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Un maledetto imbroglio
 
Massimo Luigi Tiano
 

Ed. Firenze Libri.   € 12,00

 
   
     
Pubblicazioni
Le Prime Pagine
 
 
Un maledetto imbroglio
di
Massimo Luigi Tiano

Nel febbraio del millenovecentosettantadue, mentre rivoltavo le giornate nel più profondo disadattamento, non credendo di trovare neppure in altri luoghi vicini, il terreno favorevole per possibili cambiamenti, pensai d'andare a Gorizia. Chissà mi dicevo, che non abbia anche a cogliervi il bandolo di un avvio e magari scoprirci la fortuna.

Veramente in quegli anni erano altri, i luoghi decantati.

Ma l'India era troppo lontana e la California la potevo vedere solo in qualche cartolina che cinicamente mi spediva qualcheduno dei miei amici: assaporavo lo sfizio di vedere una città nella quale difficilmente sarei passato nel corso di tutta la mia vita e mi sarei sollazzato nel piacere di strombazzarlo.

Questa era la giustificazione che davo a me stesso, ma in fondo non era così, a Gorizia c'ero già stato ma non volevo ricordarlo.

All'Università di Bologna avevo conosciuto una ragazza di S.Donà di Piave, ma per non farci notare in quel paese avevamo deciso di frequentarci in un alberghetto di periferia a due passi dalla stazione ferroviaria di Mestre.

Uno di quei giorni, dovevamo raggiungere il terzo binario dove alle diciannove e quarantacinque transitava l'espresso che solitamente prendeva per rientrare. Erano ancora le diciannove e trenta il treno era fermo nell'attesa che salissero i passeggeri e quando mi prestai per sistemarle nel vagone un voluminoso vaso di terracotta che aveva acquistato al mercatino, improvvisamente ripartì.

Chiesi al controllore perché dell'anticipo e questo con un'aria da burlone: "questo treno parte dallo stesso binario, fa lo stesso tragitto ma è arrivato con un'ora e mezza di ritardo e ferma solo a destinazione. Il suo arriverà tra poco".

Purtroppo io non potevo più scendere e l'unica fermata era Gorizia. Non ebbi neppure il tempo di salutarla e non ci rivedemmo mai più.

Decisi di rimanere in quella città per qualche giorno e profittarne per fare una visita ad un amico e conterraneo del quale avevo appreso casualmente il ricovero all'ospedale.

M'era sembrata una perfetta opera di misericordia corporale andare a prestare assistenza o almeno conforto a quell'infelice, ma non sapendo che era ricercato dalla polizia per un mostruoso delitto di sangue, poco ci mancò che non mi prendessero per un suo complice o gregario e non m'associassero alla sua sorte, che fu miseranda.

 

Se fossi partito per Gorizia la mattina di quel giorno, la mia vita avrebbe avuto un corso diverso. Ma non fu così, quel giorno rimarrà impresso nella mia vita in modo indelebile perché fu l'inizio di un corso d'eventi dai quali uscirò segnato per sempre.  Proprio quella mattina giunse a mio nonno una lettera speditagli da don Antonio Pilato. Gli comunicava che con la sua intercessione ero stato nominato segretario comunale di seconda categoria al Municipio di Savelli ed avrei dovuto prendere servizio nel giro di qualche giorno.

 

  

Ma che cos'è più il passato, triste o lieto, per un giovane che si mette a far passi nuovi nel mondo? Sarei transitato senza alcuna emozione in questo posto ai margini del mondo, fiero del mio  prestigioso lavoro e non mi sarei fatto cogliere dagli ordinari turbamenti quotidiani, indifferente alle persone, alle forze dell'ordine e alle intemperie della vita che potevo finalmente affrontare  col prestigio delle funzioni. E lo pensavo mentre viaggiavo in un accelerato che da Bari raggiungeva Reggio Calabria su di un unico binario percorrendo tutta la fascia ionica a ridosso del mare dov’era difficile scorgere la differenza delle stazioni, tutte uguali, piccole, poco illuminate quasi vuote. Il treno arrivava, usciva un capostazione che mi sembrava sempre lo stesso, il più del volte annoiato e mal messo, che qualche volta fischiava, altre volte urlava o si limitava ad un cenno di via libera con il braccio.

