per protestare contro gli abusi e le violenze dei soldati piemontesi. Alcuni contadini furono fucilati "per dare l'esempio" dalle truppe piemontesi.

Un gruppo di patrioti di Romano, comandato da Valente, riunitisi nella masseria S. Teresa, decisero di attaccare la guardia nazionale e i carabinieri di Cellino e S. Pietro Vernotico, che li braccavano. Tre militari furono uccisi “perché portavano il pizzo all’italiana” e nove, furono sfregiati con l’asportazione di un lembo dell’orecchio, per essere così “pecore segnate”. I gruppi di Tardio invasero i paesi di S. Marco La Bruna, Sacco e S. Rufo, dove sgominarono le guardie nazionali e ne saccheggiarono le case.

Il 24 ottobre Tristany si scontrò sul confine pontificio con le truppe francesi e subì la perdita di due ufficiali.

Nel mese di ottobre, essendosi fatta insostenibile la sistemazione dei prigionieri di guerra e dei detenuti politici, con la deportazione degli abitanti d'interi paesi, con le "galere" piene fino all'inverosimile, il governo piemontese diede incarico al suo ambasciatore a Lisbona di sondare la disponibilità del governo portoghese a cedere un'isola disabitata dell'Oceano Atlantico, al fine di relegarvi l'ingombrante massa di decine di migliaia di persone da eliminare definitivamente. Il tentativo diplomatico, tuttavia, non ebbe successo, ma la notizia riportata il 31 ottobre dalla stampa francese suscitò una gran ripugnanza nell'opinione pubblica.

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L'ISOLA PER DEPORTATI


Il maggiore piemontese Aichelburg con fanti e bersaglieri attaccò il 2 novembre a Tremoleto i patrioti di Petrazzi, uccidendo 9 guerriglieri. Tutto il Sud fu diviso in zone e sottozone con posti fissi di polizia e fu raddoppiato il numero dei carabinieri. I guerriglieri di Romano subirono una pesante sconfitta il 4 novembre presso la masseria Monaci. Per quest'avvenimento Romano divise le sue bande in piccoli gruppi più manovrabili, seguendo la tattica di Crocco. A S. Croce di Magliano duecento patrioti di Michele Caruso attaccarono il 5 novembre la 13ª compagnia del 36° fanteria, massacrando il comandante ex garibaldino dei “mille”, capitano Rota, e ventitré piemontesi. Il giorno dopo, inseguiti da un battaglione del 55° fanteria, gli stessi patrioti tesero loro un agguato e uccisero un sergente e tre soldati, senza subire perdite. A Torre di Montebello una compagnia di bersaglieri del 26° e cavalleggeri del “Lucca” in un furibondo combattimento distrusse l’8 novembre l’intera banda di Pizzolungo. Quelli che furono fatti prigionieri furono immediatamente fucilati.

Il 16 novembre, nonostante l’opposizione di La Marmora, fu revocato da Rattazzi lo stato d’assedio nelle provincie meridionali, ma in realtà rimasero ancora in vigore la soppressione ed il divieto di introdurre nel Mezzogiorno di tutta la stampa non governativa e la sospensione delle libertà d'associazione e di riunione. Addirittura furono intensificati gli arresti di semplici cittadini solo per il fatto di essere “sospetti” patrioti borbonici. In Capitanata, per ordine del generale Mazé de la Roche e del prefetto De Ferrari, furono compilate liste d'assenti dal proprio domicilio e dei sospetti, furono istituiti fogli di via senza dei quali nessuno poteva uscire dagli abitati, imposero l’abbandono delle masserie e il divieto di portare generi alimentari nelle campagne. Così nell’avellinese furono perquisite e saccheggiate le case degli assenti, ai contadini fu ordinato di trasferirsi nei paesi con le masserizie, il bestiame ed il raccolto. Divenne sistematico l’arresto dei parenti fino al terzo grado dei patrioti. Le popolazioni, che già vivevano nel terrore e nei soprusi dei piemontesi, vissero in quei lunghi mesi in modo veramente tragico, anche perché ogni attività lavorativa fu in pratica soppressa e la vita economica e sociale ne fu paralizzata.

Il 17 novembre, per reazione, vi furono in vari paesi molti attentati a esponenti liberali da parte dei patrioti. A Grottaglie i patrioti di “Pizzichicchio” s'impadronirono addirittura della cittadina, dove liberarono i detenuti dalle carceri e eliminarono tutti i possidenti liberali, che erano stati particolarmente oppressivi con i loro braccianti, devastandone e saccheggiandone le abitazioni. Furono abbattuti gli stemmi sabaudi e ripristinati le insegne borboniche tra le grida di esultanza di tutta la popolazione e financo del sindaco, che giorni dopo fu arrestato dai piemontesi.

Il generale Franzini fece uccidere il 20 novembre alla masseria Lamia nove patrioti delle bande di Petrozzi e Schiavone, catturati di sorpresa. L’indomani a Rapolla, nei pressi di Ponte Aguzzo, uno squadrone cavalleggeri “Saluzzo” attaccò un centinaio di patrioti di Crocco che perdette nove uomini. Altri venti, tra feriti e catturati, furono subito fucilati. I patrioti di Romano, in quel giorno, invasero le cittadine di Carovigno ed Erchie, disperdendone la guardia nazionale e saccheggiando le abitazioni dei liberali conniventi dei piemontesi.

Il giorno 27 furono sorpresi a Casacalenda in una chiesa due patrioti che, dopo essere stati incarcerati a Larino, furono fucilati “per tentata fuga” due giorni dopo.

Alla fine di novembre, morto il generale borbonico Statella, che da Roma ne coordinava le azioni, nonostante gli appoggi forniti dal generale Bosco, il gruppo di combattimento del colonnello Tristany si dissolse. Gli ufficiali stranieri se ne tornarono ai loro paesi e i gregari si riversarono in altri gruppi patrioti.

Il primo dicembre un reparto del 10° fanteria, per effetto di una delazione, riuscì a sorprendere alla masseria Monaci, nei pressi d'Alberobello, alcuni gruppi patrioti di Romano, di cui fucilarono 14 uomini, compreso il capo partigiano La Veneziana.

Il giorno 11 dicembre i patrioti a cavallo di Michele Caruso assaltarono vittoriosamente a Torremaggiore la 13ª compagnia del 55° fanteria, che tornava da Castelnuovo Daunia, dove aveva compiuto operazioni di leva.

A Ururi i piemontesi con uno stratagemma arrestarono il sindaco, tutti i consiglieri ed il prete come “sospetti” e li fecero incarcerare a Larino. A S. Croce di Magliano, su segnalazione del sindaco massone De Matteis, furono inviate truppe piemontesi a circondare le masserie Verticchio, De Matteis e Mirano, dove sono sorpresi e fucilati quattro patrioti. Nella stessa zona il comandante della guardia nazionale di S. Martino, il massone conte Bevilacqua, con cento uomini e una compagnia di fanti piemontesi riuscirono a catturare in un bosco circa 47 patrioti, che furono tutti fucilati a Larino.

Il 14 dicembre, a Napoli, nel carcere di S. Maria Apparente vi furono violenti tumulti per le condizioni inumane in cui erano tenuti i prigionieri. Vivevano in fetore insopportabile. Erano stretti insieme assassini, sacerdoti, giovanetti, vecchi, miseri popolani e uomini di cultura. Senza pagliericci, senza coperte, senza luce. Un carcerato venne ucciso da una sentinella solo perché aveva profferito ingiurie contro i Savoia. Spesso le persone imprigionate non sapevano nemmeno di cosa fossero accusati ed erano loro sequestrati tutti i beni. Spesso la ragione per cui erano imprigionati era solo per rubare loro il danaro che possedevano. Molti non erano nemmeno registrati, sicché solo dopo molti anni venivano processati e condannati senza alcuna spiegazione logica.

Questo era il governo dei Savoia, “vera negazione di Dio”.

A Torino, per acquietare l’opinione pubblica, fu nominata il 15 dicembre una Commissione d’inchiesta sul “brigantaggio”, dopo che vi erano state numerose denunce contro le barbarie commesse dalle truppe piemontesi contro patrioti che difendevano la libertà delle loro terre. Un deputato, Giuseppe Ferrari, federalista convinto, aveva detto “...potete chiamarli briganti, ma i padri di questi briganti hanno per due volte rimesso i Borbone sul trono di Napoli... Ma in che consiste il brigantaggio ? nel fatto che 1.500 uomini tengono testa a un regno e ad un esercito. Ma sono semidei, dunque, sono eroi ! ...Io mi ricordo che vi dissi che avendo visitato le province meridionali avevo veduto una città di cinquemila abitanti distrutta, e da chi ? dai briganti ? NO!” La città era Pontelandolfo.

Il 17 dicembre i bersaglieri del 29° battaglione riuscirono a sgominare i patrioti dell’avvocato Giacomo Giorgi presso Palata, nel Molise, dove uccisero 5 patrioti, catturando anche una partigiana.

La banda di Carbone fu accerchiata il 20 dicembre da fanteria, cavalleria e guardie nazionali nella masseria Boreano, nei pressi di Melfi. Furono tutti uccisi appena catturati.

Il 21 dicembre cavalleggeri piemontesi sorpresero nella cascina Barcana, nei pressi di Venosa, una ventina di patrioti che fecero morire atrocemente tra le fiamme.

Il 23 dicembre, migliaia di cittadini di Napoli, inviarono una petizione al Re Francesco II con la quale, nell’indicare le barbarie degli invasori piemontesi, riaffermavano la fedeltà alla monarchia dei Borbone e la speranza di un prossimo ritorno sul trono delle Due Sicilie.

