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Scuole di dialetto.
Arredi d'oro. Ricchi corredi
per le ronde. Fumetti
storici pieni di errori.
Così la Lega usa i fondi
pubblici
di Tommaso Cerno
Di Alberto da Giussano,
ferisce più la penna della
spada. Satinata, punta
extrafine, dannatamente
pericolosa, è l'ultima
trovata propagandistica
della Lega nel suo feudo del
Nord-est. Centinaia di biro
griffate con il "Sole delle
Alpi", che sparano litri di
peperoncino sugli immigrati
pericolosi. E soprattutto
fanno campagna elettorale
nelle borsette firmate delle
elettrici. Le donne non
devono più temere, perché
nel lungo elenco di sprechi
targati Carroccio c'è pure
questo sofisticato arnese.
Il veleno è un estratto di
pepe rosso in percentuali
conformi alla normativa
comunitaria, recitano le
istruzioni. Il getto spara
fino a due metri con
precisione svizzera. E come
al solito, a pagare ci
penserà Pantalone.
Che mai volete che sia
qualche migliaia di euro
magari tagliati dai bilanci
della polizia, se nel corpo
a corpo con l'aggressore si
potrà sfoderare l'arma con
le insegne di Bossi? Non
sono le cattedrali nel
deserto a cui ci ha abituato
la Prima Repubblica. Né le
maxi tangenti girate
all'imprenditore di turno.
Il verbo leghista ha un
accento diverso da Roma
anche quando spende male.
Sembrano pochi spiccioli, ma
quei rivoli di denaro
pubblico che si sommano ad
altri rivoli senza farsi
notare, una volta a valle
formano un lago di sprechi
local sempre più profondo.
C'è di tutto nelle pieghe
dei bilanci targati Lega
Nord. E il colpo di grazia
lo danno quasi sempre i
capitoli caldi del gergo
padano: cultura, prodotti
locali e sicurezza. Che non
scatenano solo le polemiche,
come nel caso dell'Inno di
Mameli sostituito in Veneto
con il Va' Pensiero. Ma
soprattutto esborsi di
soldi. Sempre pubblici. Gli
scolari lombardi forse non
sanno che il fumetto
camuffato da libro di storia
che si sono visti
distribuire qualche tempo fa
è costato alla Regione 105
mila euro per 10 mila copie.
Un bell'elenco di refusi
storici, forse non voluti,
ma pagati a caro prezzo: le
incisioni rupestri dei
Camuni datate 3000 dopo
Cristo, un passaggio che
sembra attribuire la strage
di piazza Fontana ai
sessantottini, i galli che
cantano "we are the padan
cocks" e Garibaldi che
scompare dalla storia
dell'Unità d'Italia.
A Trieste c'erano arrivati
per primi con una legge ad
hoc sulle origini celtiche
del popolo friulano, costata
6 miliardi di vecchie lire e
documentari etnici da 200
mila euro a botta. Senza
contare lo studio della
lingua locale nelle scuole,
costato finora oltre 35
milioni anche grazie ai
baracconi come l'Arlef,
l'Agenzia regionale che lo
gestisce, dove fra
presidente e cda le poltrone
sono cinque volte i
dipendenti, per un costo
mensile di quasi 100 mila
euro.
In Veneto le polemiche sono
esplose lo scorso marzo in
piena campagna elettorale.
Nemmeno l'ex ministro
leghista Luca Zaia, eletto
governatore a furor di
popolo, lesinava in quanto a
spesa pubblica proprio nei
giorni in cui il Senatùr
tuonava da Gemonio ordinando
ai suoi di "portare le
forbici in Regione per
tagliare gli sprechi".
Chi ha sfogliato la rivista
"Il Welfare", stampata da
Buonitalia spa (società
partecipata dal ministero
delle Politiche agricole) e
costata alle casse pubbliche
5 milioni di euro, avrà di
certo apprezzato il book
fotografico del nuovo Doge,
distribuito a migliaia di
famiglie venete. Ritraeva
Zaia in differenti mise: dal
gessato allo sportivo, fra
bottiglie di vino, formaggi
e salumi. Se poi qualcuno
non l'avesse ricevuto,
bastava dare un'occhiata al
portale del ministero. Fino
alla notte del 18 marzo,
denuncia un esposto alla
Procura di Padova, vi
comparivano i manifesti
elettorali del ministro.
Cliccandoci sopra, poi,
l'utente-navigatore veniva
collegato al sito della
campagna elettorale sotto lo
slogan "Prima il Veneto".