Quel serpente rumoroso ripartiva lentamente, per poi accelerare, percorrere qualche chilometro e rifermarsi.

Era il mare che fissavo lungamente, quando la poca luce di un sole sbiadito sbucava tra le nubi sul finestrino appannato dal caldo e dal fumo in un vagone fetido dai sedili di legno.

Un gruppo di ferrovieri giocava a carte nell'ultimo vagone e tra il frastuono delle rotaie e il cigolio dei sedili s'udivano chiaramente le imprecazioni alla Madonna che io ascoltavo con ardente ingordigia nella vana speranza di essere chiamato al gioco.

Avevo nel taschino superiore del sinistro del gilet, un'agendina tascabile rilegata in similpelle, dove annotavo il nome della stazione e di tanto in tanto lo confrontavo con il percorso che mi aveva segnato scrupolosamente, il nonno Leone, per giungere alla mia destinazione, che da incompreso giocatore d'azzardo mi dipingeva come un posto dove non c'era altro modo per poter sfogare senza pericolo l'avidità di danaro, il dispetto verso gli altri e, per i giovani, l'esuberanza dell'età e la voglia di vivere.

"Nei paesi la vita è sotto la cenere", mi diceva. "Per vivere come si vorrebbe da giovani ci vuole danaro, e di danaro ne corre poco, allora si gioca per moltiplicarlo e si finisce di fare del gioco un fine, una mania nella quale si stempra la noia della notte. Qualcuno che si ribella o che viene scosso dalla necessità se ne va a lavorare all'estero o a Torino. Gli altri continuano a giocare, a studiarsi, a guardarsi vivere un l'altro.  Con una mano si trattengono e con l'altra si derubano ferocemente, accordandosi in due per spogliare un terzo o in tre per spogliare un quarto, e mutando poi composizione, finche uno alla volta,  restano spogliati  di quattrini e d'ambizioni secondo un codice d'onore che favorisce sempre la malasorte". E parlava senza mai stancarsi il nonno muovendo le sue lunghe dita, bevendo vino e fumando un sigaro puzzolente lungo quanto i suoi discorsi.

 

 

Mi resi conto di essere arrivato solo quando passò per il corridoio il controllore, con l'aria irrequieta di chi ha finito il proprio turno di servizio, il quale scorgendomi si fermò di scatto e dimostrandosi irritato della mia presenza m'avvertì minacciosamente che quella era l'ultima fermata. Non persi tempo, afferrai la valigia  e l'impermeabile avviandomi verso l'uscita.

La stazione deserta. Un solo lampione dalla luce giallastra illuminava un cancelletto che portava sul retro. Cercai subito i bagni pubblici e appena ne varcai la soglia sentii il rumore dello sciacquone. Era un bagno turco completamente buio, non sapevo dove poggiare la valigia tentai allora un'acrobazia e mentre con una mano tenevo il bagaglio adagiai il soprabito sulle spalle. Mentre stavo per saziare quell'insostenibile desiderio di liberazione, mi cadde l'impermeabile e per afferrarlo mollai la valigia. Alla fine non sapevo se fossi riuscito a centrare la valigia, l'impermeabile o il buco del vaso.

Mi diressi verso l'unica panchina in penombra tra un giardino senza fiori rigorosamente recintato con filo spinato e il parcheggio riservato ai dipendenti della ferrovia.

Il freddo era pungente, la nebbia avvolgeva ogni cosa e temevo il buio della notte in cui non si notava segno di vita se non una minuscola luce in lontananza che potevo vedere solo stando all'impiedi.

Non mi restavano che due possibilità: dormire nella stazione, in qualche angolo o in un vagone ferroviario, oppure inoltrarmi verso quella che mi  appariva una finestra nelle tenebre. Mentre stavo per prendere la prima soluzione, guardavo col cuore in gola dall'altra parte.