Il giorno 29 lo squadrone cavalleggeri “Saluzzo”, stanziati a Gioia del Colle, salvarono un drappello di guardie nazionali di Acquaviva che erano stati circondati dai patrioti. In Capitanata, reparti dell’8°, del 36° e del 49° fanteria, comandati dal colonnello Favero, attaccati il 31 dicembre 1862 da un consistente numero di patrioti vennero sterminati con perdite superiori ai 150 morti.


L’anno 1862 si chiuse ....


...con una relazione alla Camera di Torino sulla situazione nell’ex Regno delle Due Sicilie con i dati ufficiali di 15.665 fucilati, 1.740 imprigionati, 960 uccisi in combattimento. Gli scontri a fuoco di una certa consistenza nell’anno furono 574. I meridionali emigrati all’estero furono circa 6.800 persone. Le forze piemontesi di occupazione risultarono costituite da 18 reggimenti di fanteria, 51 “quarti” battaglioni di altri reggimenti, 22 battaglioni bersaglieri, 8 reggimenti di cavalleria, 4 reggimenti di artiglieria. Nei territori delle Due Sicilie si contavano circa 400 bande di patrioti legittimisti, comandate per la maggior parte da ex militari borbonici.

Il Piemonte, che era lo Stato più indebitato d’Europa, si salvò dalla bancarotta disponendo alla fine dell'anno l’unificazione del “suo” debito pubblico con gli abitanti dei territori conquistati. Furono venduti, con prezzi irrisori, ai traditori liberali tutti i beni privati dei Borbone e gli stabilimenti pubblici civili e militari delle Due Sicilie. Tutte le spese per la “liberazione” e dei lavori pubblici (affidati alle speculazioni delle imprese lombardo-piemontesi) furono addebitate proprio alle regioni “liberate” (!!). 

Anche l’arretrato sistema tributario piemontese fu applicato nel Napoletano ed in Sicilia, che fino allora avevano avuto un sistema fiscale mite, razionale, semplice e soprattutto efficace nell’imposizione e nella riscossione, indubbiamente tra i migliori in Europa. Al Sud fu applicato un aumento di oltre il 32 per cento delle imposte, mentre gli fu attribuito meno del 24 per cento della ricchezza “italiana”.

Del resto era  l’avverarsi di ciò che pochi secoli prima aveva detto 
Emanuele Filiberto di Savoia
 
(“L’Italia? E' un carciofo di cui i Savoia mangeranno una foglia alla volta” );

Lo stato sabaudo si era dotato di un sistema monetario che prevedeva l'emissione di carta moneta mentre il sistema borbonico emetteva solo monete d'oro e d'argento insieme alle cosiddette "fedi di credito" e alle "polizze notate" alle quali però corrispondeva l'esatto controvalore in oro versato nelle casse del Banco delle Due Sicilie.
Il problema piemontese consisteva nel mancato rispetto della "convertibilità" della propria moneta, vale a dire che per ogni lira di carta piemontese non corrispondeva un equivalente valore in oro versato presso l'istituto bancario emittente, ciò dovuto alla folle politica di spesa per gli armamenti dello stato.
In parole povere la valuta piemontese era carta straccia, mentre quella napolitana era solidissima e convertibile per sua propria natura (una moneta borbonica doveva il suo valore a se stessa in quanto la quantità d'oro o d'argento in essa contenuta aveva valore pressoché uguale a quello nominale).
A seguito dell'occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato le proprie monete per trasformarle in carta moneta così come previsto dall'ordinamento piemontese, poiché in tal modo i banchi avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e avrebbero potuto controllare tutto il mercato finanziario italiano (benché ai due banchi fu consentito di emettere carta moneta ancora per qualche anno). Quell'oro, invece, attraverso apposite manovre passò nelle casse piemontesi.

 

Massimo d'Azeglio, in una lettera al senatore Matteucci scriveva tra l'altro: "A Napoli noi abbiamo cacciato il sovrano per ristabilire un governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono, e sembra ciò non basti, sessanta battaglioni...Abbiamo  il suffragio universale? Io nulla so di suffragio; ma so che al di qua del Tronto non sono necessari battaglioni, e che al di là sono necessari. Ci dev'essere per forza qualche errore.... Bisogna cangiare atti o principi..." (ed era filo-piemontese!)

Antonio Pagano

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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

Buongiorno
Ho letto gli articoli del sig. Antonio Pagano sull'occupazione piemontese del meridione negli anni 1860.
Non avendo motivo di dubitare sulla veridicità dei dati riportati (e tantomeno sulla buona fede del sig. Franco del cui sito sono e resterò frequentatore), vorrei porgere delle domande, rivolte all'autore di tali articoli:
1) è vero che la legge sabauda (Casati, '59) non risolse l'analfabetismo, che in piemonte viaggiava intorno al 50%, ma perchè nel brillante stato borbonico si toccò il 90%?
2) può dirsi efficiente un sistema economico basato sul protezionismo? Chiedere ai governi della Sinistra Storica e al fascismo
3) perchè il buon siciliano Orlando, uno dei 30000 rifugiati politici che il piemonte ospitava, i suoi cantieri non potè aprirli a casa sua?? E perchè la tremenda dittatura piemontese permise a ben 2300 di entrare tra le file dell'amministrazione entro il '57?
3) è vero che il buon Ferdinando fu il primo a emanare una Costituzione nel '48 a cui si ispirò sicuramente Carlo Alberto, ma perchè lo fece solo quando una rivoluzione rischiava di portargli via la cadrega, mentre Calro Alberto fece esperienza dei moti del '21 e una volta libero dal conservatore Carlo Felice, potè crescere in senso liberare? e soprattutto perchè nel '49 la costituzione borbonica era già carta straccia?
4) come complici dei piemontesi cita spesso i lombardi (usciti da poco da una tremenda dittatura) come rapaci imprenditori. Vorrei sapere dov'era la brillante e competitiva classe borghese-industriale nata da un secolo di buon governo borbonico.
5) è vero che il piemonte era lo stato più indebitato d'europa (avendo affrontato in 50 anni la crisi della restaurazione e i moti rivoluzionari, due guerre d'indipendenza e la guerra di Crimea) e che la leva obbligatoria e l'alta pressione fiscale erano impopolari, ma perchè i lombardi e i toscani, seppur con mille smorfie, pararono il colpo mentre la solida economia meridionale ci lasciò quasi le penne (vorrei ricordare che, moti esclusi, era dal 1745 che i borboni non combattevano una guerra: il tempo per fare due conti l'hanno avuto)?
6) La legge elettorale censitaria non la si può certo chiamare rappresentativa nè in Piemonte nè altrove, ma mi dica un po' che percentuale di popolazione portava alle urne al Nord e che percentuale portava nel ricco Sud...

La lista potrebbe continuare ma sarebbe inutile.
Credo sia ovvio che lo stato piemontese fu cieco, superficiale ed egoista, ma è altrettanto ovvio che lo stato Borbonico più che un solido edificio travolto da un uragano, non era altro che una capanna di frasche secche su cui si appoggiò uno scatolone di piastrelle!
Concludendo, da piemontese anti-risorgimentale, invito chiunque a diffondere questo sano "revisionismo", senza tuttavia scadere in ridicole e infondate nostalgie borboniche.
Confido in una risposta ed eventuali dati che smentiscano le mie tesi sono molto ben accetti
(la storia è una delle poche cose che devono essere certe e assolute, aldilà di ogni battibecco personale!)
Luca da Torino
(Piemonte)
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Può rispondere alle domande del sig. Luca il sig. Antonio Pagano
oppure chi la pensa come lui.
Franco

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riceviamo da ANTONIO PAGANO

Carissimo Franco,
Un lettore mi ha segnalato che un tale Luca, piemontese, voleva delle risposte ad alcune sue domande. Poiché non non ne ero a conoscenza prima rispondo ora.
Già altre volte ho avuto modo di dialogare sulle stesse cose con altri piemontesi e ho visto che è del tutto defatigante spiegare alcune cose perché alla fine non si arriva ad alcun charimento. Loro restano sulle loro opinioni e chiedono sempre le stesse cose. Allora questa volta voglio rispondere con un raccontino.
Un tale, mentre se ne sta buono nella sua casa, viene aggredito da alcuni, rubato di quanto possiede e bastonato perché si è permesso di difendersi. Gli aggressori poi, installatosi nella sua casa, lo rimproverano per giunta perché se ne sta buttato a terra tutto sporco.
E' la stessa cosa che hanno fatto i piemontesi.
Le domande che loro fanno su chi era più bravo e buono non significano nulla e, in fondo, a loro non interessano granché. Servono solo a deviare il discorso dall'aggressione che il Sud ha dovuto subire.
Se quel Luca vuol sapere chi era il più bello e il più bravo se lo vada a cercare negli Archivi di Stato, negli Archivi portuali (Genova e Napoli), negli Archivi delle Banche, delle Camere di Commercio, nelle relazioni fatte dagli Ambasciatori di Francia, di Svizzera, dell'Inghilterra, ecc. dove troverà la verità, se è questa che vuole sapere e che è quanto ho fatto io personalmente.
Con ogni considerazione e cordiali saluti,
Antonio Pagano

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TI AGGIUNGO
ANCHE QUEST'ALTRO MIO INTERVENTO

Uno dei progetti criminali del risorgimento piemontese contro i Duosiciliani

LA DEPORTAZIONE

(dal numero 1, anno 2003, della rivista Due Sicilie. Direttore Antonio Pagano)

 

"Se ci ponessimo in Italia ad applicare la pena di morte con un'implacabile frequenza, se ad ogni istante si alzasse il patibolo, l'opinione e i costumi in Italia vi ripugnerebbero, i giurati stessi finirebbero o per assolvere, o per ammettere in ogni caso le circostanze attenuanti.
Bisogna dunque pensare ad aggiungere alla pena di morte un'altra pena, quella della deportazione, tantopiù che presso le impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte. I briganti, per esempio, che sono atterriti dall'idea di andar a finire i loro giorni in paesi lontani, ed ignoti, vanno col più grande stoicismo incontro al patibolo".

