Montezemolo guadagna come 671 pensionati. Scilipoti come venti precari. E le disuguaglianze sociali invece di diminuire, aumentano. Il presidente dell'Istat fa i conti e lancia l'allarme: così rischiamo di esplodere
(08 luglio 2011)A complicare il quadro
intervengono anche fenomeni storici come la globalizzazione
dell'economia. "In Italia e nei maggiori paesi occidentali la
quota di reddito che va al capitale è cresciuta e, in modo
speculare, quella che va al lavoro si è ridotta", spiega
Giovannini. "L'ingresso massiccio nel sistema economico mondiale
di Paesi che prima partecipavano solo marginalmente ha creato
una pressione sui salari". Che infatti non crescono. E se non
crescono i salari non crescono neanche i consumi.
Le imprese, invece, stanno tornando ai livelli dei margini di
profitto pre-crisi. Eppure non investono o investono poco perché
non vedono chiaro nel futuro. E questo spiega il fatto che,
sebbene in molti Paesi il reddito tornerà presto ai livelli del
2008, l'occupazione sia rimasta molto indietro.
"In Italia", aggiunge il presidente dell'Istat, "ci sono stati
altri due cambiamenti importanti in questi anni. Molte famiglie
stanno ripensando i loro modelli di consumo. Per prudenza, per
insicurezza. Fatto sta che hanno ridotto le spese, rinunciando
al superfluo. L'altro cambiamento riguarda lo spiazzamento della
produzione nazionale. Ci sono settori, dall'elettronica ai mezzi
di trasporto persino ai mobili, che in misura crescente sono
dominati dai produttori esteri: se anche ci fossero i soldi per
stimolare la domanda delle famiglie a trarne beneficio sarebbero
le economie di altri Paesi più che la nostra".
C'è poi un'altra forma di diseguaglianza. Quella tra
generazioni, tra padri e figli. Se ne parla di meno ma non è
meno importante. "Per affrontare la crisi", osserva Giovannini,
"si è puntato sul mantenimento dell'occupazione dei genitori,
con la Cassa integrazione. L'obiettivo era garantire la tenuta
del sistema proteggendo il reddito delle famiglie in modo che
garantissero una rete di protezione ai giovani, che hanno subito
di più la caduta occupazionale. L'operazione ha funzionato
perché ha reso meno drammatica la crisi. Ma se i giovani
rimangono esclusi troppo a lungo si pregiudica il futuro. Di 532
mila posti persi dal 2008 il 90 per cento riguarda i giovani. I
Neet, coloro che non lavorano né studiano (vedere articolo a
pag. 136, ndr) sono 2 milioni e vivono grazie al sostegno delle
famiglie. Infine, anche se non abbiamo ancora dati precisi,
sembra che molti giovani stiano andando all'estero: chi può se
ne va".
Se invece lavorano, i giovani sono in maggioranza precari. Per
di più con poche prospettive. "Tra coloro che hanno trovato un
lavoro atipico", nota il presidente dell'Istat, "dopo cinque
anni solo la metà ne trova uno stabile. Non può funzionare così.
Le forme di occupazione atipica sono state introdotte per
garantire la flessibilità del mercato del lavoro. Ma se i
giovani precari sono inizialmente pagati di meno e poi non
trovano un lavoro stabile, "perdono" sempre".
Egualitarismo è una parola passata di moda, spazzata via, negli
anni della crescita a tutti i costi, da altre parole d'ordine:
meritocrazia, efficienza, differenziazione retributiva. Al punto
che la diseguaglianza poteva sembrare una condizione per la
crescita. Negli Stati Uniti, per esempio, il divario tra ricchi
e poveri è progressivamente aumentato e allo stesso tempo lo
sviluppo è stato superiore a quello degli altri paesi
industrializzati. Che cosa è cambiato? "Oltre un certo livello
di diseguaglianza", risponde Giovannini, "ci può essere un
problema di coesione sociale. Se questa viene meno è difficile
fare scelte condivise, gestire la transizione, attuare delle
politiche che impongono sacrifici. A quel punto la
diseguaglianza penalizza la crescita perché influenza
negativamente le aspettative: la gente ha paura del futuro, le
famiglie non consumano, le imprese non investono".
Ma per ridurre la diseguaglianza la strada più breve è l'aumento
della progressività fiscale: far pagare più tasse ai ricchi.
Dopo che per decenni tutti i paesi si sono mossi in direzione
contraria: la riduzione del numero delle aliquote,
l'abbassamento dell'aliquota massima, addirittura l'aliquota
unica (flat tax). "Non sta a me dare suggerimenti in questo
campo", osserva il presidente dell'Istat, " mi limito a
constatare che tutti concordano su un dato: il lavoro è tassato
troppo, bisogna spostare il prelievo su altri fronti".
Per evitare i tagli di spesa più dolorosi e i sempre sgraditi aumenti d'imposta la strada maestra è la riduzione degli sprechi, a cominciare dai costi della politica. Il governo ha scritto norme severe che devono passare all'esame del parlamento, dove le resistenze saranno forti, e che dovranno essere attuate. Il presidente dell'Istat potrebbe essere scelto, secondo quanto hanno fatto sapere il presidente del consiglio Silvio Berlusconi e il ministro dell'economia Giulio Tremonti, per un compito delicato: la presidenza di una commissione che dovrà stabilire i livelli medi in Europa dei trattamenti economici di politici e grand commis dello Stato. Costa troppo la politica in Italia? "Non sono abbastanza documentato per rispondere", si schermisce Giovannini. "Per esempio, da noi il numero dei parlamentari è simile a quello francese, ma maggiore di quello tedesco. Poi ci sono tutti gli altri livelli di governo. Quanto alle retribuzioni degli eletti e degli alti dirigenti le comparazioni internazionali non sono facili. In molti casi, per esempio, bisogna infatti dare un valore a dei fringe benefit, come la disponibilità di una casa". Di misure concrete ancora non c'è traccia, ma almeno una linea d'azione è abbozzata. Per ora bisogna accontentarsi. Di male in peggio.