 Con il bagaglio in una mano e l'altra mano in tasca m'avviai verso quella casa temendo di congelare dal freddo. Percorsi il tragitto con passo frenetico ma quando giunsi in prossimità dell'entrata, avvertii un certo frastuono provenire dall'interno, voci offuscate e rumori ferrosi. Prima di bussare mi fermai sull'uscio, avevo il timore che se si trattasse di un gruppo di malviventi che stesse dividendosi il bottino di qualche rapina, oppure in procinto di commetterla e m'attanagliò una fifa tremenda.

Compresi cosa stava succedendo quando, dopo un attimo di silenzio, sentii distintamente: "Tre volte, perdio, tre volte!" seguito da frastuoni e un lapalissiano "vaffanculo".

Bussai un paio di volte, senza risposte, bussai ancora e fu silenzio incombente, quando una voce femminile intervenne e qualcuno aprì uno spiraglio di porta. Sull'uscio apparve un uomo scamiciato, visibilmente sudato e con la cravatta sulla spalla, del quale notai i folti baffi, il naso aquilino e la statura bassa e dimessa.

Mi osservò fugacemente dalla testa ai piedi e mentre mi scrutava, visibilmente imbarazzato dissi "fa molto freddo", ci guardammo per qualche istante, il tempo di misurarmi con disgusto e senza pronunciare neanche una parola aprì completamente la porta e si diresse verso il tavolo avvertendo i giocatori, uno dei quali lentamente si alzò e mi venne incontro tracotante di sudore con i capelli arruffati e gli occhi rossi dal fumo. Aveva l'abito talare aperto sino alla tre quarti e le maniche arrotolate sulle braccia da dove fuoriusciva il maglione di lana marrone. Il cuore trafitto dei padri passionisti penzolava e il collare sporgeva dalla tasca sinistra.

Abbandonai la valigia, rimanendo inchiodato al pavimento per non farla cascare, ma stendendo il braccio mi ricadde l'impermeabile. Il sacerdote  mi abbracciò con una stretta micidiale rifuggendo la sua attenzione alla ripresa della partita.

 "Mi dispiace avervi interrotto la partita" dissi, raccogliendo con distrazione l'impermeabile.

"Sono semplicemente dilettanti", rispose abbottonandosi il talare, "e ogni tanto gli concedo qualche lezione  di poker".

Mi sedetti rendendomi conto di trovarmi in un'osteria, con una grossa botte in fondo al locale e tanti contenitori in vetro dentro vecchie casse di legno e di fianco  un vecchio bancone rivestito di fòrmica bianca a sfumature grigie e rosse con larghe chiazze di vino.

Quando girai gli occhi vidi davanti a me due grandi tette che anticipavano una ragazza bruna dalle pupille nere con un piatto fumante di frattaglie. Lo appoggiò sul bancone porgendomi una forchetta e riempendomi un bicchiere di vino.

Attratto dalle sue portentose poppe, calai la forchetta nel piatto e dopo aver inforcato qualche cosa di corposo, che mi pareva un fegatino di pollo, infilai il tutto nella bocca. Non ebbi il tempo nemmeno d'assaporarne il gusto che avvertii un calore infernale sino all'esofago, e pur tentando di trattenermi, rigettai violentemente la poltiglia proprio sull'addome della sventurata che emise un urlo spaventoso, dettato più della paura del mio gesto che dal disgusto.

A bordo di una rombante Simca NSU, percorremmo una strada lunga e tortuosa, con i castagni che facevano da galleria delimitandone l'asfalto. E mentre il sonno mi attanagliava le palpebre,  la luce dei fari che illuminava gli alberi nella nebbia mi dava la sensazione di vedere dovunque mostruose figure tenebrose in attesa di uccidermi. Quando mi ero mezzo addormento soggiunse "ti sistemerai nella canonica. Abbiamo appena finito di ristrutturarla. La signora Virginia si prenderà cura di tè. Poi avremo tante cose da fare e non troverai il tempo d'annoiarti".

Aprì il portone di  un antico palazzo proprio a ridosso della piazza e mi accompagnò nell'ultima stanza sulla destra di un lungo corridoio vestibolare.

Mi accennò delle opere che stava compiendo e delle attività che si svolgevano in quella specie di convento. Mentre parlava sfogliava un blocco di corrispondenza che s'era accumulata da alcuni giorni. Interruppe il discorso e fissò lo sguardo su una busta. Dopo averla aperta la mise da parte con discrezione e dissimulando il gesto con un rapido movimento della mano la infilò sotto il mazzetto che pose sopra un pensile a fianco di una specchiera.