Le parole di cui sopra sono del Ministro degli Esteri del Regno d’Italia, il milanese Emilio Visconti Venosta, indirizzate al Ministro a Londra, il piemontese Carlo Cadorna, in data 19 dicembre 1872 da Roma neonata capitale (Documenti Diplomatici Italiani [d’ora in poi, con la sigla D.D.I.], 2a Serie, Vol. IV, n. 235).

Esse danno un’idea abbastanza luminosa del clima di terrore ancora imperante nelle Due Sicilie: nonostante fossero trascorsi ben dodici anni dal cataclisma del 1860, le prigioni erano zeppe di prigionieri politici, 11.635 nella sola città di Napoli, mentre gli ultimi fuochi di resistenza andavano spegnendosi.

 

UN MANUTENGOLO MORALE

Il Visconti Venosta, come gli altri personaggi che incontreremo nel corso del presente studio, la cui ossatura sarà costituita principalmente da estesi documenti diplomatici monotematici, era un esponente di spicco della Destra storica "italiana", di quella Destra della quale il Croce ebbe a tessere, forse in un momento di depressione intellettuale, nel 1927, il seguente elogio: «…di rado un popolo ebbe a capo della cosa pubblica un'eletta di uomini come quelli della vecchia Destra italiana, da considerare a buon diritto esemplare per la purezza del loro amore di patria che era amore della virtù, per la serietà e dignità del loro abito di vita, per l'interezza del loro disinteresse, per il vigore dell'animo e della mente, per la disciplina religiosa che s’erano data sin da giovani e serbarono costante: il Ricasoli, il Lamarmora, il Lanza, il Sella, il Minghetti, lo Spaventa e gli altri di loro minori ma da loro non discordi, componenti un'aristocrazia spirituale, galantuomini e gentiluomini di piena lealtà. Gli atti loro, le parole che ci hanno lasciate scritte, sono fonti perenni di educazione morale e civile, e ci ammoniscono e ci confortano e ci fanno a volte arrossire; sicché deve dirsi che, se cadde dalle loro mani il fuggevole potere del governo, hanno pur conservato il duraturo potere di governarci interiormente, che è di ogni vita bene spesa ed entrata nel pantheon delle grandezze nazionali» (Benedetto Croce, Storia d'Italia dal 1871 al 1915, Adelphi, 1991, pag. 16), cioè il panegirico di spietati fucilatori come, nel Reame, non se ne erano visti prima se non in epoca giacobina francese.

 

AFFANNOSA RICERCA DI UN ANGOLO DI TERRA

La lettera del Venosta aggiunge particolari a particolari:

«…Ora, in quest’ordine di idee, e intorno ai nostri progetti di colonia penitenziaria, io La prego di avere sollecitamente una nuova conversazione con Lord Granville [Ministro degli Esteri di Sua Maestà Britannica, ndr]. Ella fu incaricata, or sono molti mesi, di chiedere al Governo inglese se per parte sua non vi fossero state obbiezioni alla cessione all'Italia, per parte di un capo indipendente, d'un territorio posto sulla costa Nord Est di Borneo. Questo capo indipendente aveva degli impegni col governo dell’India; noi non volevamo quindi procedere nelle pratiche senza prima prevenire il Governo inglese ed avere la sua morale adesione. Finora non abbiamo ottenuto una risposta. Lord Granville avrà dovuto certamente consultare i dipartimenti competenti ed anche il Governo dell’India. Lo spazio di tempo trascorso però è tale che abbiamo dovuto supporre che questo scambio di comunicazioni abbia già avuto luogo, e che il loro risultato essendo sfavorevole, si abbia preferito il silenzio ad una risposta negativa…In questo stato di cose, io La prego di avere, colla maggiore sollecitudine possibile, una aperta e leale spiegazione con Lord Granville e anche parmi opportuno che Ella interessi in questo argomento il Signor Gladstone, il quale ha tante volte portato con predilezione il suo pensiero sulle condizioni politiche e sociali dell'Italia e ci ha, da tanti anni, abituati a contare sulla sua simpatia. Lo scopo che perseguiamo non può che essere approvato, il sentimento che ci muove è quello di un Governo che vuole adempiere ai suoi doveri.
I nostri rapporti coll'Inghilterra e la convinzione della solidarietà di interessi che esiste fra i due Paesi ci consigliano di non agire se non d'accordo con essa e colla sua morale adesione in quelle contrade dove la politica inglese ha tanti e tanto potenti interessi. D'altronde non si può supporre che noi abbiamo l’interesse di fare amministrativamente una razzia di malviventi e di gettarli a caso su una spiaggia remota. Ella sa che si tratta per noi di introdurre la deportazione nella scala penale dei nostri codici e di regolare, col concorso del Parlamento, il piano di uno stabilimento penitenziario di deportazione, ma regolare e dietro tutti i suggerimenti della esperienza e della scienza.
Ma prima di tutto questo, bisogna che il Governo possa offrire la possibilità di trovare un luogo non troppo lontano dalle grandi linee della navigazione, in condizioni di clima compatibili coll’umanità e colle altre condizioni richieste.

L'Inghilterra ci potrebbe rendere senza alcun suo sacrificio, un vero servizio, dandoci prova di buona volontà e prestandoci un certo concorso morale nel raggiungere il nostro scopo.

La prego dunque innanzi tutto di chiedere una risposta relativamente al territorio nord-est di Borneo, risposta che, a quest'ora, non può a meno d'essere pronta.

In seguito La prego di accertarsi se noi possiamo contare su qualche buona disposizione da parte del Governo inglese. è abbastanza nella natura degli ufficj e delle autorità coloniali d'essere diffidenti alquanto ed esclusive. Se quest'affare, dunque in ogni circostanza, sèguita le vie burocratiche, si potrà attendersi sempre a difficoltà e ad ostacoli. Le ragioni, per esempio, che consigliarono il rifiuto per l'isola di Socotra la quale non pare che appartenga ora all'Inghilterra, non furono indicate nella lettera particolare di Lord Granville, e forse se fossero state esaminate non sarebbero parse sufficienti per motivare un definitivo rifiuto.
La prego, anche a nome del Presidente del Consiglio, di occuparsi colla maggiore sollecitudine, e col maggiore interesse, di questo affare. è da molti anni ormai che cerchiamo un angolo di terra, ma col desiderio e coll'intento di non metterci attraverso delle vedute e degli interessi inglesi, anzi col desiderio che lo scopo ci fosse agevolato dai consigli e dall'accordo morale del Governo britannico. Oramai ci preme di uscire dai dubbii a questo riguardo e di accertarci delle disposizioni reali che possiamo trovare».

 

ROMAGNOLI TRA I BRIGANTI

La stessa lettera ci informa che il Visconti Venosta, alcuni giorni prima, aveva avuto un incontro col Ministro d'Inghilterra Sir Bartle Frere, "una delle persone più competenti nelle questioni della politica inglese nelle colonie indiane", che si recava a Brindisi all’imbarco per Zanzibar in missione antischiavitù. Con lui toccò l’argomento dei progetti del governo "italiano" per la costituzione di una colonia penitenziaria, cioè un campo di concentramento lontano dagli occhi di tutti in un territorio remoto della Terra, in particolare nel Borneo.

Apprendiamo, con una certa meraviglia, che anche la Romagna dava grattacapi politici di non poco conto, se questi venivano equiparati a quelli che procurava l'ex Regno delle Due Sicilie:

«Spiegai a Sir B. Frere qual’era la nostra situazione. Noi non abbiamo alcuna volontà né alcuna ragione di metterci ora a fare della politica coloniale. Anche uno stabilimento di deportazione non sarà forse per l’Italia un'istituzione permanente. Ma abbiamo in alcune parti d’Italia alcune piaghe sociali triste retaggio del passato. Queste piaghe vogliamo guarirle a qualunque costo - è per noi una questione di dovere e di onore nazionale. Noi non vogliamo transigere con questi disordini e rassegnarci a fare menage con essi. Abbiamo passato questi anni a fare grandi sforzi per metterci in misura di far fronte ai nostri impegni finanziari; un sentimento analogo di dovere ci impone di porre un termine alle condizioni anormali della Romagna, del Napoletano, della Sicilia, di ristabilire colà una sicurezza pari a quella delle altre parti di Italia e degli altri paesi civili d'Europa. Questo dovere, i giornali inglesi ce lo fanno spesso sentire in un modo certo più sincero che obbligante».

 

ATTERRITE QUESTE POPOLAZIONI

Le sottigliezze diplomatiche del Venosta, le sue false argomentazioni, la sua finta innocenza, che servono a coprire il suo ruolo odioso di invasore, che con tutto il suo governo aveva inviluppato il Sud in un immenso grumo di sofferenza e di sangue, non devono trarre in inganno.

Appena due anni prima un alto ufficiale operante in Calabria in funzione antibrigantaggio dava ordini lapidari: "Atterrite queste popolazioni", terrore in nulla diverso da quello imposto, già negli anni 1808/1810 sempre in Calabria dall’accoppiata di criminali di guerra Charles Antoine Manhès e Pietro Colletta, quest’ultimo lo storico esaltato nei libri di scuola, colà inviati dall'ambizioso e folle "re" Gioacchino Murat per reprimere le insorgenze antinapoleoniche. Importante in proposito il carteggio tra il colonnello Milon, ex ufficiale dell'esercito duosiciliano passato nelle file del governo di occupazione, e il generale Sacchi di Pavia, carteggio raccolto con gran diligenza dal professor Eugenio De Simone (Atterrite queste popolazioni, Editoriale Progetto 2000, Cosenza, 1994).