Sempre al ministero, gli
statali in orario di lavoro
garantivano la visione in
rete di spot elettorali,
messaggi politici, materiali
personali del candidato
leghista. Caricati
dall'utente "Mipaaf", che
altro non è che la sigla del
dicastero romano.
C'è pure un taglio del
nastro che ha scatenato la
bufera. Quello, sempre
voluto dalla Lega, del
faraonico palazzo della
Provincia di Treviso all'ex
manicomio di Sant'Artemio.
Un appalto che doveva
costare 35 milioni di euro,
ma che è lievitato fino a 80
milioni. E se qualcuno
ripete che sono aumenti
fisiologici, lo scontrino
degli arredi parla chiaro:
12.840 euro sonanti per un
solo tavolo e 531.426 euro
per le sedie. Al punto che
l'Italia dei Valori proclamò
il "No spreco day",
ricordando i tanti, si fa
per dire piccoli, sperperi
leghisti: la grigliata da 70
mila euro per lanciare le
vacche venete o i tour
promozionali dei prodotti
Doc con sponsorizzazioni
milionarie.
Fino agli incarichi ai
parenti: promozioni e
aumenti di stipendio per
mogli, fratelli e amici.
Tutto targato Carroccio.
Stefania Villanova, la
consorte del sindaco di
Verona Flavio Tosi fu
nominata a capo della
segreteria dell'assessorato
alla sanità della Regione
senza concorso, ma a
stipendio triplo. Oppure il
caso dei fratelli Conte, che
realizzarono con le
congratulazioni pubbliche
del sindaco di Tombolo un
polo scolastico a ridosso
delle regionali, affidando
la progettazione in via
fiduciaria all'architetto
Tiziano, appunto Conte,
fratello del consigliere
Maurizio, anche lui Conte.
Un lavoretto coi fiocchi per
i tagliatori di nastri, meno
per la pioggia che allagò
dopo pochi mesi il piano
superiore.
Se il buongiorno si vede dal
mattino, presto anche il
Piemonte, da poco passato
alla Lega, potrebbe
adeguarsi ai ritmi delle
altre regioni padane.
Il neogovernatore Roberto
Cota, che teme per l'esito
del ricorso al Tar
presentato da Mercedes
Bresso, ha subito preso
carta e penna e chiesto al
Parlamento di concedergli
più tempo per optare fra la
poltrona piemontese e lo
scranno romano. Un doppio
incarico, che significa
anche doppio stipendio. Ma
non è un record. Di
multi-poltrone la Lega è
golosa. L'avvocato Paolo
Marchioni, vicino al
ministro Roberto Calderoli,
è cristianamente trino:
vicepresidente della
Provincia del Verbano,
assessore al bilancio,
membro del cda dell'Eni alla
modica cifra di 135 mila
euro l'anno. Oppure Leonardo
Ambrogio Carioni, sindaco di
Turate, presidente della
Provincia di Como,
presidente dell'Unione delle
province lombarde, di
Sviluppo Sistema Fiere,
senza contare il posto nel
consiglio di amministrazione
della Pedemontana veneta e
dell'Expo 2015 a Milano. Per
stargli dietro in questo
peregrinare fra stipendi e
prebende ci vorrebbero
proprio le ronde.
Ennesimo spot che dura (e
costa) da anni. Si inneggia
al farsi giustizia da sé,
nell'illusione del
risparmio. Ma a guardar bene
non è quasi mai così. Anche
stavolta fra i primi a
partire ci sono i friulani.
Popolo di risparmiatori,
tanto da avere varato per
volontà dell'assessore
leghista Federica Seganti un
piano sicurezza da 16
milioni di euro fra
volontari bardati di spray e
camicie verdi, pistole per i
vigili dei piccoli paesi e
telecamere un po' ovunque.
Un tesoretto che serve
soprattutto a rifarsi il
guardaroba. Visto che, non
appena la scure della crisi
ha costretto la regione a
decimare i fondi in
bilancio, riducendoli a un
milione, l'assessore ha
mantenuto come priorità
proprio l'addestramento dei
fedeli guardiani leghisti.
Tutti rigorosamente in
divisa. Giacconi invernali
ed estivi, uniformi, radio
per chi diventerà guardia
padana. Peccato che,
sfogliando i curriculum in
Regione, più che ronde
contro il crimine
sembreranno passeggiate ai
giardinetti. Delle poche
domande trasmesse agli
uffici, circa due iscritti
su tre hanno passato i 65
anni di età. E chiedono le
divise. Per passare qualche
pomeriggio a spasso a
godersi il sole. E gli
sprechi leghisti.