Dopo avermi chiesto se mi servisse qualcos'altro sparì salendo per le scale che si innalzavano al fianco della mia stanza.

Avevo appena messo il pigiama e stavo per andare al bagno, ma quando accesi la luce del corridoio m'accorsi che il blocco della corrispondenza era caduto a terra e s'era aperto come un ventaglio. Nell'atto di raccogliere tutte quelle carte mi resi conto che dalla busta che aveva appena aperto fuoriusciva una mezza banconota da centomila lire.

Stavo sudando, corrugai la fronte. L'esperienza mi aveva insegnato che i misteri che cominciavano con guadagni non richiesti finivano, presto o tardi, in modo piuttosto fastidioso, e più presto che tardi. Come incoraggiamento, la banconota era stata tagliata con forbici acuminate al lato della testa di Manzoni formando quattro dentature artistiche che sembravano ricamate.

"Che cosa può significare tutto questo", mi chiesi.

Guardavo la banconota in controluce, non era falsa, riguardai dentro la busta se c'era un foglio. C'era.

Mi chinai su di esso lo lessi. Si trattava di un foglio di carta intestata del notaio Gabriele De Santis, Via della Mugnaia,18 - Napoli, a cui era spillato un cartoncino a due facciate in pergamena, con uno stemma dorato inciso da una parte: tutto molto suggestivo o almeno lo sarebbe stato se quel cartoncino non fosse stato macchiato e ingiallito come se esistesse da un'intera generazione. Come l'indirizzo, il testo della lettera era scritto a macchina.

Pensai, "sembrano usciti da una soffitta".

Non c'era molta luce, non avrei potuto leggerne il contenuto e dopo aver sistemato ogni cosa, mi recai nella mia stanza.

Chiusi la porta, accesi la luce sul comodino evitando di compiere gesti inconsulti, e quasi fossi interprete di un film, misuravo ogni mio gesto.

Il notaio scriveva a don Antonio Pilato annunciandogli il decesso della baronessa Amalia Quintieri e l'apertura del testamento.

Con delicatezza  accostai il cartoncino alla lampada.

Egr. Monsignore, c'era scritto, Quando leggerete questa mia, sarò trapassata nel regno nei cieli.

E' giunto, quindi, il momento di confidarVi con profonda penitenza il segreto che mi sono trascinata con angoscia e tormento per tutta la vita, nella speranza che il buon Dio mi possa perdonare.

Giunta all'epilogo dell'eternità, lascio la vita terrena con il rimpianto e il profondo rimorso di non aver potuto dare alcun affetto all'unica persona che ho sempre amato e che non ho più visto sin dalla sua nascita, sottrattomi da mio padre per evitare alla famiglia lo scandalo della mia maternità senza matrimonio.

Confido nella sua indulgenza e benevolenza che tante volte mi hanno dato conforto, rivelandomi la forza del signore.

Per ciò vi ho nominato erede universale di ogni mio bene con l'onere di rintracciare la mia creatura cui trasferirete il patrimonio.

La bimba è nata l'ultimo giorno di febbraio dell'anno 1932 ed affidata dal notaio Natale Naty alle suore Orsoline dell'orfanotrofio di S. Severina.

 Mi affido alla sua immensa disponibilità di cui mi già dato lodevoli dimostrazioni in vita e che il signore mi possa perdonare.

In piena grazia di Dio

Baronessa Amalia Quintieri.

La firma era quella di una vecchia tremolante, all'antica, ma decisa di giungere allo scopo.

Riponevo tutto nella busta, e la rimisi sul pensile tra le altre lettere.

 

 

Mi svegliai di soprassalto ad un logorante ed inteso suono di campane, avevo dormito poco e male, mi giravo e rigiravo nel letto con la testa tra carte, persone e luoghi che avrei dovuto incontrare la mattina.

Scrutai se in casa si udivano i segni di presenza umana ma non doveva esservi nessuno. Passando dalla cucina sentii un forte odore di latte bruciato. Sul tavolo al centro della stanza c'era pronta la colazione.