Il piano di deportazione del Venosta coincideva quasi alla lettera con quello che il generale Sacchi di Pavia esplicitava al colonnello Milon in data Agosto 1868 da Catanzaro (pag. 93 del carteggio), segno di perfetta intesa tra militari e governo :

«Esposi al Ministero con dettagliata relazione l’opportunità e l'urgenza di adottare provvedimenti pei numerosi arrestati per ragione di brigantaggio; prevedendo difficile l'ottenere misure eccezionali che vogliono essere autorizzate dal Parlamento insistetti nel reclamare un provvedimento di traslocazione ad altre carceri di un buon numero di detenuti; si verrà così a conseguire il risultato per noi importante di allontanarli dai loro luoghi natii e così impressionare le popolazioni».

 

1862: QUI COMINCIA L'AVVENTURA…

Circa "l'angolo di terra" in cui relegare la parte del popolo duosiciliano riottosa al nuovo ordine e sopravvissuta alle fucilazioni, i documenti da noi raccolti spaziano dal 1862 al 1873. Il più antico è un telegramma, il n. 640, in francese!, del 17 novembre 1862, inviato dal Ministro piemontese a Lisbona, Della Minerva, al Ministro degli Esteri, Durando:

«La pubblicazione d’un dispaccio telegrafico da Parigi in data 6 dove a seguito lettera da Torino si parla di negoziazioni tra l’Italia e il Portogallo per cessione isola nell'Oceano, col fine di relegarvi briganti, ha talmente commosso opinione pubblica e la stampa che il ministero ha già fatto smentire tale notizia. Penso che per il momento sarebbe meglio sospendere ogni tentativo se si vuol farne più tardi con successo» (La publication d'une dépêche télégraphique de Paris du 6 où d'après lettre de Turin on parle de négociations entre l'Italie et le Portugal pour cession île dans l'Océan, afin d'y réléguer coquins, a tellement ému opinion publique et la presse que le ministère a déja fait démentir cette nouvelle. Je pense que pour le moment il serait mieux suspendre toute démarche si l'on veut en faire plus tard avec succès)». (D.D.I., 1a Serie, Vol. III, 1862).

Guido Po, uno storico di cose marinare, aggiunge, senza citarne la fonte, che il Ministero degli Esteri aveva fatto richiesta al Portogallo anche per una località nel Mozambico o nell’Angola (Il giovane Regno d'Italia alla ricerca di una colonia oceanica, in Nuova Antologia, fasc. n. 1339, anno 1928, pp. 516/528, affermazione riconfermata dallo stesso nella Rivista di Cultura Marinara, gennaio-febbraio 1942, pp. 3/13), ma di tale affermazione non s’è da noi trovato riscontro nei documenti diplomatici.

Quali considerazioni avevano spinto il governo italiano a rivolgersi, nella ricerca di un angolo di terra straniera a fini di deportazione, in primo luogo al Portogallo? La risposta va individuata nel legame parentale instauratosi nel mese di luglio di quell’anno 1862 in seguito all'avvenuto matrimonio tra la figlia del Savoia II, Maria Pia, e Luigi I di Braganza, Re di quel Regno da appena un anno. Il sire savoiardo e il suo entourage governativo volevano evidentemente trarre profitto da quella alleanza dinastica per trasformarla in un’alleanza di malaffare dai contorni abietti, malaffare che suscitò però ripugnanza e indignazione nel popolo portoghese. L’accorto sovrano non volle rendere il suo popolo e se stesso complici di un crimine che la storia avrebbe giudicato severamente.

 

UNO SCIENZIATO PAZZO AL GOVERNO

Il progetto di una colonia di deportazione di Duosiciliani fu ripreso nel 1867 dall'allora Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri, Luigi Federico Menabrea, savoiardo di Chambery. Questi in data 30 novembre rivolgeva al Ministro a Londra, Emanuele D'Azeglio, la seguente nota il cui contenuto doveva rimanere segreto:

«Vengo a farvi carico di una comunicazione particolarmente delicata e segreta. Da molto tempo il Governo cerca un luogo di deportazione per i condannati. Informazioni recenti ci indicano come molto adatta a tale scopo una regione situata sulla costa del Mar Rosso presso il paese dei Galla [Eritrea, ndr] in contiguità dell’Abissinia e che attualmente, per la verità, non appartiene ad alcun sovrano. Noi vorremmo occuparla; ma prima di intraprendere alcunché, sarebbe essenziale essere certi che da parte dell'Inghilterra non ci sarebbe opposizione. Vi prego dunque di sondare l’opinione di Lord Stanley [Ministro degli Esteri britannico, ndr] su questo argomento. Fate valere questa ragione: che il paese in questione da noi non viene occupato, lo sarà probabilmente da parte della Francia che certamente si affretterebbe a piantarvi la sua bandiera dopo l'apertura dell’istmo di Suez e potrebbe così creare difficoltà all’Inghilterra. Del resto questo desiderio, da parte nostra, non è affatto il risultato di una politica di conquista che non è nelle nostre mire, ma un bisogno di sicurezza interna di cui l’Italia non potrà gioire finché non ci sarà un luogo remoto per trasportarvi i numerosi criminali che affollano le sue prigioni. Noi contiamo sulla buona volontà che, a tutt’oggi, l'Inghilterra ha dimostrato verso l'Italia perché essa, l'Inghilterra, non sia un ostacolo ai nostri progetti» (D.D.I., 1a Serie, Vol. IX, n. 631) (Je vais vous charger d'une communication particulièrement délicate et secrète. Depuis longtemps le Gouvernement cherche un lieu de déportation pour les condamnés. Des renseignements récents indiquent comme très adaptée à ce but une région située sur le bord de la Mer Rouge près du pays des Gallas en contiguité de l'Abyssinie et qui, actuellement n'appartient réellement à aucun souverain. Nous voudrions l'occuper: mais avant de rien entreprendre, il serait essentiel d'être assuré que de la part de l'Angleterre il n'y aurait pas d'opposition. Je vous prie donc de sonder l'opinion de lord Stanley à ce sujet. Faites valoir cette raison que le pays en question n'est pas occupé par nous, et il le sera probablement par la France, qui certainement s'empresserait d'y planter son drapeau après l'ouverture de l'isthme de Suez et pourrait ainsi créer des embarras à l'Angleterre. Du reste ce désir de notre part n'est point le rèsultat d'une politique de conquête qui n'est nullement dans nos vues, mais un besoin de sécurité intérieure dont l'Italie ne pourra jouir tant qu'elle n'aura pas un lieu éloigné pour y transporter les nombreux criminels qui encombrent ses prisons. Nous comptons sur le bon vouloir que l'Angleterre a toujours démonstré envers l'Italie pour qu'elle ne soit pas un obstacle à nos projets).

 

LA PRUDENZA INGLESE

Il Ministro a Londra D’Azeglio, contrariamente alla storica burocratica lentezza tutta italica, rispose con inusitata rapidità, due giorni dopo, 2 dicembre 1867 ore 16,50, con telegramma n. 875 (D.D.I., 1a Serie, Vol. IX, n. 643):

«Circa la deportazione, Stanley non ha detto né sì né no, e non è sembrato affatto troppo contrario. S’è riservato di dare una risposta; ma egli desidera che il progetto sia differito, in ogni caso, a dopo la guerra dell'Abissinia, altrimenti questo farebbe nascere delle complicazioni sollevando i nativi contro gli europei. Gli ho detto di ricordarsi della Francia» (Stanley n’a dit ni oui ni non quant à la déportation et il n'a point paru trop contraire. Il s'est réservé de donner réponse; mais il désire que le projet en tout cas soit differé après la guerre de l'Abyssinie, sinon cela ferait naître des complications en soulevant les naturels contre les européens. Je lui ai dit de se souvenir de la France).

 

LA PATAGONIA ARGENTINA

Il Menabrea, uno dei carnefici di Gaeta, prototipo degli scienziati criminali - esperto di balistica, aveva diretto, nel 1860, i cannoni contro la fortezza e soprattutto contro l'ospedale - non demorde dal progetto, decide di battere strade al di fuori dell'influenza o presenza inglese. Dall’Africa orientale all'America meridionale, obiettivo la Patagonia, estremo limite meridionale dell'aspro cono argentino, un territorio all'apparenza terra di nessuno.

Circa un anno dopo infatti, in data 16 settembre 1868, sempre da Firenze, affida un dispaccio riservato (D.D.I., 1a Serie, Vol. X, n. 523) al Ministro Della Croce in partenza per Buenos Aires, documento stilato stavolta in italiano, ché dopo 4 anni di soggiorno in Toscana aveva cominciato a masticare un po' di dantesco idioma:

«Fra gli interessi gravissimi ai quali il Governo del Re deve porgere ogni sua cura, tiene un luogo distinto quello che si riferisce all'efficacia dei sistemi punitivi onde migliorare la condizione morale del nostro paese. La S.V. non ignora certamente in quali tristi condizioni queste versano in alcune parti d'Italia, ed Ella ben conosce come più volte già il Governo del Re abbia dato opera a ricercare se, col mezzo di stabilimenti penali in lontane contrade e colla deportazione dei rei, non raggiungerebbesi quel miglioramento che, nelle condizioni presenti, è pressoché impossibile ottenere col sistema in vigore della reclusione e dei bagni.