Alle otto, quando mi allontanai dal convento, la nebbia era diventata un pulviscolo trasparente e leggero in cui potevo appena distinguere, su un lato della piazza e al fianco di una scalinata, un'antica costruzione di tre piani. Solo qualche tempo dopo mi venne detto che era stato anch'esso parte del convento fondato da alcuni monaci benedettini. Durante il risorgimento era divenuto la dimora di un feudatario reale e nel fascismo vi amministrava il podestà.

Al piano terra vi era l'entrata della casa mandamentale, mentre al piano superiore sul bancone era visibile l'insegna in latta "Pretura di SAVELLI".

Salendo le scale sulla destra a fianco di un portoncino campeggiava una targa smaltata con scritto Municipio.

La porta era aperta, entrai e sull'androne apparvero due porte. Imboccai quella a sinistra, infilandomi in un modesto ufficio dalle finestre inferriate. Ad un tavolo collocato nel fondo e ingombro di fogli, cartelle e piante geografiche, in piedi come un generale davanti alle carte della zona di operazioni, stava un uomo di media statura. Mi aveva già sentito ed era con l'espressione di una volpe in attesa del cacciatore. Mi fecero impressione i suoi grandi occhi chiari e la testa in continuo movimento.

"Cerco il sindaco".

"Nella stanza in fondo" e aggiunse subito, "voi siete il nuovo segretario". Tentai anch'io una risposta rapida e fulminea, "e voi siete il messo comunale". Altrettanto rapidamente, con la speranza di riuscire a finire la frase prima che abbandonassi la stanza mi rispose "maresciallo delle guardie municipali Vincenzo Pelassone".

Mi presentai. L'uomo si tolse il berretto. In un vortice di parole in italiano calabro mi raccontò  la storia del paese. Mentre parlava lo osservavo attentamente, poteva avere sui cinquant'anni, capelli grigi, una faccia tonda dalla quale pendeva un corpulento sottomento e una pancia prorompente, oltre al berretto portava una giacca nera che doveva essere d'ordinanza, ma i pantaloni erano in flanella grigio topo e calzava scarpe da tennis. Quando finì perchè si accorse delle mia distrazione, sorrise tristemente guardandomi da capo a piedi con evidente compassione, prima di ripetere "vi accompagno io". Mi anticipò sulla porta e fece cenno di seguirlo. Ritornato nell'androne mi portò in uno stanzone quasi buio. Tra due tavoli lontani tra di loro, sedevano altrettante persone che ci salutarono alzandosi all'impiedi. Imboccammo una porta con un cartello ove era scritto "messo comunale" entrammo nella stanza, vuota. Ci fermammo davanti un'altra porta a due ante. Questa volta non entrò con la stessa baldanza, si aggiustò il cappello e dette una scollata alla giacca che all'altezza del sedere si alzava a causa della sua prospiciente ovalità.

"Avanti!" sentii gridare appena bussato. Dietro una grande scrivania incavata al centro che consentiva all'occupante d'incastrarsi e quasi d'includersi al mobile, stava seduto un uomo dall'aspetto severo e guardingo con folti capelli neri brizzolati su una testa tubolare e sul labbro superiore due cespuglietti che anticipavano un mento caprino che toccava il mobile.

Il gendarme giunse di fronte e con una reverenza raccapricciante disse: "Ecco a voi, venuto da Reggio Emilia il nuovo....", con l'aria di un prodotto di carosello.

Cercai d'anticipare ogni altra funesta frase ma nell'atto di presentarmi quell'uomo rispose "voi non siete di queste parti, avete l'aria di avere viaggiato".

Mi fece cadere ogni altra intenzione. 

Cercai di toccargli la mano, ma subito nascose la sua, mi fissò negli occhi e cercò di leggere sulla mia faccia l'effetto della risposta quasi intimidativa. Non lesse nulla, e si rivolse quasi per dispetto a confortare la sua autorità contro il maresciallo Pelassone, "se non ha nient'altro da dire, torni nel suo ufficio".

Il Pelassone mesto e rassegnato si allontanò dalla stanza richiudendo la porta a capo chino.

Pareva che il sindaco conoscesse tutta la mia vita, passata e futura, invece, l'impressione che dovetti fargli fu certamente meravigliata, perchè dapprima mi prese per un funzionario della Cassa per il Mezzogiorno, poi per un prestigiatore e un rappresentante di aspirapolveri.

Appoggiai sulla sua scrivania il cappello e cercai distintamente il decreto di nomina, ma pur scavando in tutte le tasche non riuscivo a trovar nulla. Era una consuetudine giovanile riuscire a perdere le cose più importanti. Dopo aver frugato a lungo in mezzo a contorsioni e curvature della schiena, mi levai il cappotto, la giacca e il gilet, sotto lo sguardo attento dell’amministratore della città, gridai "ecco la nomina!" in un modo così liberatorio che al sindaco gli si gonfiò il petto e fissandomi freddamente disse: "tolga subito questa roba dalla scrivania !".

Appena gli tornai davanti, dopo aver appeso il mio vestuario all'attaccapanni del corridoio, con il dito teso mi indicò una sedia. "Cettina!", urlò. Si presentò, fermandosi come un militare, una grossa e risoluta giovinetta sculettante che emanava un pesante profumo misto a sudore. "Si, signor sindaco".

"Si faccia seguire e compili un verbale di nomina e presa servizio". Cettina scomparve subito senza rispondere.

Poi rivolgendosi a me che guardavo la scena mi disse "voi intanto cominciate a lavorare, troverà la sua stanza appena esce sulla sinistra, il suo predecessore è morto d'infarto alcuni mesi addietro, era un gran lavoratore, sempre presente e con un forte spirito di collaborazione, mi auguro che lei non sia da meno. Si faccia dire da Albino cosa deve fare e lo faccia al più presto, abbiamo molti arretrati".

Con in mano il cappello e l'impermeabile sul braccio entrai nello stanzone a fianco, e proprio in fondo tra una montagna di fascicoli, riposti alla rinfusa su delle vecchie sedie di compensato, stava seduto il sig. Albino Sestino. Riuscii a vederlo solo quando muovendo una pila di carte che gli stavano di fronte mi apparve una testa massiccia incorporata quasi del tutto nella nuca dalla quale sporgevano due occhiettini sotto gli occhiali poggiati alla punta del naso. Mi fissò attentamente cercando di leggere sulla mia faccia l'effetto del suo cognome tipico di un imperatore romano, poi indicandomi una delle montagne di carta mi disse, "senza recare danni, ne prenda un blocco e trascriva su quel registro i nominativi intestati. Appena avrà finito lo metta in quello scaffale".

Mentre rivoltavo le pagine del registro, lo guardavo, studiandogli ora la fronte, ora il naso o qualche altro particolare. Notavo che gli occhi, il naso, la bocca e il mento del funzionario non avevano espressione. Erano qualche cosa d'informe e d'indistinto, elementi casuali nella massa del capo, che appariva coperta da uno strato compatto di capelli grigi e lucidi, ravvitati in direzione della nuca e divisi nel mezzo da una scriminatura larga un dito.

Non disse  più una parola, verso mezzogiorno, passò il sindaco che senza entrare spiò dalla porta appoggiandosi con il baffettino sull'uscio. Mi sembrava un gatto a caccia del topo. E tale diventò verso me. Nulla, infatti di ciò che facevo gli andava bene, tranne scrivere gli indirizzi sulle buste, per le quali tuttavia, secondo lui, impiegavo troppo tempo. Le giunte municipali e il consiglio comunale, venivano convocati ogni mercoledì, per modo di dire, perché il sindaco aveva già preparato il dispositivo e l'impegno di spesa,  ed aspettava con agitazione soltanto che gli intervenienti apponessero la loro firma su di un registrone dove trascriveva il contenuto d'ogni atto con una caterva d'errori ortografici che il giorno successivo l'Albino si prendeva cura di correggere cercando d'imitarne la scrittura. Io mi limitavo ad inserirvi qualche documento e a formare il fascicolo dove attaccavo con del mastice un'etichetta che mi aveva già preparato l'Albino.