In tempi addietro furono fatti studi per fondare uno stabilimento di simil natura nelle regioni dell'America del Sud e più particolarmente in quelle bagnate dal Rio Negro che i geografi indicano come limite fra i territori dell'Argentina e le regioni deserte della Patagonia. Quel progetto benché sia rimasto allo stadio di semplice studio preparatorio, potrebbe forse utilmente essere coltivato quando difficoltà d'indole politica non venissero ad attraversarlo. Epperò il Governo del Re vorrebbe che la S.V., assunte quelle informazioni che Le sarà agevole procurarsi al suo giungere in Buenos Aires, subito si adoperasse a scandagliare le disposizioni del Governo della Repubblica Argentina per ciò che potrebbe riguardare l'effettuazione da parte nostra del progetto sovra indicato. Le terre che da noi si potrebbero occupare a quest’effetto sarebbero scelte tra quelle interamente disabitate e sulle quali non si estende la sovranità effettiva di alcun Stato. Limitata allo scopo poc’anzi accennato, l'occupazione territoriale non avrebbe in vista lo stabilimento di una vasta colonia destinata ad acquistare una importanza politica: quindi è che come assolutamente prive di fondamento si dovrebbero ritenere le apprensioni che da quel nostro progetto potrebbero sorgere nelle repubbliche meridionali dell'America. Noi facciamo assegnamento particolare sulla sagacità della S.V. per tutto ciò che può agevolare il compimento di un disegno che, ove potesse attuarsi, riuscirebbe di molto vantaggioso al nostro paese.

Ella vorrà pertanto, appena avrà raccolto le necessarie indicazioni, riferire al R..Governo il risultamento delle di Lei investigazioni».

 

RIFIUTO DELL’ARGENTINA

Giunto in Argentina, il Ministro Della Croce, espletate le indagini di rito, in data 10 dicembre 1868 risponde con un lettera riservata, il cui contenuto non lascia dubbi in proposito: il progetto era destinato a naufragare perché il Ministro degli Esteri di quel paese aveva lasciato "chiaramente intendere" che il suo Governo vantava "diritti chiari e incontestabili" sul territorio patagonico e pertanto non avrebbe mai acconsentito allo stabilimento di una colonia straniera di deportazione su una terra che esso considerava sua a tutti gli effetti anche se sussisteva contesa col governo del Cile che a sua volta accampava diritti di sovranità territoriale:

«Appena giunto a Buenos Aires mi sono immediatamente occupato della quistione che formava l'oggetto del dispaccio riservato dell'E.V. … Non ebbi difficoltà a conoscere che la Repubblica Argentina ha preteso in ogni tempo e pretende tuttora ad un assoluto diritto di neutralità sulle terre tutte di Patagonia al di là e al di qua dello stretto di Magellano. Ho pure saputo che alla foce del Rio Negro indicata da V.E. la sovranità di fatto della Repubblica è incontestabile esistendo colà al luogo appunto ove sorgeva l'antica missione del Carmen, un forte occupato da soldati argentini. Dopo questi ragguagli poca speranza mi rimaneva che ai disegni del governo Italiano potessero essere favorevoli gli animi di questi Governanti tanto suscettivi per ciò che si riferisce ai veri o pretesi loro diritti di sovranità. Non di meno ne parlai jeri al Ministro degli Affari Esteri. Questi mi confermò quanto ebbi l'onore di esporre più sopra aggiungendomi che i diritti della Confederazione sulla Patagonia e sullo stretto di Magellano erano chiari e incontestabili, che il Governo Argentino aveva è vero una quistione pendente a questo riguardo colla Repubblica del Chili la quale aveva da varii anni fondato una colonia nello stretto summentovato, ma che egli non dubitava menomamente che sottoposto il litigio a qualsiasi arbitro la Repubblica Argentina ne uscirebbe vincitrice; che quanto al possesso o dominio di fatto la Repubblica intendeva di estenderlo ogni giorno maggiormente per respingere sempre più le tribù indiane e mettere un termine alle loro incursioni, che a tale oggetto in questi giorni stessi si dovevano occupare nuovi punti verso il Sud. Sulla proposta poi del Governo Italiano che io gli feci in via di semplice e privata conversazione egli riservossi di conferirne col Presidente ma mi lasciò chiaramente intendere che il Governo Argentino non vi avrebbe aderito».

 

TERRORE NELLE CALABRIE

Intanto negli stessi mesi il colonnello di Stato Maggiore Bernardino Milon ex alto ufficiale delle Due Sicilie divenuto camerata del generale Presidente Menabrea, in perfetta consonanza di intenti col governo "italiano" composto, come visto, da uomini "virtuosi" secondo le oblique vedute del Croce, spargeva terrore nelle Calabrie e ne riferiva al suo superiore generale Sacchi nei termini seguenti: "il mio arrivo qui ha prodotto terrore, e difatti ieri a notte in Sorbo quasi tutti gli abitanti dormirono in campagna per tema di essere da me arrestati" (Eugenio De Simone, ibidem, pag. 111), arresti a cui seguiva inesorabilmente, per tentata fuga, la fucilazione. Merita di essere qui riprodotto un manifesto terroristico di codesto colonnello, traditore del suo popolo:

 

COMANDO DELLA ZONA MILITARE DELLE CALABRIE CITRA ED ULTRA 2a

"L'attuale stagione permettendo di attuare altre misure per la totale distruzione del brigantaggio, questo Comando determina quanto appresso:

1° - Tutte le mandrie, di qualunque specie esse siano, dovranno essere al più presto concentrate;

2° - Tale concentramento dovrà essere per contrade;

3° - I posti armati delle varie mandrie, della medesima contrada, saranno tutti riuniti in punto centrale, intorno al quale sarà solo permesso di tenere i pagliai;

4° - Nelle ore del giorno le mandrie potranno liberamente pascolare entro il terreno della rispettiva contrada, ed è severamente proibito ai Mandriani, foresi o qualsiasi persona, che le custodiscono, di asportare seco, nelle ore del pascolo, pane od altri generi di vittitazione, dovendo tali generi essere custoditi presso il posto armato centrale, ove è solo permesso di consumarli. I posti armati saranno direttamente responsabili di ogni contravvenzione a tali disposizioni.

I Signori comandanti degli scompartimenti, Distaccamenti, RR. Carabinieri e Guardie Nazionali sorveglieranno per lo esatto adempimento delle suaccennate determinazioni, e questo comando punirà con inflessibile rigore tutti coloro che non vi si conformeranno strettamente.

Rossano, 30 Dicembre 1868.

Il Luogotenente Colonnello Comandante B. MILON.

Erano gli stessi metodi terroristici che, esattamente sessanta anni prima, aveva inaugurato il Gauleiter di Napoleone, "re" Gioacchino Murat, nelle varie regioni del Reame, in particolare in Calabria, per mezzo del Manhès, per domare i tenaci insorgenti antifrancesi, già allora bollati come briganti (P. Colletta, Storia del Reame di Napoli, 7, XXVII) sì da far esclamare al Colletta, che gli teneva degnamente la mano: "Non vorrei essere stato il generale Manhès, e non vorrei che il generale Manhès non fosse stato nel regno negli anni 9 e 10".

Sicché fu, allora, sacrosanta vendetta della Calabria la fucilazione del tiranno giacobino a Pizzo, non volgare tradimento, come, con scarsa anima storica, vuole il magistrato Pietro D'Amico nel suo recente libro apologetico "Il re Gioacchino Murat" edito dalla casa editrice Monteleone di Vibo Valentia. Il D'Amico, nel poscritto al libro, ha perfino l'audacia di invitare la cittadinanza di Pizzo ad un atto di pubblica "resipiscenza", elevare cioè un monumento al Murat, nella stessa piazza che lo vide, secondo codesto autore, "martire ed eroe"! (La Gazzetta del Sud, 3.5. 2002, pag. 10)

 

TUNISIA: DEPORTIAMONE DIECIMILA

Lo stesso mese di dicembre 1868, da Firenze, il generale Presidente e Ministro degli Esteri Menabrea, sempre per il fine della costituzione di una colonia di deportazione in una terra remota, invia un dispaccio circostanziato all'Agente e Console Generale a Tunisi, Pinna. Viene concretizzato per la prima volta il numero di prigionieri duosiciliani, altissimo, da deportare: almeno diecimila. Nessun "tirannico" governo preunitario si era mai infangato in tal maniera:

«Il governo del Re desidererebbe che la S.V. studiasse se vi sia modo di stabilire sul territorio della Tunisia una colonia penitenziaria italiana.

Le condizioni che sarebbero richieste per fondare uno stabilimento di tal fatta sarebbero le seguenti:

1° trovare un territorio nelle condizioni volute di salubrità, fertilità ecc., il quale sia separato dalla costa abitata almeno di tanta estensione di deserto, quanta è necessaria perché uno o più viandanti non possano traversarla, se non organizzati in carovana.

Il territorio dovrebbe essere capace di almeno diecimila coloni.

2° ottenere dal Governo tunisino la Concessione per poter colonizzare quel territorio. La proprietà del medesimo dovrebbe essere ceduta al Governo Italiano mentre invece la sovranità rimarrebbe al Bey sufficiente alla tutela delle autorità che il Governo del Re invierebbe per esercitarvi la giurisdizione penale e civile sovra i suoi sudditi, ed ottenere inoltre che il Bardo consenta al governo del Re la facoltà di applicare le leggi penali del regno nella località sovrindicata.

3° entrare col Governo Tunisino in accordi per tutto quanto riguarda le particolari questioni riflettenti il transito dei coloni, la loro forzata dimora, i rapporti dei coloni stessi cogl’abitanti della reggenza, lo stabilimento di un’autorità tunisina nel territorio che si vorrebbe colonizzare ecc. Sembra che la presenza di un’autorità tunisina, almeno da principio, allontanerebbe il sospetto che in questo negoziato, che d’altronde vuol essere tenuto segretissimo, si asconda una cessione formale di territorio all’Italia.

4° ottenere dal Governo di Tunisi la facoltà di creare nella località prescelta un corpo di guardie

Fatte che Ella avrà le indagini necessarie, e prese le preliminari informazioni sulle disposizioni che si incontrerebbero, la prego Signor Commendatore, di volermi riferire l'esito delle pratiche ch'Ella avrà fatte» (D.D.I., 1a Serie, Vol. X).