Fu proprio il maresciallo Pelassone nei giorni seguenti a dipingermi un quadro del mondo dove ero capitato. Secondo lui una sede punitiva, una specie di soggiorno obbligato dove finivano tutti i segretari di prima nomina.

Mi dette il consiglio, a suo avviso spensierato, d'arruffianarmi subito ed essere compiacente, perchè i miei predecessori non avevano avuto molta fortuna. Un tal Buoncapodanno venne sospeso dal servizio perché pretese di preparare il bilancio comunale. Il suo successore, Mozzarini, venne licenziato a seguito di numerose lettere anonime che l'accusavano, ingiustamente di scabrose orge notturne e debiti di gioco.

L'ultimo, troppo apprensivo, di cui non mi fece il nome, morì d'infarto dopo un diverbio con il sindaco, perché costretto a controfirmare atti di spesa inesistenti e bilanci fraudolenti.

Seppi dal maresciallo Pelassone, che sembrava il vero padrone di quel posto, che l'ufficio di segreteria era stato chiuso dal Cialeppa, prima del mio arrivo per assoluta impraticabilità essendo invaso da giganteschi topi che erano in grado di divorare anche un braccio intero.

"E quando lo riaprono", gli chiesi interessato.

"Mai più, credo, perché nessuno vuole entrarvi. Ogni tanto ci mandano l'acchiappacani a prendere carte e qualche registro, ma richiudono subito, stanno attendendo personale specializzato da Catanzaro".

Tirandomi da parte mi confidò che il Cialeppa non aveva alcun interesse a far riaprire l'ufficio perché il dott. Arturo Lentamano, sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Crotone, aveva richiesto un gruppo di delibere relative al finanziamento di una strada in loc. Pedalati che era stata inaugurata con tanto di torte e pasticcini ma che in effetti non era mai stata costruita, e il sindaco sperava che passando del tempo i ratti avrebbero divorato ogni prova.

Pensai che dovevo resistere, dopo sei mesi di prova ed il parere favorevole del Cialeppa sarei entrato in pianta stabile nel ruolo dei segretari comunali di seconda categoria e solo allora avrei potuto far domanda di trasferimento. E l'avrei fatta subito, non solo per sottrarmi al Cialeppa del quale mi sentivo perseguitato ma anche perché Savelli cominciava ad apparirmi come il posto peggiore del mondo. Il sole nei giorni di bel tempo era caldissimo ma all'ombra ci voleva il cappotto. Alle tre di pomeriggio faceva già freddo e la nebbia calava come un avvoltoio dalle montagne. Due strade di collegamento tortuose e piene di curve, un solo bar frequentabile nel quale riversavo il mio tempo libero e un corso che attraversava tutto il paese, sempre pieno di gente a qualunque ora, di giorno e di notte.

Una domenica, come ogni domenica mi fermai davanti il giornalaio perchè proprio di fronte, si potevano vedere le persone che uscivano dalla messa. Sul portale comparve il Sindaco. Aveva in mano l'ombrello e il cappello. Dalla porta laterale comparve alla luce un'esile donna che lo prese sottobraccio. Mi accorsi solo allora che teneva per mano, dall'altro lato, una ragazza dal viso pallido dal quale sporgevano, proturberandosi innaturalmente, due bulbi oculari grossi e biancastri come uova di gallina.

Rimasi così colpito dall'apparizione di quel terzetto e cercai d'informarmi sulla situazione famigliare del maestro Enrico Cialeppa. Ne parlai con l'avvocato Michicchio che aveva fama di gran pettegolo, ma le informazioni più soddisfacenti le ebbi dal maresciallo Pelassone, che oltre a dover sopportare tutto il giorno per i suoi inutili verbali d'accertamento, lo vedevo ogni sera al bar dove facevo la mezzanotte guardando i giocatori di bigliardo. Secondo gli informatori la ragazza, unica figlia del Cialeppa era stata colpita d'un morbo rarissimo che le aveva causato l'esorbitazione degli occhi. Solo sposandosi ed avendo un figlio, mi precisò l'avvocato Michicchio, sarebbe tornata normale. Così almeno avevano sentenziato i medici del Cardarelli dai quali il Cialeppa aveva fatto visitare la figlia.