 

IL BEY NON CI STA

Evidentemente la risposta del Bey era stata negativa, dato che il tema della deportazione "con ineluttabile necessità" veniva ereditato da un altro Ministero, quello del Lanza, in cui figurava come Ministro degli Esteri il Visconti Venosta, le cui parole hanno formato l’inizio della presente esposizione.

Ma, ancora nel 1868, 10 agosto, in piena estate, prima che le mire del generale Presidente Menabrea si volgessero verso la Tunisia, altra idea - inviare una nave in esplorazione per il mondo - aveva preso corpo nella mente del diabolico savoiardo, ossessionato da furore antibrigantesco. Si era ormai convinto che i governi stranieri non avrebbero mai ceduto una fetta di territorio per quel fine abietto.

 

LO ZAMPINO DELLA MARINA

A tal fine si rivolge al Ministro della Marina, August Antoine Riboty, originario di Puget-Théniers, nel dipartimento di Nizza (Ufficio Storico Marina Militare, lettera riservata, n. 457):

«Oggetto: colonia penitenziaria. è gran tempo che il Governo del Re riflette ai vantaggi che molti fra i rami della Pubblica Amministrazione, e segnatamente quello della punitiva giustizia, risentirebbero dalla possessione di un territorio oltremare, situato a ragguardevole distanza dalla madre patria, ove possa aver sede sicura e salubre una colonia penitenziaria. Né andrà molto che siffatto possesso diverrà pur anche un bisogno assoluto, quando cioè fosse introdotto il nuovo codice penale italiano, di cui già conoscesi il progetto, essendo in esso stabilita qual pena principale la deportazione.

Gli sforzi fatti insino ad ora per scegliere una località conveniente all'oggetto indicato non riuscirono ad utile effetto. Il Ministero degli Affari Esteri che si occupò principalmente di questa bisogna, pose, in più d’una circostanza, lo sguardo sopra diversi punti dell'uno o dell'altro emisfero, ma senza alcun frutto fin qui perché considerazioni politiche od altre di varia natura posero ostacolo all’attuazione dei concetti ideati prima d’ora a questo riguardo.

E’ però necessario che si ponga mano, quanto più presto sarà possibile, al compimento di un tale disegno. A questo scopo il provvedimento più vantaggioso ad essere prescelto, sarebbe quello di un viaggio di speciale esplorazione, intrapreso da una nave della R. Marina, al cui comandante fossero impartite particolari istruzioni riflettenti l'oggetto, compilate di comune accordo fra i vari dicasteri più particolarmente interessati in quell'argomento.

Il sottoscritto crede suo debito di chiamare su questo punto tutta l’attenzione del Ministero della Marina. Egli è persuaso di non aver d'uopo di ricorre a più estese argomentazioni in proposito, per trasfondere in esso il convincimento della necessità dell’indicata spedizione, e quindi dei concerti per ottenere che in tempo prossimo possa tradursi efficacemente in realtà. Starà quindi aspettando le comunicazioni che il Ministero della Marina vorrà essere compiacente di fargli a tale riguardo, assicurandogli dal canto suo tutto il concorso che possa essere in grado di prestargli».

 

LA REGIA MARINA NON HA LA FLOTTA

Sennonché la Regia "Italiana" Marina, dopo la sonora batosta portata a casa da Lissa nel 1866, 20 di luglio, per merito del Persano, esisteva quasi solamente sulla carta. Là infatti il fior fiore del naviglio da guerra era stato affondato dall'Ammiraglio dell'Impero danubiano Wilhelm Tegetthoff che già due anni prima aveva dimostrato la sua grande perizia strategica distruggendo la flotta danese nel Kattegat.

Sfortuna per il Menabrea volle che egli inviasse la sua nota al Riboty in ritardo rispetto alla partenza di una nave, la pirocorvetta Principessa Clotilde, di 2182 tonnellate, a vela e a vapore, lunga 66 m, dotata di 20 cannoni calibro 16, impostata da appena due anni (1866) in un cantiere di Genova dopo un lavoro di ben 5 anni, essendo stata impostata nel 1861, con quali soldi pagata non sappiamo o forse li sospettiamo. Due giorni dopo l’invio della richiesta, al Menabrea perviene fulminea, deludente, la risposta del Riboty (U.S.M.M., lett. n. 32300/2792). Egli è:

«oltremodo dispiacente che le condizioni del bilancio della Marina gli vietino in modo assoluto di destinare una nave appositamente per la spedizione di cui è caso.

Come è noto a codesto Ministero se gli avvenimenti ultimi del Giappone non avessero influito a dar ordine alla Principessa Clotilde di recarsi direttamente in quella contrada, al Comandante di tale R. Legno dovean darsi istruzioni nel senso che ponesse ogni cura alla ricerca di un sito per stabilirvi una colonia penitenziaria.

Se pertanto codesto Ministero crede che fra qualche tempo la presenza della Principessa Clotilde nelle acque del Giappone non sarà più necessaria alla protezione degli interessi nazionali, lo scrivente nel far proseguire al detto R. Legno il viaggio ch’era in progetto, sarà ben lieto di dargli istruzioni nel senso che in seguito ad accordo fra i vari dicasteri sarà stabilito per lo scopo che fanno oggetto della nota a cui si risponde».

Il dialogo tra i due Ministeri continua. Il generale Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri Menabrea, tenace fucilatore di Meridionali, con successiva lettera avente sempre per oggetto una colonia penitenziaria (U.S.M.M., 21 settembre 1868, prot. 490), preso atto delle condizioni del risicato bilancio della Marina, non è in grado di fornire una previsione circa il termine del viaggio di quella pirocorvetta nelle acque del Giappone perché:

«... la presenza di una forza navale italiana nell'Estremo Oriente, desiderata vivamente anche in addietro, ed oggidì resasi indispensabile ed urgente, può considerarsi siccome stabilmente necessaria anche per l’avvenire, affinché il prestigio del vessillo nazionale ed il sicuro sviluppo del nostro commercio con quelle regioni, possano rimanere inviolati.

In vista di ciò ed in presenza dell’altro bisogno, pur rispettabile ed urgente, di cui è parola, la R. Amministrazione non potrebbe certamente esimersi dal fare in modo che si provegga ad entrambi quei fini senza reciproco danno, e possibilmente senza troppo ritardo per quanto riflette il nuovo proposto viaggio di esplorazione.

Al sottoscritto parrebbe che la soluzione più semplice di questo oggetto, possa trovarsi nel disporre in anticipazione una nave che vada a surrogare a suo tempo al Giappone la Principessa Clotilde, alla quale sarà pur necessario dare presto o tardi lo scambio, e nell’affidare in parte alla nave medesima nel recarsi a quella volta, ed in parte alla Principessa Clotilde nel ritornarsene, l’incarico di eseguire le ricerche che ora interessa di condurre ad effetto.

Lo scrivente saprà grado [sic] al Ministero della Marina di fargli conoscere il proprio avviso a questo riguardo, indicandogli l'epoca in cui possa, nel caso, effettuarsi il divisato progetto, affinché vengano presi in tempo i necessari accordi circa l’importante missione di cui si tratta».

 

IL PARLAMENTO NON DEVE SAPERE

Tre giorni, dopo 24 settembre, perviene sollecita la risposta del Riboty (prot. 37410/3260): la pirocorvetta dovrà rimanere nelle acque dell'estremo Oriente fin verso la fine del 1870 e per il 1869 "non fu portata sul bilancio la spesa d’una nave che vada a surrogare la medesima… dovendo per regola le navi stazionarie all’estero rimanere assenti almeno 3 anni, come usasi da tutte le nazioni marittime…e qualora si voglia eseguire [il viaggio di esplorazione] bisognerà chiedere un fondo suppletivo per questa missione al Parlamento, ma adottando questa proposta [il Ministero della Marina] prevede le difficoltà cui si avrebbero ad affrontare se mai la delicata quistione venisse ventilata nella Camera, che stima superfluo di enunciare a codesto Ministero".

La pulce messa nell'orecchio dal Riboty circa la "delicata quistione" induce il Menabrea a rifarsi vivo (U.S.M.M., 7 ottobre 1868, lettera riservata prot. 529). Egli è:

«dolente…di scorgere come le condizioni del proprio bilancio e le norme adottate riguardo alle stazioni navali all'estero, gli impongano di rimandare sin verso la fine dell'anno 1870 il provvedimento proposto per la ricerca di una località adatta alla creazione tanto necessaria di una colonia penitenziaria italiana. Lo scrivente ammette senza difficoltà che la richiesta di fondi speciali al Parlamento per l'oggetto in discorso, presenterebbe gravi inconvenienti e pertanto, nell’impossibilità, a quanto sembra, di trovare pel momento un mezzo di esecuzione di quel progetto, deve suo malgrado limitarsi a raccomandare vivamente al Ministero della Marina di tenersi presente il progetto medesimo pel caso in cui si verifichi qualche straordinaria spedizione di navi in epoca per avventura più vicina a quella della normale surrogazione dell'uno o dell'altro dei regi legni stazionarii all'estero affinché si possa, in termine fattibilmente poco lontano, provvedere all'urgente bisogno di cui è parola».

 

SI RIPROVA NEL BORNEO

Dopo aver tentato a più riprese, collezionando smacchi diplomatici, di ottenere un’isola portoghese del Pacifico, o un lembo di Mozambico o di Angola, l’isola di Socotra nell'Oceano Indiano, un angolo di costa dell’Eritrea sul Mar Rosso, un fazzoletto di terra nella sperduta Patagonia, un po’ di sabbia del deserto tunisino, l’occhio del Ministro degli Esteri si volge ancora al Pacifico, per la precisione a un’isola dei Sette Mari: Borneo.

Gliene dà il destro la notizia che la pirocorvetta "Principessa Clotilde" si trova da quelle parti. Il 6 di gennaio 1869 quindi nuova iniziativa: il Menabrea, sempre ossessionato da patologia antimeridionale, decide di scrivere direttamente al comandante di quella nave, il capitano di fregata Carlo Alberto Racchia, torinese, futuro Senatore del Regno d'Italia (1/11/1892) e Ministro Segretario di Stato della Regia Marina (1892/1893), ma ne dà previa comunicazione al Riboty (U.S.M.M., prot. 14, Reg. Giappone) nei termini seguenti:

«…L’importanza dell'argomento segnatamente per ciò che concerne la possibilità di formare uno stabilimento sulle coste di Borneo ha deciso il sottoscritto di scrivere direttamente al Comandante della Piro-corvetta "Principessa Clotilde" per avere dal medesimo una relazione ragguagliata delle condizioni del paese dove si potrebbe impiantare quello stabilimento. Sin d’ora, ed anche soltanto dietro le informazioni avute sembra che il R. governo dovrebbe frapporre il minor indugio possibile ad inviare a Borneo un legno della R. Marina per esaminare minutamente ogni cosa ed anche per entrare in trattative positive e concrete per l’acquisto del territorio che ci è necessario per lo stabilimento che è in animo del R. Governo di fondare.

Se l’invio di altra nave dello Stato dovesse essere molto ritardato, converrebbe forse che la "Principessa Clotilde" ricevesse istruzione di recarsi di nuovo a Borneo allo scopo sopra indicato».

 

AUMENTA IL NUMERO DEI PRIGIONIERI

E, senza frapporre indugio, lo stesso giorno il Menabrea scrive al Comandante Racchia rivelando, in quelle che sono per noi, pronipoti di eroici Briganti, le sante reliquie dei documenti, il numero dei prigionieri da deportare, numero che stavolta sale incredibilmente a quindicimila:

«Dal Ministero della Marina mi vennero comunicate le osservazioni interessantissime che Ella ha fatto al suo passaggio a Borneo.

Bramerei che quelle osservazioni fossero da Lei completate ed esposte in una relazione a questo Ministero circa la facilità che presenterebbe lo stabilimento di una colonia penitenziaria sulle coste di quell'isola.

Il rapporto che io Le domando dovrebbe contenere una descrizione della località che si vorrebbe scegliere e ciò avuto riguardo tanto alle condizioni geografiche ed idrografiche, alla situazione politica attuale del territorio, alle sue condizioni economiche ed alle difficoltà che si dovrebbero vincere per istabilirsi e mantenersi.

Lo stabilimento che l’Italia vorrebbe fondare dovrebbe essere capace di almeno dieci o quindicimila deportati e dovrebbe per la fertilità o per altre produzioni naturali del paese fornire alla numerosa colonia i necessari mezzi di sussistenza.

Anche la quistione della salubrità del paese da scegliersi vuol essere tenuta in conto acciocché la deportazione non divenga pena più grande ed inumana pel condannato a causa di mortalità deplorevole nei funzionari e nelle truppe destinate alla custodia dello stabilimento.

Gradisca, Signor Comandante, i sensi della mia distinta considerazione».

 

E’ IL TURNO DELLE ISOLE DELLA DANIMARCA

Un mese dopo, esattamente il 23 febbraio 1869, con lettera "urgente e riservata" (U.S.M.M., n. 2 del Reg. Danimarca), il Presidente Menabrea ricontatta il Ministro Riboty comunicandogli che fin dal 1848 la Danimarca aveva abbandonato le isole Nicobare situate nell’Oceano Indiano a nord dell'Indonesia di fronte alla penisola di Malacca. Come al solito anche qui si fece sentire la longa manus della superpotenza mondiale, la Gran Bretagna, che, come il Menabrea comunica al collega della Marina,

«malgrado la dichiarazione di abbandono esitò di prendere possesso di quelle isole e stimò prudente di farsene cedere regolarmente il possesso dal Gabinetto di Copenaghen… [il quale] aderì a siffatto desiderio, mediante una dichiarazione del 2 dicembre 1868, non senza osservare, però, che codesta dichiarazione, fatta dopo una precedente dichiarazione d’abbandono, non avrebbe potuto pregiudicare il diritto di terzi che nel frattempo si fossero impossessati delle isole Nicobare come di res derelicta.

Nel caso, dunque, che le esitazioni della Gran Bretagna si protraggano ancora, e nel caso soprattutto, che quelle isole fossero giudicate di conveniente e vantaggioso possesso, nulla osterebbe a che dal R. Governo di procedere [sic!] alla occupazione.

Epperò il sottoscritto prega l’Onorevole Collega della Marina di voler considerare se alla Principessa Clotilde attualmente di Stazione al Giappone, si possa commettere l’incarico di visitare, nel più breve termine possibile, le isole Nicobare, e di riferire al R. Governo intorno alla convenienza o meno di acquistarne col possesso il dominio».

 

LA CONFERMA CHE I PRIGIONIERI SONO MIGLIAIA

Trascorso un altro mese, con scambi epistolari di poco o nessun valore ai fini del presente scritto, il Menabrea riscrive altra lettera al Ministro della Marina Riboty (U.S.M.M., 19 marzo 1869, lett. n. 7 del Reg. Danimarca), lettera da cui apprendiamo essere molte migliaia i detenuti politici rinchiusi nelle carceri della penisola :

«… L’epoca fissata per il viaggio della Piro-corvetta Principessa Clotilde nei mari della Cina sembra a chi scrive molto lontana per un’esplorazione come sarebbe quella delle isole Nicobar e delle coste di Borneo ad uno scopo utile ed urgente quale sarebbe quello di trovare una località dove stabilire una colonia penitenziaria per le molte migliaia di condannati che popolano gli stabilimenti carcerari del regno. L'invio di una altra nave forse sarebbe stato il partito migliore da adottarsi se i fondi stanziati in bilancio per l’anno corrente lo avessero permesso…

Se però il Ministero della Marina possedesse qualche suo uffiziale il quale avesse già visitato i paraggi dove sono situate le isole Nicobar, converrebbe forse lo interpellasse segretamente sulle vere condizioni di quelle terre e sulla maggiore o minore probabilità di riuscita che potrebbe avere uno stabilimento italiano che si volesse fondare in quella regione…»

 

INTERVENTO DELL’INGHILTERRA

Ma, quasi beffa a quel lungo lavorio sotterraneo, di cui il sedicente parlamento costituzionale italiano era tenuto pervicacemente all'oscuro, le informazioni, che quel Presidente bramava, erano a portata di mano in un libro pubblicato dalla Imperiale Marina Austriaca. Risponde infatti il Ministro della Marina con lettera riservata (U.S.M.M., prot. n. 684 del 23 marzo 1869):

«Non v'ha alcun uffiziale nel caso di poter fornire al R. Governo dati precisi sulle isole Nicobar e meno ancora sull’opportunità di stabilirvi o non una colonia penitenziaria. Cotesto Ministero potrà però rilevarne notizie dettagliate dal 2° volume del viaggio intorno al Globo eseguito dalla Fregata austriaca NOVARA negli anni 1857-58-59 a pag. 100 ove la descrizione politica geografica in delle dette isole è degna di tutta fiducia, per l’esattezza e l’imparzialità con cui è redatta».

L'obiettivo delle Nicobare di lì a poco venne però a sfumare, perché nello stesso anno 1869 l'Inghilterra, per l'importanzastrategica di quelle isole sullo stretto di Malacca, procedette alla loro occupazione, mettendosi così in grado di controllare tutto il traffico marittimo per la Cina, il Giappone, l'Indonesia e l'Australia.

 

ANCHE IN AUSTRALIA

Intanto il comandante della "Principessa Clotilde" si moveva con la sua fregata lungo le coste asiatiche dal Giappone a Bangkok, per sottoscrivere trattati diplomatici, tra cui uno con la Cina per "meglio regolare l'emigrazione dei coolies", sulla quale emigrazione, in realtà tratta di schiavi, tempo prima ci aveva fatto il suo bel gruzzoletto anche colui che la retorica patriottarda ha trasformato in "eroe dei due mondi".

Ma con lettera riservata (U.S.M.M., 28 settembre 1869, prot. 44912/2476) il Ministro Riboty fa sapere al collega degli Esteri che, adempiute il comandante Racchia le missioni assegnategli, avrebbe potuto procedere all'esplorazione a Borneo e fino ad Est dell'Australia:

«…Qualora l'esplorazione a Borneo e isole adiacenti al NE non dasse [sic] il risultato che si ripromette, l’unica altra zona interessante da esplorarsi con speranza di successo sarebbe quella all’Est dell'Australia…Urge avere una risposta poiché si correrebbe il rischio, aspettando, di far trascorrere nelle acque del Giappone alla "Principessa Clotilde" una parte del prossimo inverno, stagione preziosissima per recarsi nelle regioni tropicali ed eseguire la esplorazione di cui è stato incaricato il comandante di quel R. Legno».

L’affacciarsi sul Pacifico, dove già altri vantavano diritti di primogenitura, causava però sospetti e scontri diplomatici. L’Oceano sconfinato era appannaggio dell'Inghilterra, degli Stati Uniti, dell’Olanda, della Spagna, della Francia: trovare qualche terra non ancora colonizzata idonea alla deportazione risultava impresa alquanto difficile, se non impossibile.

Quelle potenze ravvisavano, nell’intrusione del nuovo venuto, un fastidioso potenziale concorrente nella spartizione del bottino coloniale, anche se si presentava, almeno in linea di principio, in veste di agnello alieno da mire colonialiste. Conferma infatti Sergio Angelini (Il tentativo italiano per una colonia nel Borneo, 1870-1873, Rivista di Studi Politici Internazionali, n. 4, ott./dic. 1966, p. 527): "In realtà questo motivo della deportazione… non poteva essere considerato… fine a se stesso ma invece, sull’esempio di altrui esperienze, avrebbe dovuto significare il primo nucleo di una successiva più vasta espansione coloniale". Cosa che si verificherà puntualmente nel 1884 con l'acquisto della baia di Assab in Eritrea da parte della società di navigazione Rubattino, la stessa già in precedenza fornitrice della nave Cagliari al Pisacane e di due navi al Garibaldi per lo sbarco a Marsala.