Ma secondo il prof. Ortensio Prepuzio, acuto osservatore, si trattava di una trovata del sindaco per affibbiare la figlia a qualche ingenuo e facoltoso forestiero.

Il maresciallo Pelassone mi soffiò nell'orecchio tutt'altra diagnosi. La ragazza che si chiamava Geltrude era stata avvicinata da un commesso viaggiatore che l'aveva portata fuori dal paese, in una vecchia casa di campagna dove ne aveva fatto completo scempio e con una violenza tale da farle uscire gli occhi fuori dalla testa.

Del fatto, fu accusato tale Ernesto Lupetti, commesso viaggiatore per la pasta "Filippone" figlio di un ex ufficiale dell'esercito che il Cialeppa non aveva denunciato per la sua simpatia al regime ed anche perchè la figlia, passato lo spavento, si era messa a girare per le strade del paese nell'intento di ritrovare il bruto e riuscendo più volte ad ricongiungersi carnalmente. Per evitare lo scandalo il Cialeppa chiudeva in casa la figlia, facendola guardare a vista dalla madre. Solo la domenica mattina la portava a messa, ma tenendola stretta per mano perchè non gli scappasse.

 

 

Trascorsi i primi tre mesi avevo il quadro della situazione.

Il maestro elementare Enrico Cialeppa faceva il  da oltre nove anni. Da giovane, interruppe gli studi per arruolarsi volontario nella milizia fascista di cui divenne uno dei più temuti funzionari. Si stava costruendo una folgorante carriera d'ausiliario al ministero della propaganda, al fianco di Farinacci, ma scoppiata la guerra fu costretto ad arruolarsi come volontario. A seguito di un incidente aereo mentre sorvolava la Libia, fu fatto prigioniero dagli inglesi prima e poi consegnato agli americani, con la doppia disgrazia di non aver potuto rimpatriare, e di essere deportato negli Stati Uniti, nell’unico campo prigionieri della Pennsylvania.

Rientrò a guerra finita, senza poter dimostrare a nessuno il suo valore militare trascinandosi nella mente tutte le represse voglie e il desiderio mai sopito del regime fascista.

Ritornato a Savelli, il Cialeppa si era portato dietro dal Piemonte la giovane moglie Letizia Treppiedi, sposata durante la sua breve permanenza a Roma, con l'ausilio di una situazione particolarmente favorevole. La giovinetta, orfana di padre e madre, era sotto tutela di uno zio che la teneva in un collegio di Latina. Una volta l'anno, questo zio, che era fornitore di materiali di cancelleria, quando si presentava al ministero per esporre il rendiconto della sua amministrazione, portava con sé la nipote, che toglieva per mezza giornata da collegio.

Capitò che incaricato della convocazione fosse il Cialeppa, il quale notata la ragazza e valutato il suo patrimonio che risultava dal fascicolo d'ufficio, arroccandosi conoscenze, buona posizione e ricchi proventi, trovò l'occasione per proporsi al tutore come il marito ideale dell'orfana.

Avendo visto il giovane solo di sfuggita e dalla scrivania in tutta la sua maestà delle sue funzioni, Letizia, pur d'uscire dal suo triste collegio, acconsentì.

"Sposo, un quasi ministro" diceva alle compagne e alle suore "che mi renderà felice e importante".

Le nozze furono affrettate, perché il giovane doveva partire per il fronte libico. Fu così che Letizia nel giro di un paio di mesi si trovò nel letto del Cialeppa, quale legittima consorte per tutta la vita.

Enrico Cialeppa, giudicato dall'aspetto esteriore poteva essere benissimo ascritto alla mercatura. Con un fisico a forma d'asparago, dai capelli nerissimi e ricci e la faccia lunga da cavallo piangente, un baffetto color seppia, due grandi sopracciglia e una bocca da pesce spada, pareva un venditore ambulante di maiali.

Amante del gioco d'azzardo, aveva dilapidato senza scrupoli il patrimonio del padre. Vestiva sempre un abito di frustagno che non cambiava mai, infarinato di forfora sul colletto della giacca, con i pantaloni a tubo di stufa sulle gambe deformi dovunque del suo fisico senza dimensioni.
 
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