 

RIPUGNANZA INGLESE

Il padrone primario del Pacifico restava in ogni caso l’Inghilterra, verso cui il governo italiano si mostrava molto ossequente se non addirittura servile. Sull’affare di Borneo, il Ministro Cadorna da Londra riferiva, dopo un incontro con Lord Granville, al Ministro degli Esteri Visconti Venosta in data 3 gennaio 1872 (D.D.I., 2a Serie, Vol. III, n. 282):

«…il Governo Inglese, qualunque ne sia il motivo, non vede molto volontieri il nostro progetto di occupare una terra nei grandi lontani mari per farvi uno stabilimento di deportazione. Ma l’opposizione non fu finora per sua parte aperta, sibbene indiretta, fatta caso per caso, senza ragionamenti e motivi; soprattutto non fu mai ostensivamente basata sopra considerazioni politiche…[da] questa lunga conversazione traspare una non celata riluttanza al nostro progetto, appoggiata a ragioni insussistenti, e non applicabili al caso, le quali (dette da Lord Granville uomo molto fino, e di molta intelligenza) danno il diritto di credere, che i veri motivi di questa riluttanza non si vogliono dire, e che non si vuole perché ragionevolmente non si può. Ora tutto ciò mi conferma nella presunzione che le difficoltà non sono nel caso particolare di Borneo, e che nol furono negli altri casi consimili che l’hanno preceduto; ma che hanno base in una ragione politica di carattere generale…».

Dal rapporto emerge infine la parola (ripugnanza) che dà finalmente la misura della sporca, abietta, operazione che quel Ministro "virtuoso" era intenzionato a portare a compimento: “Se questo contegno di Lord Granville non fosse stato già preceduto da molti fatti che indicano la ripugnanza dell’intero Governo ai nostri progetti si potrebbe dubitare se il contegno di Lord Granville in questa circostanza possa considerarsi proveniente da un partito preso…”.

 

SOCOTRA NON SI TOCCA

Il 3 maggio 1872 giunge intanto da Londra al Ministro Visconti Venosta la risposta negativa dell'Inghilterra circa l'isola di Socotra di cui si è già detto (D.D.I., 2a Serie, Vol. III, n. 496). Il governo inglese, in previsione dell’apertura del canale di Suez, predisponeva i picchetti per il dominio del Mar Rosso, dominio che sarà poi completo con l'acquisizione del pacchetto di azioni del Canale di Suez ad opera del Ministro Disraeli.

Riferisce infatti il Ministro Cadorna:

«… intorno all’eventuale occupazione per parte nostra dell'Isola di Socotra…poiché essa [la risposta] è sfavorevole è da sperarsi che non sia per essere dello stesso tenore quella che sto ancora attendendo, e che ho già più volte sollecitata relativa alla occupazione di una parte della costa dell'Isola di Borneo. Veramente per quest’ultima non potrebbero esservi gli ostacoli che hanno potuto ravvisarvi per Socotra la quale si trova sulla nuova linea di navigazione tra l’Europa e i possedimenti inglesi nelle Indie pel canale di Suez».

 

1872: LA RESISTENZA CONTINUA

Intanto dal dispaccio 1136/348 datato Londra 11 settembre 1872 inviato dall'incaricato d'affari Maffei al Venosta apprendiamo "della recrudescenza del brigantaggio nelle nostre provincie meridionali" (D.D.I., 2a serie, Vol. IV, n. 117) su cui il Times aveva pubblicato "un articolo di fondo in cui, sebbene si esprima molta simpatia per il Governo Italiano, tuttavia non gli si risparmiano biasimi per non agire con più energia per estirpare una piaga così grave”. Questa notizia è da tenere nella dovuta considerazione, perché dilata ancora di qualche anno il limite temporale di opposizione dei Duosiciliani al governo unitario, normalmente fissato dai cattedratici all'anno 1870.

Sullo stesso argomento tornava il 10 aprile 1873 il Segretario Generale all'Interno, Cavallini, in una nota al Venosta (D.D.I., 2a Serie, Vol. IV, n. 453): “Da qualche mese si diffondono voci con qualche insistenza nella Sicilia e nelle Calabrie di prossimi movimenti insurrezionali”.

Nel 1873 il Cadorna ha un ultimo incontro con Lord Granville. La lettera che ne riferisce gli esiti (D.D.I., 2a Serie, vol. IV, n. 271) è della massima importanza storica perché demolisce l'artificiosa, interessata, suddivisione storiografica in voga che vuole un brigantaggio politico fino al 1862/63 e un brigantaggio banditesco da quegli anni al 1870.

Dalle parole di quel Ministro piemontese a Lord Granville emerge in tutta la sua unicità l'aspetto politico della resistenza duosiciliana, purtroppo acefala, all'invasore nordista e ai suoi collaborazionisti, iniziata nel 1860. Ne riportiamo le parti più significative:

«… La criminalità in Italia è diversissima nelle sue varie parti. Le parti in cui essa è poco soddisfacente son la Sicilia, il Napoletano, ed alcune province delle Romagne. Sebbene in questi luoghi siamo immensamente lontani dallo stato in cui i precedenti Governi ci lasciarono quelle province, quando i Tristany, ed i Borjés capitanavano bande di 300, e più briganti, pure è deplorabilmente vero, che lo stato della sicurezza pubblica è lungi dall'esservi soddisfacente. Noi siamo deliberati di metter fine a qualunque costo a questo stato anormale, e di fare a tale scopo tutti i possibili sforzi. Per noi è questa non solo una questione delmassimo interesse, politica, e quasi sociale, ma è questione di dovere, e di onore…Quale può essere il rimedio? La pena della morte? No. I gravi reati sono ancora frequenti. Il numero dei manutengoli che sono la vera base, ed il quartiere generale dei briganti, e senza la cui distruzione è impossibile la distruzione del brigantaggio, è assai grande. Piantare il patibolo ad ogni passo, ad ogni momento è cosa altrettanto impossibile!… Si dovrebbero fare delle carneficine… solo la deportazione, come pena, può, in Italia, essere applicata largamente, ed efficacemente; essa soltanto può reprimere la numerosa classe di manutengoli. I briganti… avvezzi a mettere la vita in pericolo, resi più feroci dalla stessa lor vita, salgono spesso il patibolo stoicamente, cinicamente (esempio tristissimo per le popolazioni!). Invece la fantasia fervida, immaginosa di quelle popolazioni rende ad essi ed alle loro famiglie terribile la pena della deportazione. In Italia, e massime nel Mezzodì, ove è grande l'attaccamento alla terra, ed al proprio sangue, il pensiero di non vedere più mai il suolo natale, la moglie, i figli, di passare, e di finire la vita in lontano ignoto paese, lontani da tutto, e da tutti, è pensiero che atterrisce. Non v'ha più né speranza di grazia né di fuga, né di ajuto esterno. La pena della deportazione è per noi una vera necessità… Noi non abbiamo alcun pensiero di fare delle colonie; lo scopo che ci proponiamo è abbastanza giustificato dalle circostanze, perché ci si possa supporre una volontà che non abbiamo; vogliamo applicare un sistema penale. Non vogliamo neppure fare delle colonie penali; ma sibbene degli stabilimenti penali, un penitenziario lontano…l’effetto sui malfattori italiani, e sulle loro famiglie, e massimo per la parte meridionale d'Italia, sarebbe grandissimo».

Lord Granville ascoltò il lungo monologo senza batter ciglio, poi esclamò: “Non sarebbe egli meglio portare i malfattori italiani del Sud a scontare la pena nel Nord dell'Italia…?”.

E il Cadorna: “Risposi, che ciò già si faceva da molto tempo…».

 

 

ANCHE L’OLANDA SI OPPONE

Anche per l’insediamento nell'isola di Borneo il governo italiano conseguì dunque uno smacco diplomatico. Al diniego inglese si era sommata anche la tenace opposizione olandese, dato che l’Olanda ne possedeva quasi tutto il territorio, ma ne attendeva il riconoscimento britannico proprio in quegli anni. Il governo italiano però fin dal 1869, in previsione di altri smacchi diplomatici, aveva deciso di seguire strade non ortodosse per conseguire l’obiettivo deportazione: affidare a un privato il compito di ricercare una colonia nelle isole intorno alla Nuova Guinea per deportarvi almeno ventimila prigionieri (v. Guido Po).

Fu incaricato un certo Giovanni Emilio Cerruti. Costui aveva firmato una convenzione col Sultano delle isole Batchiane, a nord della grande isola di Ceram. Quel Sultano concedeva il diritto di sovranità su alcune di quelle isole in cambio di un canone annuo in gilders olandesi. Lo stesso risultato il Cerruti conseguiva col Rajah delle isole Key e coi due Rajah delle Arù. Ma le ulteriori opposizioni britannica e olandese consigliarono al governo italiano di desistere definitivamente dall'impiantarsi da quelle parti.

Agli schizofrenici fucilatori di Duosiciliani non rimaneva dunque che rimandare a tempi più favorevoli (colonia di Eritrea) il compimento dei loro piani distruttivi della nazione duosiciliana che, per sopravvivere alle fucilazioni sommarie, ai lutti, alla pesantissima pressione fiscale, alle rapine, si era già incamminata sulla strada dell’emigrazione, cioè dell'autodeportazione, risolvendo così, senza rumore politico, il problema dello scienziato pazzo e dei suoi "fratelli."

Antonio Pagano
Direttore della rivista Due Sicilie
numero 1, anno 2003, .